Articoli con tag Digitale

Puppato: “Con LiquidFeedback cercavamo intesa col M5s, ma fummo respinti”

La senatrice del partito Democratico illustra il percorso che ha portato al lancio di TuParlamento.it, piattaforma che punta a stabilire una collaborazione tra parlamentari e cittadini per la costruzione di disegni di legge. “La consideravamo un ponte con i 5Stelle, peccato sia andata diversamente”. E sulla democrazia diretta: “Non può esistere un Parlamento di 60 milioni di persone. E quello che abbiamo visto finora a mezzo referendum online non lo chiamerei democrazia”

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Crescita 2.0, Benussi: “Rischiamo di buttare tutto nel cestino”

Il Pdl mette in pericolo la tenuta del governo e il decreto Crescita 2.0 potrebbe non vedere mai la luce. L’advisor per le politiche digitali del ministero dell’Istruzione e della Ricerca: “La trasparenza per la Pa verrebbe rimandata. E sarebbe uno scandalo, perché aspettiamo quelle misure da anni”

5425-agenda-digitale-open-data-bene-per-imprese-e-finanze-pubbliche-300La nuova discesa in campo di Silvio Berlusconi squassa lo scenario politico italiano, mette a rischio al tenuta del governo e piazza un enorme punto interrogativo sull’approvazione del decreto Crescita 2.0. La serie di misure previste dall’esecutivo nell’ambito della “fu Agenda digitale” ha appena ricevuto l’approvazione del Senato ma rischia di non arrivare al passaggio alla Camera. Insomma, “si rischia che tutto il lavoro fatto fino a questo momento in materia di sviluppo digitale finisca nel cestino”, come afferma Lorenzo Benussi, advisor per le politiche digitali del ministero dell’istruzione e della Ricerca, in esclusiva ad Agorà Digitale.

“Non conosco le dinamiche politiche che stanno prendendo vita dietro il provvedimento – afferma Benussi – ma non ho dubbi su quelle tecniche. Nel giro di poche settimane, se non di pochi giorni, il Crescita 2.0 sarebbe arrivato alla Camera introducendo misure che aspettiamo da anni e delle quali c’è un urgente bisogno. Ad esempio le iniziative in materia di trasparenza della Pubblica amministrazione”.

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Partecipare al cambiamento nell’era della trasparenza

C’è un concetto che attraversa, fa da sfondo, apre e conclude l’Open Government Summit 2012: l’apertura dei governi e delle istituzioni a open data e trasparenza vale poco o nulla senza la partecipazione dei cittadini.

Come ha ben spiegato nel suo intervento Ruta Mrazauskaite di Transparency International, “è ingenuo pensare che il futuro della pubblica amministrazione sarà roseo per il mero ricambio degli amministratori, perché i giovani hanno appreso le pratiche deviate di chi è al potere ora, e molti di loro pensano che in un sistema corrotto l’unico modo per sopravvivere è essere corrotti; sono invece i cittadini attivi la risorsa sulla quale puntare, ma a loro deve essere spiegato il valore della partecipazione. Il primo paso è dunque l’educazione”.

Tutto questo significa due cose: la prima è che i dati devono essere fruibili ai più e non liberati come un’indistinta, caotica e (spesso volutamente) illeggibile valanga di file .csv; la seconda, è che i cittadini devono acquisire la consapevolezza che la trasparenza è la strada maestra che permette loro di passare dal momento della critica al momento della partecipazione al processo di cambiamento, e che questo ha un ritorno positivo (soprattutto economico) anche per loro. Detto in altre parole, devono acquisire la cultura dell’open data e farlo proprio nel momento di crisi economica e di legittimazione del sistema politico.

Dunque, l’era della trasparenza e della reale redistribuzione del potere nelle mani dei cittadini passa per una piattaforma che permetta loro di mettere le mani su quei dati, capirli, remixarli e proporre tramite essi un’alternativa. La buona notizia è che questa piattaforma è in rampa di lancio, e non è il testo unico sulla trasparenza annunciato dal ministro Patroni Griffi (che durante il suo intervento ha comunque mostrato una buona sensibilità nei confronti della trasparenza amministrativa e della partecipazione).

Update: Il mio report dell’evento su CheFuturo!

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La coperta corta del giornalismo digitale

La difficoltà con la quale le testate italiane transitano nella nuova epoca digitale è il risultato di una serie di variabili che, messe a sistema, restituiscono il quadro di un cortocircuito. Il paradigma al quale la maggior parte degli editori sembra essersi allineata negli utlimi anni è “passare al digitale, ma senza investire”. I siti Internet dei giornali cartacei che le mattine riempiono gli scaffali delle edicole sono in realtà ancora surrogati degli stessi, prodotti da schiere di “aggregatori” di agenzie e materiale raccolto in giro per la Rete. La qualità subentra quasi sempre solo dal lavoro svolto per la carta, mentre le schiere di cui sopra sono composte da stagisti o collaboratori sottopagati.

Gli stessi ai quali un contratto ordinario è negato da un ricambio “redazionalgenerazionale” ingessato da anni; e così, mentre chi è dentro acquisisce scatti di anzianità rifiutandosi di approcciare il mondo della Rete (il pretesto è che il contratto non lo prevede) chi è fuori spende per scrivere più di quanto guadagna, e per quello che produce su Internet non vede il becco di un quattrino. Forse anche perché gli utenti che fruiscono di quei contenuti sono abituati a farlo gratis, e l’idea di dover pagare per leggere un giornale online li spingerebbe subito a mettere tra i preferiti la testata concorrente.

In tutto questo, il traffico che generano i siti supera ormai quello delle copie vendute e l’unica voce pubblicitaria con un “+” davanti è quella relativa al digitale. A fare da contraltare è l’instinto che contraddistingue i cda che amministrano i grandi gruppi editoriali: l’avidità in tempi di crisi. Insomma, si punta a cambiare un modello di produzione cercando, però, di risparimiare il più possibile, puntando tutto sul lavoro precario mentre si distribuiscono stipendi d’oro a chi non contribuirà mai al prodotto protagonista di un futuro talmente prossimo da essere il presente; di più, molti professionisti della carta stampata vedono la Rete come una minaccia al proprio lavoro (e alla propria posizione).

Ad un quadro già a tinte fosche si aggiunge un paradosso: editori che con una mano chiedono oboli ai motori di ricerca rei di lucrare indicizzando i propri contenuti, mentre con l’altra incassano proventi pubblicitari che crescono al crescere di numeri molto spesso frutto della stessa indicizzazione.

È dunque una matassa piuttosto intricata quella che sono ora chiamati a sciogliere, ognuno per la propria area di competenza, da un lato il legislatore (vedi l’equo compenso per i giornalisti) e dall’altra i comitati di redazione che sempre più spesso finiscono tra l’incudine e il martello. Il precario, intanto, attende e ringrazia per l’attenzione.

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Liberare i dati della Regione

Agorà Digitale  e i Radicali sono entrati a gamba tesa nei database della Regione Lazio, e per me è stato un piacere darne notizia su Repubblica.

Spiega Luca Nicotra:

Il principio è che i dati appartengono al cittadino, che li ha letteralmente pagati con le sue tasse. Ecco, con questa legge si stabilisce il diritto di accesso a quei dati. Un diritto che apre scenari vantaggiosi non solo dal punto di vista della trasparenza, ma anche da quello economico.

Faccio un esempio: la Regione libera i dati, un programmatore in gamba li prende e li usa per mettere a punto un sistema che può indicare il tasso di criminalità in una determinata zona della città incrociandoli con il valore degli immobili e la fluttuazione di entrambe le variabili nel tempo. Questo non ha un valore per chi vuole comprare casa in quella zona? Di progetti di questo tipo, con i dati liberi e accessibili da un pc, se ne possono immaginare a migliaia, basti pensare alla sanità e a tutti gli altri servizi pubblici.

Ci sono alcuni utilizzi dei dati che le amministrazioni neanche considerano perché implicano un costo. Ecco, da domani ci potrà pensare qualcun’altro”.

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Il nostro giochino preferito

C’è una evidente differenza di approccio tra il risicato spazio che viene riservato all’Agenda Digitale sui mezzi d’informazione mainstream e l’entusiasmo con il quale invece gli addetti ai lavori della Rete accolgono ogni piccolo passo in avanti che si registra in questo senso.

Guardando i nostri Tg nazionali sembra quasi che le questioni legate al digitale restino confinate nello spazio degli “smanettoni”, quello spazio che non influirebbe su tutto il sistema ma si limiterebbe a restituire un giochino più prestante a noi che lo utilizziamo tutti i giorni per alimentare quello che è un volano economico che non ha alcun paragone nella “vita materiale”. No, molto meglio le disquisizioni sui massimi sistemi, il faccione di Gasparri che viene chiamato ancora a commentare anche la farfalla di Belen e gli interminabili “braccio di ferro” tra le “parti sociali”, con la Camusso che ogni tanto scende dal “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo e dice che no, l’articolo 18 non si tocca e no, le email per parlare con il Ministro non vanno bene, salvo poi permettere ai suoi di utilizzare Twitter per degli slogan che sembrano uscire dai tavoli di una Festa dell’Unità quando i fiaschi di vino rosso sono finiti.

Insomma, più i temi legati allo sviluppo digitale si impongono come prioritari più il nostro sistema si rivela impreparato ad accogliergli come tali. Non si può dunque che fare affidamento sulle forzature e gli strappi che unilateralmente (ma neanche tanto) questo Governo sta imponendo al sistema di cui sopra. E a proposito di “Agenda Digitale per l’Italia di Domani“, gli si dedica un discreto spazio nel documento col quale gli uomini del presidente riassumono i primi cento giorni dell’Esecutivo.

Risulta confermata la volontà di farla viaggiare in parallelo agli obiettivi fissati da Europa2020, con la fine del decennio, appunto, indicata come scadenza per i piani che vedono al centro la liberazione dei dati delle pubbliche amministrazioni, “la trasparenza, la responsabilità e l’efficienza del settore pubblico”, il tutto “puntando ad alimentare l’innovazione e stimolare la crescita economica”.

Priorità vengono indicate nell’ “uso sociale della tecnologia, la realizzazione delle reti di nuova generazione e, più in generale, l’alfabetizzazione digitale”. Si parla dell’ormai celeberrima “cabina di regia”: “a questa spetterà il compito di coordinare l’azione delle amministrazioni centrali e territoriali: i Ministeri, le Regioni, gli Enti locali e le Autorità indipendenti. La cabina di regia opererà su cinque fronti: Banda larga e ultra-larga (quasi 5,6 milioni di italiani si trovano in condizione di divario digitale, mentre sono almeno 3000 le località nel Paese che soffrono di un ‘deficit infrastrutturale’ soprattutto al Sud e nelle aree rurali), Smart Communities/Cities (l’Agenda digitale italiana stanzia nuovi finanziamenti per realizzare le piattaforme tecnologiche necessarie a consentire alle città di adottare la filosofia smart), Open data (si pensi che, nella sola Europa, il “valore” dell’informazione pubblica ammonta a circa 140 miliardi di euro l’anno), Cloud Computing e E-government (un esempio concreto è quello degli appalti pubblici, con la Banca dati nazionale dei contratti pubblici. Le imprese, dal 1 gennaio 2013, presenteranno alla Banca tutta la documentazione contenente i requisiti di carattere generale, tecnico ed economico)”.

Si parla poi di deroghe al patto di stabilità interno che permetteranno a diverse regioni di sfruttare per quest’anno, il prossimo e il 2014, circa un miliardo di euro per co-finanziare i fondi strutturali europei; di questa cifra, 423 milioni di euro sono indirizzati verso l’Agenda Digitale.

Ora attendiamo di sapere cosa ne pensa Gasparri e se la Camusso e gli altri sindacati inizieranno a capire che un nuovo sistema economico che scalpita a ridosso del sistema delle tutele rende indispensabile la revisione di alcune pratiche, schemi mentali e modalità d’azione politico-sociale ormai segnati dal tempo.

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