Articoli con tag testate

Il castello di carta

Sembra ormai chiusa la fase delle diagnosi sulla crisi dell’editoria, spazio alle cure: tagli della foliazione, chiusura di giornali e paywall in arrivo per i siti delle testate. E il cortocircuito figlio della frattura generazionale è sempre più evidente.

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“Senatori che uccidono la Rete”. Il flash mob al Pantheon

sulatesta al Pantheon

La “salva Sallusti” in discussione al Senato “metterà il bavaglio a chi fa informazione sul Web, disincentivando giornalisti e blogger a scrivere per paura di ricevere richieste di rimozione, essere trascinati in tribunale ed essere multati”. #Sulatesta ha così organizzato un flash mob in piazza del Pantheon per protestare contro “una norma che con la scusadella libertà di informazione rischia di uccidere le nuove forme di espressione sul Web”. Tra gli altri, Alessandro Gilioli, Gianfranco Mascia e Guido Scorza, armati di tastiere, mouse e cavi ethernet e circondati da un nastro giallo con su scritto “Scena del crimine. Senatori che uccidono la Rete”.

Update – Stando a quanto afferma Scorza di ritorno dal Transatlantico di Montecitorio, anche l’impostazione data dalla Cassazione, di cui si parlava nel precedente post, sembra saltata.

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La “salva Sallusti” senza “ammazza blog”

La “salva Sallusti” è stata approvata da poche ore dalla commissione Giustizia del Senato e si prepara all’esame dell’aula. Tra le disposizioni previste nel testo, l’obbligo di rettifica per le testate telematiche. Questa spada di Damocle che ormai da anni si ripresenta sulla testa di chi scrive sul Web sembra tuttavia aver perso la sua caratteristica più minacciosa; resterebbero infatti esclusi dagli obblighi di rettifica entro 48 ore i blog e i siti che hanno carattere informativo ma che non sono registrati come testate.

Dunque, di nuovo arginati i più censori e pericolosi intenti di quella parte del nostro universo politico sempre pronta a usare il manganello contro chi affida ai bit il proprio pensiero? Vedremo. Sembra intanto ribadita l’impostazione che vede l’obbligo di registrazione delle testate telematiche e il rispetto di tutti gli oneri che ne derivano come passaggio meramente amministrativo del quale devono farsi carico solo coloro che voglio accedere ai contributi pubblici dell’editoria, come ha più volte stabilito la Corte di Cassazione.

Ma c’è da vigilare sul prossimo passaggio istituzionale prima di dirsi certi che questa sia una buona notizia per l’informazione online.

Update 24 ottobre – Come volevasi dimostrare, Guido Scorza informasul fatto che in realtà quegli intenti censori restano intatti in altre forme. 

E arriva il diritto all’oblio, che se non rispettato si traduce in multe salate. Anche per i blog. Ma c’è chi non la vede così nera

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La coperta corta del giornalismo digitale

La difficoltà con la quale le testate italiane transitano nella nuova epoca digitale è il risultato di una serie di variabili che, messe a sistema, restituiscono il quadro di un cortocircuito. Il paradigma al quale la maggior parte degli editori sembra essersi allineata negli utlimi anni è “passare al digitale, ma senza investire”. I siti Internet dei giornali cartacei che le mattine riempiono gli scaffali delle edicole sono in realtà ancora surrogati degli stessi, prodotti da schiere di “aggregatori” di agenzie e materiale raccolto in giro per la Rete. La qualità subentra quasi sempre solo dal lavoro svolto per la carta, mentre le schiere di cui sopra sono composte da stagisti o collaboratori sottopagati.

Gli stessi ai quali un contratto ordinario è negato da un ricambio “redazionalgenerazionale” ingessato da anni; e così, mentre chi è dentro acquisisce scatti di anzianità rifiutandosi di approcciare il mondo della Rete (il pretesto è che il contratto non lo prevede) chi è fuori spende per scrivere più di quanto guadagna, e per quello che produce su Internet non vede il becco di un quattrino. Forse anche perché gli utenti che fruiscono di quei contenuti sono abituati a farlo gratis, e l’idea di dover pagare per leggere un giornale online li spingerebbe subito a mettere tra i preferiti la testata concorrente.

In tutto questo, il traffico che generano i siti supera ormai quello delle copie vendute e l’unica voce pubblicitaria con un “+” davanti è quella relativa al digitale. A fare da contraltare è l’instinto che contraddistingue i cda che amministrano i grandi gruppi editoriali: l’avidità in tempi di crisi. Insomma, si punta a cambiare un modello di produzione cercando, però, di risparimiare il più possibile, puntando tutto sul lavoro precario mentre si distribuiscono stipendi d’oro a chi non contribuirà mai al prodotto protagonista di un futuro talmente prossimo da essere il presente; di più, molti professionisti della carta stampata vedono la Rete come una minaccia al proprio lavoro (e alla propria posizione).

Ad un quadro già a tinte fosche si aggiunge un paradosso: editori che con una mano chiedono oboli ai motori di ricerca rei di lucrare indicizzando i propri contenuti, mentre con l’altra incassano proventi pubblicitari che crescono al crescere di numeri molto spesso frutto della stessa indicizzazione.

È dunque una matassa piuttosto intricata quella che sono ora chiamati a sciogliere, ognuno per la propria area di competenza, da un lato il legislatore (vedi l’equo compenso per i giornalisti) e dall’altra i comitati di redazione che sempre più spesso finiscono tra l’incudine e il martello. Il precario, intanto, attende e ringrazia per l’attenzione.

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