Articoli con tag Rete

“Non possiamo farlo. Ma potremo”

Nell’audizione tenuta mercoledì in Senato il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò ha praticamente ammesso di non avere, al momento, una delega che permetta all’authority di emanare il regolamento sul diritto d’autore. Bene? Non proprio. Calabrò, dopo aver sostenuto a lungo di essere legittimato dal decreto Romani, si contraddice ma non molla, annunciando che il Governo è pronto a mettere a punto una norma che lo lascerà libero di attuare lo scempio sulla Rete. In pratica, fa notare Guido Scorza, lo scenario sarebbe quello di

un Governo che vara una norma allo scopo di ‘sanare’ una situazione di illegalità nella quale si è andata ad incastrare un’Autorità semi-indipendente, lasciandosi tirare per la giacchetta da un nugolo di preistorici industriali dell’audiovisivo incapaci di guardare al futuro e pronti a veder sacrificata la libertà di manifestazione del pensiero online sull’altare dei propri portafogli.
È, probabilmente, il peggiore degli epiloghi possibili di una vicenda che aveva già offerto uno spaccato inquietante ed allarmante dello stato di degrado nel quale sono precipitate le nostre istituzioni […] Siamo al golpe contro la Rete.

Come si reagisce ad un golpe? Come si reagisce ad un atto di forza che rende le istituzioni strumento di un potere che non rappresenta un interesse generale ma solo un interesse economico di parte, e per giunta fuori dal tempo?

La risposta sembra essere una sola: resistenza. Resistenza contro uno strappo che si consumerebbe a meno di due mesi dalla fine del mandato degli attuali commissari dell’Agcom. Ribadisco che se i soggetti in gioco non hanno centrato il loro obiettivo nei tempi che avevano previsto è solo grazie alla straordinaria mobilitazione che gli utenti di questo mezzo hanno messo in atto per ripararlo dalla colata di lava che stava per travolgerlo. E in Senato quella mobilitazione è stata citata più volte.

La pressione deve continuare, per evitare questo colpo di mano e per far sì che sia il Parlamento, dopo una discussione che coinvolga tutti (tutti!) gli stakeholder, a legiferare su una riforma del diritto d’autore tarata sulla nuova realtà digitale. E che il rinnovo dei commissari non segua le modalità di martuscielliana memoria. Altrimenti saremmo alla ripetizione del paradosso: l’espressione del tecnicismo al Governo e l’espressione dei partiti dentro un’authority, con il primo a legittimare lo scellerato operato dei secondi.

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Dobbiamo fermarli. Di nuovo

Corrado Calabrò AgcomTra soli due giorni Corrado Calabrò sarà in Parlamento. La squadra dell’Agcom da lui presieduta ha tutta l’intenzione di chiudere la partita del regolamento sul diritto d’autore prima della fine del mandato, ormai imminente. Insomma, questi signori anziché limitarsi (come forse sarebbe giusto) all’ ordinaria amministrazione in attesa di passare il testimone, provano a scappare col malloppo imponendo alla Rete e ai suoi utenti un inaccettabile bavaglio. Li abbiamo già fermati. Ora dobbiamo farlo di nuovo.

Segnalo l’iniziativa di Avaaz: bombardamento ad onorevoli e leader di partito.

p.s.: non c’entra con Internet ma basta come paradigma degli schemi mentali dell’industria del disco; la Corte di Giustizia europea ha stabilito la liceità della diffusione di musica nelle sale d’aspetto dei dentisti, dopo la denuncia che la Società consortile fonografici aveva recapitato ad un dentista torinese (insieme a richiesta di risarcimento di 25mila euro). I motivi sono ovvi: la diffusione di musica non è la principale attività dell’ambiente nel quale avviene e quindi non si configura lo scopo di lucro; inoltre, i pazienti in sala d’attesa non sono classificabili come “pubblico”. Infine, fatela finita con questo tipo di richieste, sono ridicole.

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Paniz si rassegni allo stato di diritto

Il provvedimento di inibizione DNS e IP oggetto dell’ordine di esecuzione firmato dal pubblico ministero è eccessivo rispetto al fine da tutelare, ovvero l’onorabilità di qualsiasi individuo, nella fattispecie l’On Maurizio Paniz. In particolare il Tribunale ha affermato:

‘Le modalità di esecuzione rendono evidente, nei limiti del fumus richiesto dal sequestro, l’eccessività contenutistica del disposto sequestro preventivo in relazione al fine che doveva essere tutelato (l’onorabilità dell’On Paniz), in riferimento alla frase di natura oggettivamente offensiva’

È bello apprendere dall’avvocato Fulvio Sarzana che il Tribunale della Libertà di Belluno ha a cuore le tutele costituzionalmente garantite alla libertà d’espressione, molto più di chi ha sequestrato il sito Vajont.info e di chi, dopo averne denunciato gli amministratori per una frase ritenuta diffamatoria, aveva esultato per il provvedimento. Ed è bello che per la seconda volta in sede di giudizio vengano accolte le ragioni dei provider.

A dirla tutta, Paniz potrà rassegnarsi facilmente, in realtà. Al provvedimento di dissequestro dell’intero sito si affianca infatti il permanere dell’oscuramento della frase incriminata e la condanna dell’amministratore del sito Tiziano Del Farra a pagare una multa di 900 euro e un risarcimento danni di 10mila all’onorevole.

In pratica la misura che il giudice avrebbe dovuto prendere all’inizio senza scatenare sequestri e dissequestri. Se c’è una frase diffamatoria su un sito, è giusto che la si tolga, e si condanni chi l’ha scritta; ma il resto dei (perfettamente leciti) contenuti va lasciato a disposizione degli utenti.

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Curiose coincidenze

British Telecom e Talk TalkNel giugno 2011 i provider britannici British Telecom e TalkTalk presentavano ricorso contro il Digital Economy Act (DEA), legge di enforcement sul diritto d’autore che ricalca i contenuti di quella che fu definita “cura Mandelson”. Il ricorso è stato respinto oggi da una Corte d’Appello. Coincidenza, si apprende in queste ore dell’accusa di aver “chiuso un occhio nei confronti della pirateria” mossa proprio ai due provider. Operatori di BT e TalkTalk sarebbero stati intercettati mentre consigliavano pacchetti broadband a clienti che chiedevano delucidazioni in merito all’utilizzo di BitTorrent e sistemi per il filesharing, quando avrebbero dovuto avvertirli che no, non si fa, è pirateria.

La magistratura britannica dovrà ora appurare se davvero in quelle telefonate si davano consigli su come mettere in pratica “pirateria a banda larga”, mentre i due provider da un lato dovranno difendersi dalle accuse e dall’altro potranno continuare la loro battaglia contro il DEA in sede di Corte di Giustizia Europea. Di sicuro, non manca materiale per qualche teoria del complotto su una macchina del fango 2.0. 

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Against ACTA. Again

Incollo qui sotto l’email che mi è arrivata dai ragazzi di Avaaz in merito alla nuova raccolta firme contro il cammino europeo di ACTA:

Cari amici in Europa,

Fra pochi giorni la Commissione europea giocherà la sua ultima carta per rilanciare ACTA, ma se interverremo subito potremo neutralizzare questo attacco mondiale alla libertà di internet.

Siamo vicini alla vittoria: la nostra petizione forte di 2,4 milioni di firmeha scosso i politici in tutta Europa e fermato i censori. Ora però la Commissione europea è sulla difensiva e si è rivolta alla Corte di giustizia sperando di ricevere un orientamento positivo su ACTA, visto che ha presentato una questione di legalità molto limitata.

Ma se uniremo le nostre voci ora potremo far sì che la Corte prenda in considerazione tutte le conseguenze legali di ACTA e che rilasci una valutazione che dica la verità sull’attacco di ACTA ai nostri diritti. Firma la petizione urgente al Presidente della Commissione europea José Manuel Barroso per chiedere alla Corte di dire tutta la verità:

http://www.avaaz.org/it/acta_time_to_win_eu//?vl

La Commissione europea ha passato 5 anni a negoziare in segreto ACTA con le multinazionali, ma nelle ultime 5 settimane siamo riusciti a portare il dibattito di ACTA allo scoperto. Ora la Commissione sta facendo il possibile per ottenere il via libera della Corte di giustizia per evitare il naufragio di ACTA . La Commissione, esperta in sotterfugi burocratici, potrebbe presentare alla Corte soltanto una questione molto limitata, prevenendo così il giudizio di legalità sulle conseguenze di ACTA sulla nostra libertà di espressione, privacy e democrazia.

Abbiamo costretto i governi di Polonia, Germania, Bulgaria e altri paesi a sospendere la ratifica. E ora se vinceremo questa battaglia alla Commissione europea potremo fermare ACTA una volta per tutte . Se l’Ue non ratificherà ACTA, questo non potrà mai diventare un trattato globale e i negoziatori dovranno rimettersi al tavolo per produrre un accordo che contrasti gli abusi ma allo stesso tempo protegga i nostri diritti.

Chiediamo con urgenza alla Commissione e alla Corte di dedicare ad ACTA un’udienza completa ed equa, per garantire che sia raccontata tutta la verità su questo pericolo alle nostre libertà fondamentali. Firma ora e gira questo messaggio a tutti:

http://www.avaaz.org/it/acta_time_to_win_eu//?vl

Milioni di noi hanno partecipato alla battaglia per la libertà di internet e per fermare le leggi bavaglio degli Stati Uniti. Abbiamo vinto, ma ora il pericolo è in agguato con ACTA. Nessuno credeva che saremmo riusciti a fare quello che abbiamo fatto: insieme abbiamo fermato la marcia del trattato verso la ratifica. Portiamo a termine quanto abbiamo cominciato e sconfiggiamo ACTA una volta per tutte!

Con speranza e determinazione,

Alex, Pascal, Laura, Alice, Ricken, Dalia, Diego e tutto il team di Avaaz

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Il nostro giochino preferito

C’è una evidente differenza di approccio tra il risicato spazio che viene riservato all’Agenda Digitale sui mezzi d’informazione mainstream e l’entusiasmo con il quale invece gli addetti ai lavori della Rete accolgono ogni piccolo passo in avanti che si registra in questo senso.

Guardando i nostri Tg nazionali sembra quasi che le questioni legate al digitale restino confinate nello spazio degli “smanettoni”, quello spazio che non influirebbe su tutto il sistema ma si limiterebbe a restituire un giochino più prestante a noi che lo utilizziamo tutti i giorni per alimentare quello che è un volano economico che non ha alcun paragone nella “vita materiale”. No, molto meglio le disquisizioni sui massimi sistemi, il faccione di Gasparri che viene chiamato ancora a commentare anche la farfalla di Belen e gli interminabili “braccio di ferro” tra le “parti sociali”, con la Camusso che ogni tanto scende dal “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo e dice che no, l’articolo 18 non si tocca e no, le email per parlare con il Ministro non vanno bene, salvo poi permettere ai suoi di utilizzare Twitter per degli slogan che sembrano uscire dai tavoli di una Festa dell’Unità quando i fiaschi di vino rosso sono finiti.

Insomma, più i temi legati allo sviluppo digitale si impongono come prioritari più il nostro sistema si rivela impreparato ad accogliergli come tali. Non si può dunque che fare affidamento sulle forzature e gli strappi che unilateralmente (ma neanche tanto) questo Governo sta imponendo al sistema di cui sopra. E a proposito di “Agenda Digitale per l’Italia di Domani“, gli si dedica un discreto spazio nel documento col quale gli uomini del presidente riassumono i primi cento giorni dell’Esecutivo.

Risulta confermata la volontà di farla viaggiare in parallelo agli obiettivi fissati da Europa2020, con la fine del decennio, appunto, indicata come scadenza per i piani che vedono al centro la liberazione dei dati delle pubbliche amministrazioni, “la trasparenza, la responsabilità e l’efficienza del settore pubblico”, il tutto “puntando ad alimentare l’innovazione e stimolare la crescita economica”.

Priorità vengono indicate nell’ “uso sociale della tecnologia, la realizzazione delle reti di nuova generazione e, più in generale, l’alfabetizzazione digitale”. Si parla dell’ormai celeberrima “cabina di regia”: “a questa spetterà il compito di coordinare l’azione delle amministrazioni centrali e territoriali: i Ministeri, le Regioni, gli Enti locali e le Autorità indipendenti. La cabina di regia opererà su cinque fronti: Banda larga e ultra-larga (quasi 5,6 milioni di italiani si trovano in condizione di divario digitale, mentre sono almeno 3000 le località nel Paese che soffrono di un ‘deficit infrastrutturale’ soprattutto al Sud e nelle aree rurali), Smart Communities/Cities (l’Agenda digitale italiana stanzia nuovi finanziamenti per realizzare le piattaforme tecnologiche necessarie a consentire alle città di adottare la filosofia smart), Open data (si pensi che, nella sola Europa, il “valore” dell’informazione pubblica ammonta a circa 140 miliardi di euro l’anno), Cloud Computing e E-government (un esempio concreto è quello degli appalti pubblici, con la Banca dati nazionale dei contratti pubblici. Le imprese, dal 1 gennaio 2013, presenteranno alla Banca tutta la documentazione contenente i requisiti di carattere generale, tecnico ed economico)”.

Si parla poi di deroghe al patto di stabilità interno che permetteranno a diverse regioni di sfruttare per quest’anno, il prossimo e il 2014, circa un miliardo di euro per co-finanziare i fondi strutturali europei; di questa cifra, 423 milioni di euro sono indirizzati verso l’Agenda Digitale.

Ora attendiamo di sapere cosa ne pensa Gasparri e se la Camusso e gli altri sindacati inizieranno a capire che un nuovo sistema economico che scalpita a ridosso del sistema delle tutele rende indispensabile la revisione di alcune pratiche, schemi mentali e modalità d’azione politico-sociale ormai segnati dal tempo.

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Diffamato, defacciato

Ecco cosa appare in queste ore andando sul sito dell’onorevole Maurizio Paniz, il quale, insieme al suo collega Domenico Scilipoti, ha querelato per diffamazione il sito Vajont.info.

Non è in discussione il sacrosanto diritto dei due a tutelare la propria dignità, ma il sito in questione è stato sequestrato e tutti i contenuti da esso ospitati resi irraggiungibili, tutti. Per una sola frase ritenuta diffamatoria. Senza contare ulteriori effetti collaterali di una simile mostruosità. È un attentato alla libertà di parola che nella vita “materiale” scatenerebbe manifestazioni mastodontiche in piazza. Ecco, sarebbe ora che si reagisse alla stessa maniera per gli abusi che le autorità compiono in Rete e che non ci si indignasse solo quando un giornale cartaceo “antagonista” è costretto a chiudere per fallimento.

Update 20 febbraio – Il testo del provvedimeto di sequestro preventivo (prendo da Fulvio Sarzana).

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Una firma per Hamza

His Majesty King Abdullah Bin Abdul Aziz Al Saud
The Custodian of the two Holy Mosques
Office of His Majesty the King
Royal Court, Riyadh
KINGDOM OF SAUDI ARABIA

Sua Maestà,

sono un simpatizzante di Amnesty International, l’Organizzazione non governativa che dal 1961 agisce in difesa  dei diritti umani, ovunque nel mondo vengano violati.

Le scrivo per sollecitarLa a revocare l’ordine d’arresto nei confronti di Hamza Kashgari.

Le chiedo di rilasciarlo immediatamente e senza condizioni, che l’inchiesta venga archiviata e che nell’immediato egli possa essere assistito da un avvocato di sua scelta, anche nel corso degli interrogatori.

La ringrazio per l’attenzione.

Il messaggio è di Amnesty International (rubo da IlNichilista). Hamza Kashgari è un ragazzo saudita che ha espresso in tre tweet un pensiero non ortodosso sul compleanno di Maometto. Per questo ora rischia una condanna a morte per apostasia. Le firme potrebbero anche non servire a nulla, certo. Ma neanche ci costano, nulla, mentre ad Hamza l’aver espresso un sentimento religioso in un paese del tardo medioevo industriale può costare la vita. Firma qui la petizione in sua difesa.

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A due velocità

In queste ore il divario tra la Rete e  il mezzo televisivo sta emergendo in maniera davvero preoccupante per chi, dal tubo catodico, continua a dare spazio a personaggi che nel frattempo vengono smascherati su Internet per quello che sono: populisti allarmisti che dalla paura e dalle emergenze traggono la propria forza. E quando l’emergenza non c’è, la creano, con le loro richieste all’esercito, con le loro accuse alla Protezione Civile, con la loro logorroica onnipresenza peraltro in abbigliamenti che neanche sulle piste da sci, ridicoli in confronto alla quantità di neve caduta sul suolo delle loro città.

Ho usato il plurale ma ogni riferimento al Sindaco di Roma Gianni Alemanno è puramente voluto. E nel frattempo, altre zone d’Italia vengono ignorate nonostante migliaia di famiglie siano isolate senza beni di prima necessità e le persone muoiono dentro ambulanze impalate nella neve. Anche qui, ogni riferimento alla Marsica, al centro dell’Abruzzo, è puramente voluto. Ma la Rete si sta organizzando mentre guarda nel retrovisore i “colleghi” della tv.

          

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Fava: bocciato!

Fava bocciatoL’emendamento Fava è stato respinto nel voto odierno sulla Legge Comunitaria alla Camera. La Rete ringrazia chi ha evitato lo scempio. Adesso, onorevole Fava, dopo averci provato tre voltea sfregiare questo mezzo, la faccia finita.

Update 2 febbraio – Niente di particolare, l’ho visto, mi ha gustato parecchio e lo posto.

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Proteste giuste, ma per i motivi sbagliati?

Mi sembra doveroso segnalare questo pezzo di Valigiablu, nel quale si mette in luce come ACTA sia avversato in queste ore forse per i motivi sbagliati. Non è una difesa del trattato, anzi, è ben sottolineato il danno che esso creerebbe e gli scenari ai quali darebbe modo d’esistere, ma si fa una specie di grande rettifica sul alcuni dei punti nodali (che ho toccato anch’io quindi è doppiamente giusto che io segnali il post).

Da diversi mesi ci stiamo occupando di ACTA, abbiamo intervistato il Portavoce dell’UE per il commercio John Clancy e fatto un punto sulla protesta e seguito il percorso ‘legislativo’ con il primo sì da parte di 22 Stati membri dell’UE. Siccome, come sempre, pensiamo che una protesta debba essere informata, continuiamo il nostro approfondimento proponendo questo articolo che analizza la fragilità e la debolezza della protesta contro questi accordi.

Continua a leggere su ValigiabluSegnalo anche l’analisi di Arturo Di Corinto.

ACTA è solo in apparenza un accordo commerciale: in realtà esso è di natura legislativa. Perciò è Inaccettabile che i parlamentari italiani siano stati esclusi dal processo, mentre 42 dirigenti delle industrie con interessi correlati a brevetti e copyright hanno potuto accedere ai documenti e concorrere alla loro formulazione, mentre si richieda di accettare come fatto compiuto i risultati di un lavoro svolto in segreto.
Non è ammissibile che a decidere del futuro della libertà e ad interferire con le leggi di uno Stato sovrano siano pochi funzionari e rappresentanti di corporation.

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Un bavaglio formato mondiale

Insomma, l’Unione Europea ha deciso di partecipare al più grande movimento internazionale contrario ai diritti dei netizen che si sia mai visto nella storia della Rete. Anni di trattative segrete e adesioni di importanti paesi fatte in silenzio per un testo, l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), il quale renderebbe ogni intermediario responsabile delle violazioni commesse dagli utenti che ne sfruttano i servizi, li costringerebbe a condividerne i dati personali con i titolari di diritti d’autore anche senza un ordine della magistratura, trasformerebbe i provider in sceriffi, renderebbe possibile per i titolari di diritti impedire ad un intermediario di rendere disponibile un servizio che potrebbe essere utilizzato (anche) per violare il copyright.

E poi gli scempi in merito ai prodotti farmaceutici, che esporrebbero i ricercatori di tutto il mondo ad uno stop da parte di chi non rappresenta nessuno se non i propri interessi ma è evidentemente ben rappresentato da chi dovrebbe tutelare il cittadino e l’utente.

             

L’unica buona notizia è che le mobilitazioni degli oppositori sono partite praticamente subito (qui una petizione di Agorà Digitale), facendo il paio con le dimissioni che ha presentato l’europarlamentare Kader Arif, relatore continentale del testo.

Update 27 gennaio – Anche Avaaz.org lancia la sua petizione.  

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Petizione contro “il Fava”

Se negli USA hanno fermato i senatori “amici” delle più potenti major del pianeta, nella nostra bella Italia saremo sicuramente in grado di fermare un onorevole. Firma la petizione contro il “SOPA de noantri”:

Gentile Onorevole,

deputati e senatori di quasi tutti i gruppi (Fli, Gruppo Misto, IDV, PD, PDL e Radicali) hanno presentato alla Camera molti emendamenti volti ad abrogare dalla legge comunitaria l’emendamento dell’On. Fava, che, in contrasto con le direttive europee vuole obbligare i siti web a controllare preventivamente i contenuti pubblicati dagli utenti, rimuovendoli in base ad una semplice segnalazione di una parte interessata. Se è importante la difesa del diritto d’autore questa non può avvenire a scapito dei diritti degli utenti e degli hosting provider (siti come Wikipedia, Google, Facebook) che saranno costretti ad una rimozione “selvaggia” di contenuti.

Le chiediamo di apporre la sua firma su tali emendamenti o quantomeno su alcuni di essi, per dare forza alla richiesta di abrogazione in modo che sia chiaro che la difesa del web, non come luogo di assenza di regole, ma come risorsa anche per l’informazione è condivisa da tutti gli schieramenti politici.

Internet è e sarà una risorsa fondamentale per la nostra democrazia e deve essere tutelata.

Qui la pagina Facebook della mobilitazione. Qui un “kit stampa” sull’emendamento.

Update 26 gennaio 2012 – Di petizione in petizione, qui si firma quella contro l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), che per restare in tema viene definito “il SOPA mondiale” e che oggi è stato ratificato dall’UE a Tokyo. La lotta è a tutti i livelli.

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Ancora su “MegaCospirazione”

Ragionando a bocce ferme, in merito al post precedente, non voglio certo mettermi a difesa di chi si è potuto permettere auto di lusso grazie ad attività illecite svolte dagli utenti di un servizio da lui creato e che, comunque, tecnicamente resta neutrale. Che mister Schmitz fosse a conoscenza del fatto che tolti i contenuti protetti da diritti dal suo cyberlocker esso avrebbe perso quasi tutto il suo appeal, è scontato; se poi abbia messo in atto pratiche per favorire queste violazioni di copyright, è una cosa che accerterà la magistratura.

Il mio sfogo era diretto contro una modalità d’azione che vede la Rete soggetta a una sempre più facile sospensione di alcuni diritti in favore di altri come se su Internet i primi valessero di meno rispetto alla “vita reale” (altra distinzione idiota, come se non fosse reale quello ci stiamo dicendo).

Bisogna entrare nell’ottica che ciò che si scrive e si dice e si carica nel cyberspazio ha lo stesso identico valore dei corrispettivi cartacei o televisivi o radiofonici. E che soprattutto esiste uno spazio di intermediazione che è al momento regolato chiaramente a livello comunitario così come negli Usa e che rappresenta uno scudo contro le mire di chi vorrebbe responsabilizzare alcuni attori in maniera ingiustificata e vorrebbe privatizzare la giustizia.

Ecco, allargando la visuale, sequestri preventivi fatti con l’accetta, norme come il SOPA e l’emendamento di Fava (a proposito, caro onorevole Fava, lei è un nemico di Internet come se ne sono visti poche volte in Italia, eppure ce ne sono stati, eccome se ce ne sono stati). Metti a sistema, e ne risulta una crisi di nervi. Poi i criminali vanno condannati, senza dubbio. Ma i distinguo in momenti come questo pesano più di accuse e reati, giusto per imparare qualcosa e difendere la Rete dagli attacchi sistematici dei rappresentanti di un modello di business vivo solo nelle loro teste e nelle penne di chi scrive per loro orribili norme. E dal calderone nel quale finiscono contenuti perfettamente leciti solo perché si trovano nello stesso spazio di altri protetti da copyright.

Update – E IlFuturista lancia un “movimento anti-Fava”. Mentre Fulvio Sarzana segnala l’enforcementche si vede all’orizzonte continentale.

RiUpdate 23 gennaio – Anche su Wired si illumina questa faccia della medaglia.

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Chiusi Megaupload e Megavideo

Sembra una risposta a chi ha gridato contro gli enforcement selvaggi alle norme sul diritto d’autore oscurando i propri siti e inviando missive di massa ai congressisti. I cyberlocker Megaupload e Megavideo sono stati chiusi dall’FBI e dal Dipartimento di Giustizia americana, i quali hanno ottenuto anche l’arresto del fondatore Kim Schmitz e di altri tre amministratori del sito (peraltro fermati in Nuova Zelanda, un esempio di collaborazione internazionale davvero efficiente!).

L’accusa è quella che da tempo (da sempre) i signori del copyright muovono contro i due siti: violazione massiva di copyright (oltre ad associazione a delinquere e riciclaggio). Poco importa che i due “armadietti digitali” si limitino ad incamerare ciò che caricano gli utenti, agendo di fatto da intermediari e fornendo uno spazio che come vocazione primaria non può avere la mera violazione del diritto d’autore.

Immagino solo che se avessi caricato su una delle due piattaforme un video nel quale con la totale libertà di parola che ci è concessa mi fossi scagliato davanti ad una webcam contro un sistema capace di certi abusi, il mio atto di libertà d’espressione sarebbe finito offline insieme a tutti i file protetti da diritti caricati da altri utenti. Non è una violazione questa? Non è uno sconfinamento, un eccesso nelle misure (legittime) di lotta alla pirateria? Non è una vera e propria sospensione di alcuni diritti fondamentali praticata nel nome di un interesse economico?

A mio avviso, si. Ed è frustrante quanto la coperta sia corta per chi protesta: da un lato si dà una piccola spallata al Congresso. Dall’altra, si viene colpiti in maniera durissima, mortale. Ribadisco: la lotta alla pirateria è sacrosanta ma il diritto d’autore non può prevalere sulla libertà d’espressione e sulla libertà d’impresa (giusto per citarne un paio).

Intanto, partono gli attacchi hacker (Anonymous in testa) mentre c’è chi come Stefano Quintarelli aggiunge preoccupanti particolari:

Faccio notare che, sequestrando i server, le forze dell’ordine hanno l’intero database degli utenti con tanto di indirizzi email, numeri di carte di credito e probabilmente log ed indirizzi IP.

Proprio poche settimane fa si era manifestato lo squilibrio di forze tra le industrie del disco e le ragioni di Megaupload; il cyberlocker diffondeva il materiale audio/video di una sua nuova campagna pubblicitaria messa a punto con il supporto di numerosi artisti legati a diverse major (e dunque alla RIAA). La Universal chiedeva ripetutamente a Youtube di censurare i suddetti materiali, i cui elementi però risultavano essere di proprietà di Megaupload. Nonostante tutto, il canale in questione rischiava di essere chiuso per ripetute infrazioni tutte da provare. Il caso approdava in tribunale pochi giorni dopo. Qui una ricostruzione della vicenda.

P.s.: Il Commissario Responsabile dell’Agenda Digitale europea Neelie Kroes “is glad” on Facebook in merito alle proteste di ieri

Update – Il “SOPA all’italiana” di Giovanni Fava viene approvato dalla Commissione Politiche Comunitarie.

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On strike

Ci sono dei diritti che non possono essere violati in nome di un sistema economico che ha fatto il suo tempo e si permette di non capirlo solo perché ha ancora delle protezioni enormi fatte di lobbies e connivenze della politica. SOPA e PIPA sono una coppia di leggi americane? Beh, da noi c’è l’Agcom con il suo regolamento antipirateria. E analoghi movimenti mettono i brividi ai netizen in tutto il Mondo. Abbiamo tutti gli stessi diritti, corriamo tutti gli stessi pericoli. E dunque, tanto vale lottare tutti insieme contro la censura copyright oriented. Domani si sciopera.

p.s.: aderisce anche Wikipedia.

Update 18 gennaio 2012 ore 20:01 – Sciopero finito. Tante adesioni, ma solo nella “lunga coda”. Mancano i big Facebook, Twitter, eBay, ecc. Meglio di niente, ovvero dell’accettazione silenziosa di uno scempio legislativo che non colpirebbe Internet ma la libertà di espressione e non garnatirebbe il rispetto del copyright ma darebbe solo poteri arbitrari a privati su decisioni che solo la magistratura può prendere, almeno in uno stato di diritto.

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Una cabina di regia targata Agcom

All’unanimità l’Agcom invita il governo Monti a mettere a punto una road map per il digitale nel nostro paese. Qualcuno dirà “era ora!”, qualcun altro, “meglio tardi che mai!”. Di sicuro le autorità del nostro paese non ci avevano abituato a questi toni carichi di speranza nei confronti delle ICT. 

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Senatori, siete in linea?

Premetto: trovo lodevoli sia i contenuti di questa ormai stagionata proposta di legge dei senatori Vita e Vimercati sia l’idea di veicolarla tramite un blog. Tuttavia, anzi, proprio per questo, trovo anche abbastanza paradossale l’abbandono al quale è stato destinato questo spazio. Come per quello dell’Intergruppo Parlamentare 2.0 (ne parlavo qui e da allora non si è mosso nulla), aprire un blog per farne in pochi mesi una mera cartolina dei tempi che furono è veramente triste. Viene quasi da pensare che l’apertura fosse dettata da ragioni di propaganda, come tutte le volte che gran parte della nostra classe dirigente si mette a sbandierare la sua presenza online che, appunto, è una mera presenza, direi quasi un presenzialismo, il quale non fa i conti con le logiche della Rete ma riproduce in essa le modalità televisive o peggio ancora dei comizi di piazza. Arrivando a questi paradossi come l’abbandono uno spazio online.

Coraggio senatori, basta rispondere ad una semplice domanda: che fine ha fatto il vostro progetto? C’è bisogno di pressione sul governo in questa “fase 2″ orientata alla crescita affinché le questioni di Internet vengano messe in cima all’agenda.

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Lareteingabbia a Radio1: “Monti pensi alla Rete!”

Qui sotto l’audio del mio intervento a Radio1 nella trasmissione mattutina CheckIn del 28 dicembre. Una bella occasione per gridare da una radio nazionale “dateci la bandaaaa!”.

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Kwangmyong

No non significa condoglianze. Kwangmyong è la intranet nazionale della Corea del Nord, la quale rispecchia nella realtà digitale l’isolamento che ha vissuto sotto tutti i punti di vista il paese asiatico in questi decenni di dittatura, e che purtroppo sembra destinato a vivere ancora.

La morte del despota Kim Jong-il è l’occasione per guardare da vicino uno dei più asfissianti contesti mai concepiti dal censore di Internet. Il regime socialista di Pyongyang infatti non si limita a filtrare il web, ma agisce alla radice, permettendo la connessione esclusivamente alla sopra citata intranet, nella quale sono comprese solo poche decine di siti approvati dal governo e alla quale può accedere solo una minoranza privilegiata. I siti accessibili nella Kwangmyong sono per lo più siti di propaganda del regime, i siti delle agenzie governative, siti di apologia di Kim Jong Il e di suo padre Kim Il Sung, e siti che inneggiano alla riunificazione su base socialista delle due Coree; la Corea del Sud, in risposta a questo atteggiamento, provvede a censurare sistematicamente i flussi di messaggi online provenienti dal Nord, in particolare quelli di Twitter. Senza contare le “schermaglie digitali” sul 38esimo parallelo (ad inizio luglio 2011 un rapporto della McAfee attribuiva gli attacchi subiti nelle settimane precedenti dai siti sudcoreani al governo di Pyongyang, che starebbe così facendo le prove generali di una cyberguerra. Nel frattempo, sempre dalla Nord Corea arrivavano infiltrazioni di hacker nei circuiti di giochi online dei vicini del Sud per racimolare fondi in maniera illecita).

Tornando tutta a Nord, ad un’ancor più ristretta cerchia di persone e agli stranieri è invece concessa la connessione al World Wide Web, anche per una questione di accessibilità economica (le tariffe degli Internet point non sono compatibili con gli stipendi medi dei cittadini).

Non esistono in generale media indipendenti in Corea del Nord, tutta l’informazione è controllata dalla giunta militare al potere, ma Internet ha una particolarità: avendo attivato un dominio di primo livello “.kp” solo nell’ottobre 2010, i server sui quali si basa la Nordcorea sono per lo più in Cina, Giappone, Germania e perfino Texas, comprese le pagine http://www.korea- dpr.com (pagina Web della Corea del Nord) e http://www.kcna.co.jp (la home page della Korean Central News Agency).

Molti cittadini stanno guadagnando un libero accesso a Internet tramite le reti mobili che si appoggiano a server cinesi (quindi in realtà Internet libero fino ad un certo punto, diciamo che si va dalla brace alla padella) e che vengono attivate su dispositivi comprati al mercato nero. Dal maggio 2004 è infatti vigente nel paese il divieto della telefonia mobile. Alla fine di maggio 2011 partiva a Pyongyang la messa a punto di tre diversi modelli di computer e device mobili interamente costruiti nel paese (o almeno passati al vaglio del regime prima della messa in commercio); un altro tassello nell’autarchia digitale perseguita dal defunto “Caro Leader”.

Come dicevo, c’è anche un fattore economico dietro la quasi nulla diffusione di Internet nella parte nord della penisola coreana: pc, corsi di alfabetizzazione digitale e connessioni sono incredibilmente costose per i sudditi del regime, e c’è da credere che sia esso stesso a far sì che le tariffe restino così alte. Pertanto, sebbene l’articolo 67 della Costituzione socialista garantisce la libertà di parola e di stampa, non vi è alcuna possibilità di scardinare il dominio dello Stato sull’accesso ad Internet come su qualunque manifestazione del diritto di espressione. Un piccolo spiraglio si aprì nell’estate 2010, quando il governo decise di aprire un proprio account su Twitter e Youtube; i contenuti finora caricati sono ovviamente soltanto propaganda di regime e accuse agli oppositori (repubblica del Sud inclusa), ma insieme all’imminente passaggio di consegne al vertice dello stato questo dato potrebbe innescare un certo rinnovamento.

O almeno speriamo, perché le lacrime viste in tv questi giorni dipingono scenari di propaganda che l’umanità ha bisogno di lasciarsi alle spalle.

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