Articoli con tag Asta delle frequenze

Una banda sempre più stretta

Giusto per segnalare che nella bozza della Legge di Stabilità sono spariti 770 milioni per la banda larga; si parla della metà di quel surplus ricavato dall’asta delle frequenze che era stato promesso allo sviluppo della Rete veloce nostrana. Chi doveva decidere di quei soldi è nella foto qui sotto, mi sembra inutile ribadire per l’ennesima volta i perché, i per come.Paolo Romani e Giulio Tremonti

Il tutto mentre sembra definitivamente naufragato il Tavolo Romani (la Telecom nei giorni scorsi ha confermato la sua uscita); al suo posto si affaccia il piano di MetrowebAd addolcire la giornata l’annuncio che “Milano sarà la prima città italiana con l’accesso a Internet wireless al 100%”. 

Qui invece un’analisi condotta da Wired sulle richieste di rimozione di contenuti e consegna di dati personali degli utenti avanzate dalle autorità di vari paesi (tra i quali ovviamente l’Italia) a Google (fuori argomento, lo so, però vale la pena dargli più di un’occhiata). 

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Internet è una cura per la crisi. Che vi piaccia o no

Secondo il rapporto McKinsey Internet farebbe guadagnare molti più posti di lavoro di quanti non ne faccia perdere; nello specifico, nel nostro paese l’economia che viaggia in Rete ha creato 700mila posti di lavoro distruggendone 380mila. Dunque, un saldo netto di 320mila posti di lavoro guadagnati. E il dato sarebbe ancor più positivo se gli investimenti nell’Internet Economy fossero più coraggiosi. Lo dimostra la Francia, dove a fronte di 500mila posti di lavoro bruciati se ne siano materializzati un milione e duecentomila. E questo perché i nostri cugini hanno da tempi capito l’importanza di investire in banda larga e ultralarga; secondo i calcoli di Sacco “è dimostrato che ogni 10 per cento di aumento di penetrazione della banda larga, la ricchezza di un paese in termini di Pil cresce dell’1 per cento. E ogni mille nuovi utenti di banda larga si creano 80 nuovi posti di lavoro”. E le occasioni non riguardano solo le aziende “della rete”, perché, come afferma lo stesso rapporto McKinsey, “Internet comporta una modernizzazione per tutti i settori economici e il maggiore impatto positivo si registra per le imprese tradizionali: tre quarti della ricchezza totale prodotta dalla rete viene da aziende che non si definiscono Internet player ma che hanno beneficiato dalla innovazione digitale”. E sarebbero soprattutto le Piccole e Medie imprese a beneficiare di queste opportunità, cosa che non accade ancora visto che la maggior parte dei 700mila posti vengono fuori dalla grande industria. Dunque, investire nelle nuove tecnologie sembra essere un must per uscire fuori dalla crisi e porre le basi dell’economia del prossimo futuro; azzerare il digital divide e migliorare le infrastrutture di rete per far si che cresca significativamente un settore che già oggi equivale al 2% del PIL (ovvero a 36,1 miliardi di euro).

Il nostro governo ha più volte dimostrato di avere molta attenzione per la Rete. Peccato sia sempre stati in senso esattamente opposto; vedi l’ultimo capitolo della saga “Sua Emittenza non gradisce l’ICT”.

CYBERTRUFFE – Certo bisognerà accrescere anche l’attenzione quando si naviga; secondo l’indagine Norton Cybercrime Report della Symantec gli italiani vittime di cyberciminali, nell’ultimo anno, sono stati in media 22646 al giorno. E se dati come il fatto che il 69% dei netizen nostrani non ha un antivirus aggiornato restituiscono una causa scontata, più curioso il fatto che chi mente online sui propri dati ha un bel 20% in più di possibilità di essere colpito dalle frodi telematiche (61% contro 81%). Dopo virus e malaware come cause principali di problematiche subite ci sono le molestie sessuali e profili social vittime di hacker; l’ammontare dei danni si stima, sempre nell’ultimo anno, in 616,7 milioni di euro a livello materiale e ben 6,1 miliardi di euro a livello di tempo perso. Gli stessi numeri su scala globale sono rispettivamente 114 e 274 miliardi di dollari.

UPDATE 24 settembre 2011 – Si conclude l’asta sulle frequenze per la parte relativa a quelle più pregiate (800mhz), che saranno sottratte alle tv locali in loro possesso entro la fine del 2012; Tim, Vodafone e Wind se ne aggiudicano due lotti ciascuno, per un ricavo complessivo per lo stato di 3,7 miliardi di euro. Un passo in avanti verso il 4G nel nostro BelPaese.

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E anche Libero soccombe a Mediaset

MediasetUna nuova vittoria per Mediaset: il Tribunale di Milano ha condannato il portale Libero.it a rimuovere un migliaio di filmati che appartengono alle reti di Cologno Monzese. A nulla sono valsi i tentativi dei legali dello spazio online di dimostrare la posizione di mero intermediario del “proprio assistito”: il giudice ha infatti sancito che il servizio “sarebbe stato dolosamente inadempiente agli obblighi di diligenza su di esso incombenti pur avendo avuto contezza del contenuto illecito di materiali inviati da utenti”, soprattutto per il fine di lucro che perseguiva abbinando spazi pubblicitari ai contenuti incriminati. La Wind, proprietaria di Libero, rischia ora una sanzione pecuniaria fino a 100 milioni di euro.

La vicenda ricalca molto da vicino quella già vista quattro anni fa; la ricostruisco: nel luglio 2008 Mediaset deposita al tribunale Civile di Roma un atto di citazione nei confronti di Google, proprietaria di Youtube, chiedendogli un risarcimento danni di 500 milioni di euro. Il reato contestato è “illecita diffusione e sfruttamento commerciale di file audio-video di proprietà delle società del gruppo”. L’azienda della famiglia Berlusconi spiega così, in un comunicato, la sua decisione: “alla data del 10 giugno 2008, dalla rilevazione a campione effettuata da Mediaset sono stati infatti individuati sul sito Youtube almeno 4.643 filmati di nostra proprietà, pari a oltre 325 ore di materiale emesso senza possedere i diritti. Alla luce dei contatti rilevati e vista la quantità dei documenti presenti illecitamente sul sito è possibile stabilire che le tre reti televisive italiane del gruppo abbiano perduto ben 315.672 giornate di visione da parte dei telespettatori”. Tra il 16 dicembre 2009 e il febbraio 2010 due ordinanze del tribunale danno parziale ragione a Mediaset, condannando Youtube a rimuovere dal sito tutti i frammenti della trasmissione “Grande Fratello”, vero argomento della disputa. Simile epilogo nell’omologo processo che vedeva contrapposti in Spagna il colosso di Mountain View e l’emittente televisiva Telecinco, anch’essa controllata da Mediaset.

Bisgona però segnalare una certa distanza tra la sentenza del tribunale di Roma e quella di Madrid in merito alle dispute tra Youtube e le reti televisive: nella seconda si chiarisce a chiare lettere che l’intermediario passivo non può mai essere colpevolizzato a meno che i titolari di diritto d’autore non provino di aver infruttuosamente provato ad utilizzare le procedure di segnalazione e rimozione dei video rese disponibili agli utenti, e che la produzione di un lucro non cambia questo quadro; nella prima si propende invece verso una valutazione delle responsabilità caso per caso e si affermacome non apparirebbe “nemmeno ragionevole sostenere l’assoluta estraneità alla commissione dell’illecito posto che le reclamanti (n.d.r. Google e YouTube) hanno continuato la trasmissione del Grande Fratello nei loro siti internet, organizzando la gestione dei contenuti video anche a fini pubblicitari, nonostante le ripetute diffide ed azioni giudiziarie iniziate da RTI che rivendicava la paternità e titolarità dell’opera, né può farsi carico a RTI che agisce per la tutela dei propri diritti di fornire alle reclamanti i riferimenti necessari alla esatta individuazione dei singoli materiali caricati sulla piattaforma URLs”. In pratica, si toglie un pezzo di onere al detentore di diritti accollandolo all’intermediario, pur assolvendolo perché comunque più forti gli argomenti cardine del regime imposto dalla direttiva europea 2000/31/CE (sulla “Responsabilità dei prestatori intermediari”, recepita in Italia dal D.lgs. n. 70/2003 che disciplina i “servizi della società dell’informazione”) la quale agli articoli dal 12 al 15, stabilisce principi fondamentali: da essi si evince come gli intermediari che hanno un ruolo passivo (e dunque non fanno attività editoriale di alcun tipo) siano esonerati da qualunque responsabilità nella misura in cui provvedono semplicemente al “trasporto” di informazioni provenienti da terzi. Inoltre, viene limitata la responsabilità dei prestatori di servizi per altre attività intermediarie come l’archiviazione delle informazioni. In altri termini, i fornitori d’infrastruttura e i fornitori d’accesso non potranno essere ritenuti responsabili delle informazioni trasmesse, purché non diano origine alla trasmissione e non selezionino il destinatario della trasmissione o le informazioni trasmesse. Questo regime “assolutorio” è valido però solo nel caso in cui i servizi di hosting, gli ISP e i content provider si impegnino in una tempestiva e proficua collaborazione con le forze dell’ordine e le autorità per la rimozione e il blocco dei contenuti incriminati, nonché per la fornitura dei dati necessari all’individuazione dei colpevoli.

BIVI – Segnalo due importanti date che si avvicinano: il 25 giugno il ministro Paolo Romani pubblicherà il disciplinare definitivo per l’assegnazione di nuove frequenze alla banda larga mobile, con l’asta che dovrebbe concludersi entro settembre; e il 21 giungo, giorno nel quale il ministero allo Sviluppo Economico presenterà (in ritardo di un paio di mesi) il primo piano della società pubblico-privata che farà da sfondo al progetto di Next Generation Networking (NGN).

UPDATE 22 giugno 2011 – Il Comitato esecutivo per l’NGN ha presentato agli operatori di telecomunicazioni riuniti al Tavolo Romani il programma per la costituzione della società FiberCo, la società a partenariato pubblico (Cassa Depositi e Prestiti) e privato che dovrà gestire la messa a punto della rete di nuova generazione. Ai suddetti operatori viene concessa una settimana di tempo per valutare il piano che punta a connettere alla fibra il 50% delle “unità immobiliari” entro al fine del 2020. Nel programma è presente anche una clausola che rende possibile per Telecom accaparrarsi il controllo dell’infrastruttura una volta terminato lo switch dal rame alla fibra. 

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Broadband italiana in zona retrocessione

Corrado CalabròL’allarma è forte: “L’Italia, sulla banda larga, è sull’orlo della retrocessione in serie B”. A lanciarlo è il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò davanti al Parlamento, in occasione della presentazione della relazione annuale sulle attività svolte dall’Authority. Le motivazioni sono presto dette: “la penetrazione della banda larga è del 22% per cento, a fronte di una media europea del 26,6 per cento […] esiste ancora un digital divide del 4 %” e “circa il 18 per cento della popolazione è servita da ADSL sotto i 2 Mbit al secondo”, il che potrebbe rendere impossibile al nostro paese la diffusione della broadband su tutto il territorio, soprattutto vista la differenza di velocità che ancora persiste tra connessioni fisse e mobili. L’immobilismo del Governo e la mancanza di accordo tra gli attori in causa sono altre importanti cause alla base di una situazione tanto critica, nella quale continua a mancare una seria Agenda Digitale.

Nella stessa sede, come riportato in un precedente post, è arrivata la “controrelazione” di Agorà Digitale, Adiconsum, Assonet Assoprovider-Confcommercio e Studio Legale Sarzana collegata alla presentazione del “Libro Bianco su copyright e tutela dei diritti fondamentali sulla rete internet”. Qui il video dell’intervento al quale ha preso parte anche il commissario dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni Nicola D’Angelo, che ad inizio maggio era stato sollevato dall’incarico di relatore della delibera dell’Agcom668/2010. Segnalo anche le reazioni espresse a caldo da Stefano Quintarelli.

TAVOLO ROMANI – Il tema broadband, in ogni caso, è caldo già da diverse ore. La settimana scorsa infatti il Presidente di Telecom Franco Bernabè esprimeva questa posizione in merito in merito al Tavolo Romani: “Da nessun’altra parte c’è un intervento diretto del pubblico. Se lo Stato vuole tornare a essere imprenditore va benissimo: ha Infratel e lo faccia per conto suoi”, rischiando però così di tornare “indietro di 15 anni, al ministero delle Poste e delle Telecomunicazioni […] No allo Stato imprenditore e basta perdite di tempo: si bloccano gli investimenti in banda larga e ultralarga. Abbiamo un piano di investimenti su 13 città nel 2011 e 125 città entro il 2018 e siamo trattenuti dall’andare avanti”, soprattutto per i “vincoli rappresentati dalla regolamentazione e quelli dei tavoli che ci impediscono di accelerare i tempi”. Bernabè rilanciava così il dibattito tra la Telecom, che ribadisce di poter mettere a punto da sola una rete di nuova generazione, e chi invece pensa che il paese se ne possa permettere una sola e condivisa tra tutti gli operatori. Poche ore dopo, il presidente di Telecom allarga la questione indirizzando alla Commissione Europea (in particolare al responsabile dell’Agenda Digitale Neelie Kroes) una lettera nella quale si lamentava dell’Agcom e delle sue politiche in materia di sviluppo delle infrastrutture di rete in Italia, proprio mentre il ministro Paolo Romani risponde alle accuse: “Non si tratta assolutamente di una nazionalizzazione anche perché il 10 di novembre del 2010 abbiamo firmato con Telecom Italia un memorandum of understanding dove c’è scritto che la società pubblico-privata, la Infraco, agisce secondo il principio di sussidiarietà e interviene con un’infrastruttura passiva. Lo Stato non si mette dunque a fare nessuna concorrenza alle aziende italiane di telecomunicazione ma contribuisce a favorire il mercato”. Romani aggiungeva che Telecom non vorrebbe l’intervento pubblico per la paura di perdere quella posizione di vantaggio nei confronti degli avversari garantitale dall’essere ex monopolista.

Il tutto mentre ancora si attende l’avvio dell’asta delle frequenze, altra vicenda sempre più vicina ad assumere i tratti della telenovela.

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Telecom vuole maggiore chiarezza sull’asta

Asta delle frequenzeArrivano le reazioni alle procedure con le quali l’Agcom ha accelerato il percorso verso l’asta delle frequenze liberate dal digitale terrestre. Franco Bernabè di Telecom chiede, tramite una lettera inviata a Berluconi, Tremonti e Romani, maggiori dettagli sullo svolgimento dell’asta (soprattutto alla luce delle frequenze ancora occupate dai piccoli operatori impegnati a battere cassa al Governo) e sulle riduzioni delle tariffe di terminazione mobile, in pratica sulle cifre che gli operatori devono pagare a Telecom per l’utilizzo delle reti di sua proprietà. Argomento caldo, soprattutto perché la delibera 301/11/CONS dell’Agcom ha iniziato l’iter che la porterà alla Commissione Europea e poi ancora ad una consultazione nazionale. In essa si parla di obblighi in capo a Telecom; uno su tutti, la necessità che l’ex monopolista garantisca l’accesso disaggregato alle sue infrastrutture agli operatori alternativi.

EGOV DA INVIDIA – Intanto il Rapporto annuale Istat piazza le politiche italiane in materia di e-Government al top della classifica europea, premiando così la riforma della Pubblica Amministrazione targata Brunetta. Come Austria, Irlanda, Portogallo e Malta infatti, il nostro paese con la totalità di servizi erogati elettronicamente si pone molto al di sopra della media europea, attualmente ferma all’84,3%. Il vero problema, dunque, risiede nell’utilizzo dei suddetti servizi da parte dei cittadini: solo il 22% ne usufruisce per interagire con la PA e solo il 7,5% per l’invio di modulistica, con il nostro paese che si piazza così quintultimo in entrambe le classifiche basate su questi indicatori.

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Asta delle frequenze: si parte (finalmente)

Asta delle frequenzeL’asta per il dividendo digitale sembra davvero in procinto di partire, dopo che l’Agcom ha reso operative le procedure per l’assegnazione delle frequenze destinate alla banda larga e alle emittenti televisive digitali; in vendita risultano così i circa 300 Mhz di banda liberatisi con il passaggio al digitale terrestre, che comprendono bande a 800, 1800, 2000 e 2600 Mhz (per quelle a 1800Mhz, attualmente usate per il GSM, si prevede l’utilizzo nelle reti telefoniche e di connessione senza fili di nuova generazione LTE e WiMax). Aste del genere si sono già svolte in altri paesi con ottimi ricavi, come i 4,3 miliardi in Germania. Da noi il governo stima di poter ricavare circa 2,4 miliardi di euro da investire per lo sviluppo della broadband nella penisola. Per far si che il risultato sia in linea con questi obiettivi, vengono così posti dei vincoli agli acquirenti: viene stabilito un tetto massimo acquistabile da un singolo operatore e si impone ai futuri proprietari il rispetto di alcune norme legate alla lotta al digital divide e alle tariffe che saranno poi applicate agli utenti.

C’è tuttavia ancora un importante nodo da sciogliere: alcune frequenze sono libere solo in teoria, perché ancora occupate da emittenti locali private. A titolo di risarcimento erano già stati previsti per esse 240 milioni di euro, il 10% dei ricavi dell’asta. Tuttavia, i loro rappresentanti hanno chiesto esattamente il doppio.

PA E PRIVACY – E mentre l’ottava Commissione del Senato porta avanti le audizioni dell’indagine su banda larga e neutralità della rete, l’avvocato Graziano Garrisi e il dottor Lino Fornano mettono in guardia sui pericoli che si celano dietro alcune iniziative del Governo; in particolare, le semplificazioni in materia di applicazione delle norme sulla privacy in ambito burocratico introdotte con lo schema di Decreto Legge approvato a Palazzo Chigi il 5 marzo scorso. 

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Italia: l’Internet Economy vale 56 miliardi

Il Boston Consulting Group, su commissione di Google, ha condotto uno studio su Internet in relazione all’economia italiana. Da esso si evince innanzitutto che l’Internet Economy nel nostro paese nel 2010 ha raggiunto un giro d’affari di 31,6 miliardi di euro (2% del PIL), ai quali vanno sommati i 17 miliardi che proverrebbero dall’indotto e i 7,4 dell’e-procurement, la somma dei beni e servizi acquistati online dalla Pubblica Amministrazione. La proiezione per il futuro, vista la crescita di 10 punti percentuali registrata rispetto al 2009, è l’arrivo al 4,3% del Prodotto Interno Lordo per il 2015. Importante appare la crescita di introiti dell’1,2% per le PMI che usano attivamente la rete per la compravendita, mentre i contenuti digitali sono dominati dal poker online, settore che ha fatturato da solo 3 miliardi di euro nell’ultimo anno. Importante per lo sviluppo dell’Internet Economy italiana è poi il settore mobile, sul quale il nostro paese parte avvantaggiato vista l’alta diffusione di dispositivi tramite i quali affermano di compiere acquisti il 3% degli utenti e il 10% intende farlo in futuro.

ASTA DELLE FREQUENZE – Certo che proprio questo sviluppo, come si sa, rende indispensabile investire nelle infrastrutture delle connessioni in mobilità, le cui reti sarebbero vicine al collasso per saturazione. Investimenti che subiscono rallentamenti di fronte a richieste come quelle delle tv nell’ambito dell’asta delle frequenze che dovrebbe garantire un rientro di 2,4 miliardi di euro da utilizzare per lo sviluppo della broadband mobile. Aeranti-Corallo e Frt, società che si occupano della rappresentanza delle tv locali nella vicenda, fanno sapere che se il governo vuole le frequenze che appartengono ad esse deve sborsare 480 milioni di euro anziché i 240 previsti dalla Legge di Stabilità. E sembrano intenzionate ad andare fino in fondo, compreso un eventuale ricorso al Tar del Lazio che bloccherebbe l’asta e tutte le dinamiche ad essa correlate. Il tutto mentre in Germania l’asta ha già avuto luogo e in Spagna, Francia e Regno Unito si accelera per arrivare a realizzarla.

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