Archivio per la categoria Access Denied

I post in stand by, la mappa dei materiali, le nuove avventure

Lareteingabbia si prende una pausa, ma non lo fa chi cura il blog. In realtà era già da tempo che la sezione dedicata ai post non veniva aggiornata, tanto da rendere quasi tardiva una tale precisazione. Tuttavia, è l’occasione per informare chi legge che questo stand by non ha coinvolto la sezione “Tutto quello che c’è da sapere“; i materiali ospitati sul blog sono stati infatti aggiornati e da questo momento saranno anche localizzati su una mappa; clicca sull’immagine qui sotto per aprirla a tutto schermo e consultare gli ultimi pdf condivisi.

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Inoltre, chi avesse voglia di seguirmi altrove troverà di sicuro interesse gli approfondimenti radiofonici settimanali ai quali collaboro nella trasmissione di Radio Radicale Presi per il Web.

Buon ascolto!

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Una firma per Hamza

His Majesty King Abdullah Bin Abdul Aziz Al Saud
The Custodian of the two Holy Mosques
Office of His Majesty the King
Royal Court, Riyadh
KINGDOM OF SAUDI ARABIA

Sua Maestà,

sono un simpatizzante di Amnesty International, l’Organizzazione non governativa che dal 1961 agisce in difesa  dei diritti umani, ovunque nel mondo vengano violati.

Le scrivo per sollecitarLa a revocare l’ordine d’arresto nei confronti di Hamza Kashgari.

Le chiedo di rilasciarlo immediatamente e senza condizioni, che l’inchiesta venga archiviata e che nell’immediato egli possa essere assistito da un avvocato di sua scelta, anche nel corso degli interrogatori.

La ringrazio per l’attenzione.

Il messaggio è di Amnesty International (rubo da IlNichilista). Hamza Kashgari è un ragazzo saudita che ha espresso in tre tweet un pensiero non ortodosso sul compleanno di Maometto. Per questo ora rischia una condanna a morte per apostasia. Le firme potrebbero anche non servire a nulla, certo. Ma neanche ci costano, nulla, mentre ad Hamza l’aver espresso un sentimento religioso in un paese del tardo medioevo industriale può costare la vita. Firma qui la petizione in sua difesa.

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Proteste giuste, ma per i motivi sbagliati?

Mi sembra doveroso segnalare questo pezzo di Valigiablu, nel quale si mette in luce come ACTA sia avversato in queste ore forse per i motivi sbagliati. Non è una difesa del trattato, anzi, è ben sottolineato il danno che esso creerebbe e gli scenari ai quali darebbe modo d’esistere, ma si fa una specie di grande rettifica sul alcuni dei punti nodali (che ho toccato anch’io quindi è doppiamente giusto che io segnali il post).

Da diversi mesi ci stiamo occupando di ACTA, abbiamo intervistato il Portavoce dell’UE per il commercio John Clancy e fatto un punto sulla protesta e seguito il percorso ‘legislativo’ con il primo sì da parte di 22 Stati membri dell’UE. Siccome, come sempre, pensiamo che una protesta debba essere informata, continuiamo il nostro approfondimento proponendo questo articolo che analizza la fragilità e la debolezza della protesta contro questi accordi.

Continua a leggere su ValigiabluSegnalo anche l’analisi di Arturo Di Corinto.

ACTA è solo in apparenza un accordo commerciale: in realtà esso è di natura legislativa. Perciò è Inaccettabile che i parlamentari italiani siano stati esclusi dal processo, mentre 42 dirigenti delle industrie con interessi correlati a brevetti e copyright hanno potuto accedere ai documenti e concorrere alla loro formulazione, mentre si richieda di accettare come fatto compiuto i risultati di un lavoro svolto in segreto.
Non è ammissibile che a decidere del futuro della libertà e ad interferire con le leggi di uno Stato sovrano siano pochi funzionari e rappresentanti di corporation.

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Un bavaglio formato mondiale

Insomma, l’Unione Europea ha deciso di partecipare al più grande movimento internazionale contrario ai diritti dei netizen che si sia mai visto nella storia della Rete. Anni di trattative segrete e adesioni di importanti paesi fatte in silenzio per un testo, l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), il quale renderebbe ogni intermediario responsabile delle violazioni commesse dagli utenti che ne sfruttano i servizi, li costringerebbe a condividerne i dati personali con i titolari di diritti d’autore anche senza un ordine della magistratura, trasformerebbe i provider in sceriffi, renderebbe possibile per i titolari di diritti impedire ad un intermediario di rendere disponibile un servizio che potrebbe essere utilizzato (anche) per violare il copyright.

E poi gli scempi in merito ai prodotti farmaceutici, che esporrebbero i ricercatori di tutto il mondo ad uno stop da parte di chi non rappresenta nessuno se non i propri interessi ma è evidentemente ben rappresentato da chi dovrebbe tutelare il cittadino e l’utente.

L’unica buona notizia è che le mobilitazioni degli oppositori sono partite praticamente subito (qui una petizione di Agorà Digitale), facendo il paio con le dimissioni che ha presentato l’europarlamentare Kader Arif, relatore continentale del testo.

Update 27 gennaio – Anche Avaaz.org lancia la sua petizione.  

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Kwangmyong

No non significa condoglianze. Kwangmyong è la intranet nazionale della Corea del Nord, la quale rispecchia nella realtà digitale l’isolamento che ha vissuto sotto tutti i punti di vista il paese asiatico in questi decenni di dittatura, e che purtroppo sembra destinato a vivere ancora.

La morte del despota Kim Jong-il è l’occasione per guardare da vicino uno dei più asfissianti contesti mai concepiti dal censore di Internet. Il regime socialista di Pyongyang infatti non si limita a filtrare il web, ma agisce alla radice, permettendo la connessione esclusivamente alla sopra citata intranet, nella quale sono comprese solo poche decine di siti approvati dal governo e alla quale può accedere solo una minoranza privilegiata. I siti accessibili nella Kwangmyong sono per lo più siti di propaganda del regime, i siti delle agenzie governative, siti di apologia di Kim Jong Il e di suo padre Kim Il Sung, e siti che inneggiano alla riunificazione su base socialista delle due Coree; la Corea del Sud, in risposta a questo atteggiamento, provvede a censurare sistematicamente i flussi di messaggi online provenienti dal Nord, in particolare quelli di Twitter. Senza contare le “schermaglie digitali” sul 38esimo parallelo (ad inizio luglio 2011 un rapporto della McAfee attribuiva gli attacchi subiti nelle settimane precedenti dai siti sudcoreani al governo di Pyongyang, che starebbe così facendo le prove generali di una cyberguerra. Nel frattempo, sempre dalla Nord Corea arrivavano infiltrazioni di hacker nei circuiti di giochi online dei vicini del Sud per racimolare fondi in maniera illecita).

Tornando tutta a Nord, ad un’ancor più ristretta cerchia di persone e agli stranieri è invece concessa la connessione al World Wide Web, anche per una questione di accessibilità economica (le tariffe degli Internet point non sono compatibili con gli stipendi medi dei cittadini).

Non esistono in generale media indipendenti in Corea del Nord, tutta l’informazione è controllata dalla giunta militare al potere, ma Internet ha una particolarità: avendo attivato un dominio di primo livello “.kp” solo nell’ottobre 2010, i server sui quali si basa la Nordcorea sono per lo più in Cina, Giappone, Germania e perfino Texas, comprese le pagine http://www.korea- dpr.com (pagina Web della Corea del Nord) e http://www.kcna.co.jp (la home page della Korean Central News Agency).

Molti cittadini stanno guadagnando un libero accesso a Internet tramite le reti mobili che si appoggiano a server cinesi (quindi in realtà Internet libero fino ad un certo punto, diciamo che si va dalla brace alla padella) e che vengono attivate su dispositivi comprati al mercato nero. Dal maggio 2004 è infatti vigente nel paese il divieto della telefonia mobile. Alla fine di maggio 2011 partiva a Pyongyang la messa a punto di tre diversi modelli di computer e device mobili interamente costruiti nel paese (o almeno passati al vaglio del regime prima della messa in commercio); un altro tassello nell’autarchia digitale perseguita dal defunto “Caro Leader”.

Come dicevo, c’è anche un fattore economico dietro la quasi nulla diffusione di Internet nella parte nord della penisola coreana: pc, corsi di alfabetizzazione digitale e connessioni sono incredibilmente costose per i sudditi del regime, e c’è da credere che sia esso stesso a far sì che le tariffe restino così alte. Pertanto, sebbene l’articolo 67 della Costituzione socialista garantisce la libertà di parola e di stampa, non vi è alcuna possibilità di scardinare il dominio dello Stato sull’accesso ad Internet come su qualunque manifestazione del diritto di espressione. Un piccolo spiraglio si aprì nell’estate 2010, quando il governo decise di aprire un proprio account su Twitter e Youtube; i contenuti finora caricati sono ovviamente soltanto propaganda di regime e accuse agli oppositori (repubblica del Sud inclusa), ma insieme all’imminente passaggio di consegne al vertice dello stato questo dato potrebbe innescare un certo rinnovamento.

O almeno speriamo, perché le lacrime viste in tv questi giorni dipingono scenari di propaganda che l’umanità ha bisogno di lasciarsi alle spalle.

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La Cina oscura la Mongolia Interna

Mongolia Interna Internet OscuratoCirca duemila studenti scesi in piazza per protestare contro l’uccisione di un pastore appartenente ad una minoranza etnica ad opera di un camionista cinese di etnia Han. Una situazione che, creatasi nella Mongolia Interna, è considerata così delicata da spingere le autorità cinesi ad oscurare ogni riferimento ad essa veicolato dai social network del paese. Dunque, il timore che alla lunga si potesse trovare in casa movimenti come quelli quelli che in Medio Oriente hanno rovesciato governi e mobilitato alla protesta masse di cittadini ha fatto propendere Pechino per soluzioni drastiche. Il filtraggio colpisce così le centinaita di milioni di utenti dei servizi di microblogging Sina e Tencent e del “Facebook cinese” Renren, con i profili provenienti dalla regione in questione inaccessibili dalla Cina.

Nel frattempo, da Pechino arrivano conferme circa la creazione di un cybercommando incaricato di difendere il paese da eventuali attacchi digitali esterni. Trenta uomini formano così The Blue Army.

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Torture per i netizen siriani

Rivolta in SiriaFacebook Syrian Revolution 2011 è la pagina creata sul social network dai rivoltosi siriani impegnati nel tentativo di rovesciare la presidenza di Bashar el-Assad; obiettivo principe è catalizzare le voci della protestaTuttavia, nelle ultime ore la rappresaglia governativa ha iniziato ad arginare in maniera sempre più stringente i canali di comunicazione del paese, mentre si susseguono violenze e arresti a catena per i manifestanti ai quali vengono chiesti i dati di accesso ai propri account online. E per chi si rifiuta, pronta la tortura. Nel mirino del governo di Damasco sembra essere finita non solo la comunità degli utenti di Facebook (che come Twitter è sottoposto a quotidiane manomissioni), ma la stessa azienda; Zuckerberg e soci sarebbero colpevoli di aver cancellato la pagina Syrian Electronic Army, creata a sostegno del governo, il quale ha annunciato misure straordinarie contro il social network.

GOOGLE vs NUOVA DELHI – Intanto il Wall Street Journal rivela lo scetticismo con il quale a Mountain View sarebbero state accolte le nuove manovre legislative indiane. In particolare, i vertici di Google avrebbero criticato, in un memorandum circolato all’interno degli uffici dell’azienda, le nuove leggi che obbligherebbero siti e gestori di spazi online a rimuovere su richiesta delle autorità entro 36 ore contenuti considerati blasfemi, offensivi o incitanti alla violenza verso capi religiosi e politici. Definizioni abbastanza vaghe da esporre la Rete a provvedimenti di arbitraria censura. Tuttavia, difficilmente BigG ripeterà l’esperienza di guerra aperta sperimentata con Pechino poco più di un anno fa. 

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Il monopolio della censura cinese

Censura cinese su InterneControllo totale. E da oggi in esclusiva. Il governo di Pechino ha infatti istituito un Ufficio di Stato per l’informazione su Internet; l’organismo, sotto la guida del ministro dell’Informazione Wang Cheng, opererà come massima autorità deputata al controllo della Rete, cercando così di armonizzare il lavoro compiuto dai diversi (e spesso in conflitto) pezzi della Grande Muraglia imposta al mondo digitale. L’Ufficio si occuperà anche di gestire le iniziative di propaganda online del regime; in molti hanno già sottolineato come questo sia lo sfondo entro il quale si inseriranno nuove e più severe leggi votate al controllo dell’attività dei netizen mandarini.

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Google, la Corea è ancora indigesta

Corea del Sud Google MapsLa Corea del Sud si conferma il paese democratico che con maggiore fermezza interviene nelle questioni che riguardano Google. Da Seul sono infatti partite ispezioni a tappeto nelle sedi di BigG alla ricerca di dati che facciano chiarezza sulle localizzazioni operate da Android. Dunque, dopo le dure rappresaglie lanciate in merito alle intercettazioni di Street View e le accuse di violazione delle leggi antitrust del paese proprio in merito ad Android, non si fanno sconti nell’affaire degli smartphone spioniPiena collaborazione è stata assicurata da Mountain View alle autorità coreane, le quali affermano: “Sospettiamo che AdMob raccolga informazioni di localizzazione senza il consenso o l’approvazione della commissione delle comunicazioni coreana”.

UPDATE 4 maggio – Dopo la class action depositata contro Apple ne arriva una anche per Google: Julie Brown e Kayla Molaski, utenti di Android di Detroit, hanno dato avvio all’iniziativa legale per provare che la loro privacy è stata violata nonostante l’implementazione dell’opt-in per la geolocalizzazione, perché “un consumatore ragionevolmente attento tende a non capire che la politica di Google in materia di privacy avrebbe portato questa forma estensiva di tracciamento”. Si chiedono così politiche più chiare e un risarcimento di 50mila dollari. Da parte sua Mountain View segue l’esempio di Cupertino e rilancia una lettera inviata un anno fa al congressista Henry Waxman, nella quale si sottolinea l’importanza che hanno per Google i dati di localizzazione ottenuti tramite ripetitori e reti WiFi per la messa a punto dei servizi location based; concetti ribaditi in alcuni memorandum inviati a Larry Page. Dunque la vicenda degli smartphone per Google finisce per incrociarsi con quella altrettanto spinosa dei dati WiFi rubati; incrocio già tratteggiato ad ottobre scorso in una lettera del commissario per la privacy canadese. 

@mymail.my – Restando in Asia, il governo della Malesia ha lanciato un progetto per fornire ogni cittadino maggiorenne di un account di posta elettronica che gli permetta di dialogare con la Pubblica Amministrazione. L’iniziativa non è stata accolta con entusiasmo nel paese: tra chi ne sottolinea i costi e chi se ne chiede le ragioni alla luce del fatto che chi possiede una connessione ha già una casella di posta elettronica, in molti evidenziano il pericolo di controllo che si nasconde dietro “il dono” del governo

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India, stretta sul porno. E non solo

Internet in IndiaNon si può accedere ad immagini pornografiche ritenute oscene tramite i pc degli Internet cafè. E’ quanto afferma il Dipartimento per l’Informazione e la Tecnologia (MCIT) indiano nelle nuove linee guida per il 2011. Dunque, una nuova stretta su Internet da parte di un governo non nuovo all’approccio censorio nei confronti della Rete. Il MCIT impone così a tutti i gestori di Internet point di registrarsi presso un’agenzia governativa, richiedere i documenti ad ogni utente (sembra il decreto Pisanu…) e li autorizza all’installazione di software che permettano di conservare i dati di navigazione per un anno. Molto invasive le disposizioni che rendono gli intermediari (di qualunque tipo, dagli ISP ai proprietari dei punti di connessione) direttamente responsabili di eventuali reati commessi dagli utenti.

In molti fanno notare la pericolosità contenuta in alcune precisazioni, proprio perché precisazioni non sono; la genericità di alcune regole espone in pratica qualunque tipo di manifestazione alla censura. Basti pensare al divieto di immettere in Rete materiale che si “offensivo per gli altri stati”. 

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Uganda: stop ai social network

Il governo ugandese ha inviato ai tre maggiori Internet Service Provider del paese la richiesta di rendere irraggiungibili Facebook e Twitter; le piattaforme negli ultimi giorni sono state strumento di protesta contro l’aumento dei prezzi di petrolio e cibo. Non è la prima volta che il governo dell’Uganda mette in atto questo tipo di pressioni sulle telco, anche se stavolta la Uganda Communications Commission (UCC), autorità che presiede alle telecomunicazioni, declina ogni responsabilità affermando, per bocca del responsabile alle relazioni esterne Isaac Kalembe: “Non abbiamo chiesto a nessuno di bloccare i social network”, pur avendo ammesso che “forse è colpa del ministero delle comunicazioni”.

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Pechino e gli attacchi DDOS

Ai WeiWeiNon vi è alcuna prova che l’attacco sia arrivato direttamente dal Governo cinese, ma le prove circostanziali sono abbastanza chiare”. Lo afferma un portavoce di Change.org, il sito di petizioni online vittima in queste ore di un attacco Denial of Service che ne ha rese irraggiungibili le pagine. I sospetti gettati sul governo di Pechino derivano dalla petizione promossa in favore dell’artista e attivista cinese Ai WeiWei, arrestato lo scorso 3 aprile; non è la prima volta che Change.org denuncia blocchi da parte di Hu Jintao e soci. In favore di WeiWei, impegnato nella denuncia della corruzione degli apparati governativi del suo paese, si erano già espresse 90mila persone.

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Emirati e BlackBerry, ci risiamo

Le autorità degli Emirati Arabi Uniti già ad ottobre 2010 avevano predisposto una stretta sorveglianza sulle comunicazioni che hanno luogo tramite dispositivi Blackberry accordandosi in tal senso con la RIM, l’azienda che li produce. La motivazione risiederebbe dietro la convinzione che gli uomini di Al Qaeda si servono proprio di questi device per scambiarsi messaggi cifrati. Ma oggi si vuole fare di più: limitarne l’uso da parte di piccole aziende, organizzazioni e singoli cittadini. In sostanza, si stabilisce per legge che tutte le aziende con meno di venti abbonati non dovranno più appoggiarsi ai server privati BlackBerry Enterprise Service (BES), che offrono un sicurissimo sistema di cifratura, ma ai meno sicuri BlacBerry Internet Service (BIS). Da maggio gli abbonamenti del primo tipo verranno automaticamente cancellati. Dunque solo le organizzazioni e le aziende più grandi potranno beneficiare dei sistemi più sicuri e solo su apposita autorizzazione del governo. Misure analoghe previste nei prossimi mesi anche per le altre compagnie di smartphone. 

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Come aggirare la censura?

Un nuovo report della Freedom House spiega come aggirare la censura e le limitazione imposte dai governi i contenuti online

Il report in Pdf

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Stuxnet: Siemens sotto accusa

Le autorità iraniane hanno annunciato che intraprenderanno azioni legali contro la Siemens che a loro detta avrebbe collaborato con i governi di Israele e USA per la messa a punto del worm Stuxnet.

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Nuova Zelanda: mannaia sugli scariconi

Con una maggioranza schiacciante il Parlamento neozelandese ha approvato la Sezione 92A del Copyright (Infringing File Sharing) Amendment Bill, la nuova legge sul diritto d’autore. Le peggiori previsioni della vigilia, formulate sulle intenzioni già manifestate dalle autorità kiwi con i tentativi del 2009, escono confermate: dal primo settembre 2011 chi viene sorpreso a scaricare illegalmente file dalla rete finirà in un circuito simile al Three Strikes francese, e potrebbe vedersi sospesa la connessione fino a sei mesi; inoltre, gli utenti saranno considerati colpevoli fino a prova contraria rischiando multe fino a 9mila euro (15mila dollari neozelandesi). Ovviamente, pioggia di polemiche in rete, molte delle quali centrate sul fatto che si tratta dell’ennesimo favore fatto ai detentori di diritti.

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Russia: gli 007 contro VoIP e Gmail

Il blocco totale di Skype, Gmail e Hotmail; sarebbero queste le pesantissime richieste avanzate dalla Federal Security Service (FSB) russa, l’agenzia di intelligenze erede del KGB. Alexander Andreyechkin, direttore del centro speciale di comunicazione e informazione dell’FSB, ha affermato che “l’uso incontrollato di questi servizi potrebbe generare una minaccia per la sicurezza della Russia”. Il tutto mentre il viceministro delle comunicazioni Iliya Massukh afferma che dal 1 ottobre 2011 verranno adottate dal governo di Mosca le nuove direttive riguardanti le tecnologie di cifratura delle comunicazioni e il presidente Dimitry Medvedev condannava l’attacco DDoS al quale è stato sottoposto il suo blog personale nelle ultime settimane.

UPDATE L’FSB smentisce la volontà di bloccare questi servizi; un portavoce dell’agenzia dichiara che “lo sviluppo delle nuove tecnologie è un processo naturale che ha bisogno di essere assistito”. Nel frattempo c’è chi fa notare come non sia la prima volta che Skype finisce nel mirino di qualcuno in Russia: nel 2009 fu l’Unione degli Industriali e degli Imprenditori a richiederne il blocco per ragioni di sicurezza nazionale.

LIBIA AL TELEFONO – Sembra nel frattempo tornare la possibilità di utilizzare il telefono in Libia, dopo i danni causati dal blocco totale delle comunicazioni imposto sul paese un mese fa. Grazie al lavoro del libico di origini statunitensi Ousama Abushagur e di altri paesi arabi è stato possibile ripristinare un network telefonico che metterà in comunicazione circa due milioni di persone, oltre a garantire sorveglianza sul telefono di Muhammar Gheddafi. Senza dubbio un’iniezione di ossigeno per i ribelli, che grazie a questo progetto (che si chiama Free Libyana) potranno mettersi in contatto con l’estero, anche se solo dalla zona est del paese.

UPDATE Su Wired.it una descrizione di come funziona il sistema messo a punto dai ribelli

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Egitto: tre anni di carcere per un blogger

 

Maikel Nabil SanadL’esercito egiziano si sta macchiando di torture nei confronti di prigionieri arresati dopo le sommosse del 25 gennaio, ed ha adottato “una posizione di passiva neutralità ma in realtà ha continuato a sostenere la polizia e i criminali di Mubarak; finora la rivoluzione ha ottenuto la cacciata del dittatore Mubarak, ma la dittatura è ancora in vigore”. Per aver scritto queste frasi sul suo blog Maikel Nabil Sanad veniva arrestato il 28 marzo con l’accusa di aver diffuso informazioni false e insultato le forze armate. E arriva in queste ore la sentenza di un tribunale militare che lo condanna a tre anni di prigione; come prove a carico di Sanad venivano portati un CD contenente i suoi post e i commenti da lui rilasciati su Facebook, in quello che è stato il primo processo contro un blogger da quando è al potere il Consiglio Supremo delle Forze Armate; in questo senso il segnale è preoccupante: chi sperava in un cambio di approccio si trova di fronte ad un episodio molto simile a quello che nel 2007 vedeva il blogger Kareem Amer condannato a quattro anni per aver offeso l’Islam e il presidente Mubarak. Tanto più che secondo l’avvocato di Sanad, l’attivista del Network Arabo per le Informazioni sui Diritti Umani Gamal Eid “il verdetto è stato emesso quasi in segreto” vista l’assenza in aula dei legali. Anche le altre organizzazioni per i diritti umani hanno reagito con sdegno alla sentenza contro Sanad; il giovane, già attivo negli anni passati nell’organizzazione di movimenti di protesta per i quali aveva già subito un arresto nel 2010, può ora sperare solo in un buon esito del ricorso in Cassazione.

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USA: “panic button” per i difensori della democrazia

E’ in fase di sviluppo un’applicazione per smartphone Android che permetta ai manifestanti pro-democrazia in paesi sottoposti a regimi autoritari e repressivi di cancellare con un click la rubrica del porprio dispositivo mobile in caso di imminente pericolo. Il progetto, che sarà esteso a breve ai telefoni Nokia, rientra nell’iniziativa del Dipartimento di Stato “Internet Freedom Programming”, che ha già a disposizione 22 milioni di dollari reperiti tra le varie agenzie federali e che ha in cantiere anche la diffusione di informazioni per l’aggiramento di filtri e firewall per l’utilizzo della Rete in “ambienti Internet duramente ostili”.

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Il Blog

La regolamentazione di Internet, gli usi che ne fanno gli utenti, il controllo, il filtraggio e la censura applicati su di esso dai regimi non democratici. Sono queste alcune delle variabili che, incontrandosi e giocando in un continuo assestamento reciproco danno forma alla Rete in maniera diversa a seconda dei contesti. L’obiettivo del lavoro è seguire proprio l’evoluzione di queste forme diverse tramite un quotidiano aggiornamento sulle novità provenienti da tutto il mondo di Internet in merito alle sopra menzionate variabili. Dunque, un blog di news centrato sulle “gabbie” dentro le quali si trova a vivere, e a seconda delle quali prende forma, questo straordinario strumento chiamato Internet.

Blog che si arricchisce anche di tanto materiale, disponibile nella sezione “Tutto quello che c’è da sapere”. Materiale il cui giorno di ultimo aggiornamento coincide proprio con la data del primo post e ne ricostruisce tutto il cammino precedente. E’ così possibile trovare tra i Pdf una descrizione del funzionamento di Internet seguita da una ricognizione planetaria virtualmente divisa in due ambiti. Il primo è la regolamentazione partorita dai sistemi democratici, della quale si mettono in evidenza, oltre a ricostruirne la storia, i traguardi ma anche i ritardi e i nodi da sciogliere. Sotto la lente finiscono così l’Italia, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, seppur con un angolo visuale diverso tra loro. Nella seconda, si parla dei sistemi di censura e filtraggio della rete e della loro applicazione in varie parti del globo, per terminare con i casi di “eccellenza” in materia: Cina e Iran.

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