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La coperta corta del giornalismo digitale

La difficoltà con la quale le testate italiane transitano nella nuova epoca digitale è il risultato di una serie di variabili che, messe a sistema, restituiscono il quadro di un cortocircuito. Il paradigma al quale la maggior parte degli editori sembra essersi allineata negli utlimi anni è “passare al digitale, ma senza investire”. I siti Internet dei giornali cartacei che le mattine riempiono gli scaffali delle edicole sono in realtà ancora surrogati degli stessi, prodotti da schiere di “aggregatori” di agenzie e materiale raccolto in giro per la Rete. La qualità subentra quasi sempre solo dal lavoro svolto per la carta, mentre le schiere di cui sopra sono composte da stagisti o collaboratori sottopagati.

Gli stessi ai quali un contratto ordinario è negato da un ricambio “redazionalgenerazionale” ingessato da anni; e così, mentre chi è dentro acquisisce scatti di anzianità rifiutandosi di approcciare il mondo della Rete (il pretesto è che il contratto non lo prevede) chi è fuori spende per scrivere più di quanto guadagna, e per quello che produce su Internet non vede il becco di un quattrino. Forse anche perché gli utenti che fruiscono di quei contenuti sono abituati a farlo gratis, e l’idea di dover pagare per leggere un giornale online li spingerebbe subito a mettere tra i preferiti la testata concorrente.

In tutto questo, il traffico che generano i siti supera ormai quello delle copie vendute e l’unica voce pubblicitaria con un “+” davanti è quella relativa al digitale. A fare da contraltare è l’instinto che contraddistingue i cda che amministrano i grandi gruppi editoriali: l’avidità in tempi di crisi. Insomma, si punta a cambiare un modello di produzione cercando, però, di risparimiare il più possibile, puntando tutto sul lavoro precario mentre si distribuiscono stipendi d’oro a chi non contribuirà mai al prodotto protagonista di un futuro talmente prossimo da essere il presente; di più, molti professionisti della carta stampata vedono la Rete come una minaccia al proprio lavoro (e alla propria posizione).

Ad un quadro già a tinte fosche si aggiunge un paradosso: editori che con una mano chiedono oboli ai motori di ricerca rei di lucrare indicizzando i propri contenuti, mentre con l’altra incassano proventi pubblicitari che crescono al crescere di numeri molto spesso frutto della stessa indicizzazione.

È dunque una matassa piuttosto intricata quella che sono ora chiamati a sciogliere, ognuno per la propria area di competenza, da un lato il legislatore (vedi l’equo compenso per i giornalisti) e dall’altra i comitati di redazione che sempre più spesso finiscono tra l’incudine e il martello. Il precario, intanto, attende e ringrazia per l’attenzione.

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Su Google e la sua CyberRepubblica

Solo una piccola considerazione personale in merito alla modalità con la quale a Mountain View si gestiscono i risultati delle ricerche degli utenti; l’occasione è l’audizione che il presidente di Google Eric Schmidt ha avuto di fronte alla Commissione Giustizia del Senato americano, nella quale ha ribadito che i risultati non vengono manipolati per dare precedenza ai servizi di BigG a meno che essi non vengano ritenuti più utili di altri per l’utente.

Su Wired Martina Pennisi attacca così il pezzo nel quale fa il resoconto dell’audizione:

Immaginate Google come uno Stato. Un accogliente, servito e funzionante Stato in cui i cittadini non pagano le tasse. Immaginate, come è ovvio che sia, che negli anni sempre più persone decidano di trasferirsi in quest’area e che Google, altro passo ovvio, decida a un certo punto di investire direttamente sul territorio di sua proprietà aprendo negozi, ristoranti e banche che vadano a concorrere direttamente con quelle già presenti e di diversa paternità. È a questo punto che Google viene chiamato da un’autorità sovrastatale a spiegare, o meglio a rassicurare in merito, in che modo gestisce la concorrenza commerciale a Googlelandia: spinge i cittadini verso i suoi esercizi commerciali? In che modo permette o meno a strutture di altri di avere successo? Si comporta correttamente? E, in definitiva, se invece di uno Stato fosse il mondo intero, è giusto che sia Google a decidere cosa funziona o cosa no?”

Io vedo due possibilità: se Google agisce come un privato che fa le regole entro la sua proprietà e manipola ciò che vi passa dentro, allora va rivista la sua posizione di mero intermediario quando qualcuno commette reati sulle sue “reti”. Se no, se vuole rimanere intermediario, mero fornitore degli spazi di quello “stato” di cui parla la Pennisi, deve concorrere con i suoi “cittadini imprenditori” alla pari. Soprattutto perché guadagna grazie al fatto che quei cittadini disseminano di dati le sue “strade”, che vengono inoltre ricoperte di pannelli pubblicitari. 

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Smartphone spioni: istruttorie italiane, udienze americane

Smartphone spioniContinua la saga degli smartphone spioni; l’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali ha aperto un’istruttoria sul tracciamento operato da iPhone e iPad in merito agli spostamenti degli utenti. Coincidenza, nelle stesse ore si presentavano di fronte al Congresso degli Stati Uniti i rappresentanti di Google, Apple e Microsoft, impegnati a difendersi di fronte all’apposito Comitato formato dai congressman per investigare sulla faccenda. Il focus delle domande è stato l’uso che di questi dati hanno fatto le aziende; la Apple ha ribadito che, al di là dell’aver già provveduto all’eliminazione di “consolidated.db” con l’aggiornamento 4.3.3 di iOS, il lungo periodo di conservazione dei dati è frutto di una svista in fase di programmazione e che comunque Cupertino non ha mai avuto accesso a quei file. La Microsoft ha invece centrato le proprie tesi sulla limitatezza delle quantità di dati raccolte e sul consenso esplicito richiesto ogni volta agli utenti. Infine, Google ha dichiarato che i dati raccolti sono stati sfruttati solo per migliorare i servizi, e dunque nell’interesse dell’utenza stessa.

Le argomentazioni dei colossi non sembrano però aver convinto tutti al Congresso, tanto che la rappresentante della Federal Trade Commission (FTC) Jessica Rich ha manifestato l’intenzione di aprire un’indagine sulla Apple.

 FACEBOOK PERDE DATI – Anche il social network di Zuckerberg è alle prese con una nuova grana legata alla privacy; sul blog ufficiale della Symantec Facebook è infatti accusato di aver concesso per anni a soggetti terzi l’accesso a profili, chat e foto per la messa a punto di database spendibili in ottica di behavioral advertisign. Colpevoli sarebbero applicazioni che provocavano una perdita di dati verso l’esterno del sito; la Symantec stima che ad aprile 2011 esse erano 110mila. Facebook fa sapere di aver già rimosso le Api (Application Programming Interface) incriminate, mentre l’Adoc, associazione a tutela dei consumatori, fa sapere per bocca del presidente Carlo Pileri di aver “richiesto al Garante della privacy di verificare immediatamente la possibile fuga di dati sensibili da Facebook” e “alla società californiana di fornire al più presto chiarimenti sulla questione”, giudicata da Pileri “una grave violazione della privacy, dalle dimensioni mostruose […] Dopo l’attacco di hacker a Sony, che ha messo a rischio i dati di circa 100 milioni di utenti nel mondo, un’eventuale perdita di dati da Facebook costringerebbe a ripensare, a livello internazionale, i sistemi di protezione e sicurezza dei dati online degli utenti”.

UPDATE 17 maggio 2011 – Facebook lancia un ultimatum agli sviluppatori che avranno così 48 ore di tempo per rimediare alla fuoriuscita di dati, che a detta dei soci di Zuckerberg si porrebbe in contrasto proprio con le condizioni d’uso del sito. Il tutto in attesa di passare, dal primo settembre 2011, ai parametri del nuovo standard di sicurezza Oauth 2.0 . Nelle stesse ore il social network in blu riceve un’assoluzione in California: le richieste di risarcimento danni di due utenti, che avevano accusato Facebook di aver reso disponibili alcuni loro dati sensibili a siti terzi, non può essere accolta perché non ci sono prove che questa dinamica abbia generato un danno.

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Google News, nuova condanna in Belgio

Google NewsGoogle News nel suo servizio di rassegna stampa non può riprodurre neppure piccole porzioni degli articoli pubblicati da un certo numero di giornali editi in Belgio, anche se questa pratica potrebbe aumentare la popolarità dei pezzi stessi. La Corte d’Appello di Bruxelles ha così confermato la sentenza di primo grado nei confronti di BigG accogliendo le richieste degli editori belga riuniti in CopiePress. Unica nota positiva per Mountain View, dove circola l’intenzione di ricorrere in Cassazione, la riduzione della multa che sarebbe comminata per ogni giorno di ritardo nella rimozione dei link incriminati (da un milione a 25mila euro). Gli editori non sembrano comunque soddisfatti e pretendono gli arretrati: Google, a loro detta, dovrebbe pagare tra i 32,8 e i 49,2 milioni per aver archiviato in cache nel 2001 e indicizzato in Google News dal 2006 un enorme numero di articoli di loro proprietà.

UPDATE 12 maggio 2011 – Segnalo in merito l’analisi condotta sulla vicenda da Guido Scorza. 

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Google Suggest assolto in Francia

Google SuggestSuggerire come chiave di ricerca un sito tramite il quale gli utenti scambiano file protetti da diritto d’autore non equivale a partecipare al reato. E’ quanto stabilisce la corte d’appello di Parigi ponendo fine al contenzioso legale che vede di fronte dal 2008 Google e gli alti rappresentanti del Syndicat National de l’Edition Phonographique (SNEP), l’associazione che in Francia tutela gli interessi dei vari editori fonografici. La SNEP chiedeva sostanzialmente l’eliminazione dai servizi Suggest e Autocomplete di parole come Megaupload e Megavideo, piattaforme accusate di favorire la violazione massiva e sistematica di copyright. La decisione conferma quella arrivata in primo grado nel settembre scorso; l’associazione vede così smontati i suoi argomenti secondo i quali i servizi di Google si ponevano in violazione dell’articolo 336-2 della legge sul diritto d’autore transalpina, soprattutto perché le piattaforme indicate sono usate anche in maniera perfettamente lecita, con l’ulteriore obbligo di pagare 5mila euro a BigG per le spese processuali. Dalla corte arriva anche una tiratina d’orecchi alla SNEP e a tutti i soggetti che cercano di combattere la pirateria online con questi metodi ritenuti dai giudici assolutamente inefficaci.

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Google, la Corea è ancora indigesta

Corea del Sud Google MapsLa Corea del Sud si conferma il paese democratico che con maggiore fermezza interviene nelle questioni che riguardano Google. Da Seul sono infatti partite ispezioni a tappeto nelle sedi di BigG alla ricerca di dati che facciano chiarezza sulle localizzazioni operate da Android. Dunque, dopo le dure rappresaglie lanciate in merito alle intercettazioni di Street View e le accuse di violazione delle leggi antitrust del paese proprio in merito ad Android, non si fanno sconti nell’affaire degli smartphone spioniPiena collaborazione è stata assicurata da Mountain View alle autorità coreane, le quali affermano: “Sospettiamo che AdMob raccolga informazioni di localizzazione senza il consenso o l’approvazione della commissione delle comunicazioni coreana”.

UPDATE 4 maggio – Dopo la class action depositata contro Apple ne arriva una anche per Google: Julie Brown e Kayla Molaski, utenti di Android di Detroit, hanno dato avvio all’iniziativa legale per provare che la loro privacy è stata violata nonostante l’implementazione dell’opt-in per la geolocalizzazione, perché “un consumatore ragionevolmente attento tende a non capire che la politica di Google in materia di privacy avrebbe portato questa forma estensiva di tracciamento”. Si chiedono così politiche più chiare e un risarcimento di 50mila dollari. Da parte sua Mountain View segue l’esempio di Cupertino e rilancia una lettera inviata un anno fa al congressista Henry Waxman, nella quale si sottolinea l’importanza che hanno per Google i dati di localizzazione ottenuti tramite ripetitori e reti WiFi per la messa a punto dei servizi location based; concetti ribaditi in alcuni memorandum inviati a Larry Page. Dunque la vicenda degli smartphone per Google finisce per incrociarsi con quella altrettanto spinosa dei dati WiFi rubati; incrocio già tratteggiato ad ottobre scorso in una lettera del commissario per la privacy canadese. 

@mymail.my – Restando in Asia, il governo della Malesia ha lanciato un progetto per fornire ogni cittadino maggiorenne di un account di posta elettronica che gli permetta di dialogare con la Pubblica Amministrazione. L’iniziativa non è stata accolta con entusiasmo nel paese: tra chi ne sottolinea i costi e chi se ne chiede le ragioni alla luce del fatto che chi possiede una connessione ha già una casella di posta elettronica, in molti evidenziano il pericolo di controllo che si nasconde dietro “il dono” del governo

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La difesa di Jobs. Che non basta

la difesa di JobsSarebbe una mancanza degli sviluppatori la causa della presenza del file che registra i dati di localizzazione degli utenti di iPhone. In sostanza, Apple ammette di aver dimenticato di mettere un limite temporale alla conservazione, che al momento vede registrato fino ad un anno di cronologia. E’ poi colpa di un bug se le informazioni di geolocalizzazione vengono incamerate anche con la relativa funzione spenta. Tuttavia, gli utenti possono comunque tranquillizzarsi perché i dati raccolti non sono associabili ad un singolo dispositivo, ma sono aggregati anonimi che Cupertino usa per lo sviluppo dei software, per la risoluzione dei problemi nonché per la messa a punto delle pubblicità di iAd. Lo stesso Jobs, in un’intervista al settimanale Mobilized, afferma: “Non seguiamo nessuno. I file trovati nei telefoni, come abbiamo spiegato, erano sostanzialmente creati attraverso informazioni anonime che raccogliamo da decine di milioni di iPhone”. Il numero uno di Apple giustifica poi così l’accaduto:”Quando una nuova tecnologia fa il suo ingresso c’è un periodo di aggiustamento e di insegnamento”. Dulcis in fundo, consolidated.db, il file incriminato, verrà cancellato con il prossimo aggiornamento di iOS.

PAROLE SOLTANTO PAROLE? – Di sicuro non basteranno le parole giunte da Cupertino a chiudere la questione. Analoghe prese di posizione sono attese anche da Google e Microsoft, e le iniziative legali già intraprese in più parti del mondo spingono a credere che la vicenda sarà ancora lunga. Anche alla luce di chi allarga il raggio della questione accusando Mountain View e Cupertino di manovrare illecitamente i dati di localizzazione raccolti dai Pc sfruttando interazioni tra reti WiFi e browser come Chrome. Il problema risiederebbe nell’opacità che ricopre l’utilizzo che di questi dati viene fatto dalle aziende dopo aver ricevuto comunque il consenso degli utenti alla loro raccolta.

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Smartphone spioni: le prime iniziative legali

Smartphone spioniLa sensazione è che siamo solo all’inizio della vicenda relativa agli iPhone spioni (che in realtà coinvolge gli smartphone in generale). Sono infatti partite le prime iniziative legali volte a far luce su queste pratiche potenzialmente lesive della privacy degli utenti, i cui spostamenti vengono memorizzati sotto forma di coordinate non criptate. Apple e Google hanno ricevuto una lettera con una richiesta di chiarimenti da Lisa Madigan, procuratore generale dell’Illinois, mentre l’autorità garante per le comunicazioni sudcoreana apre un’indagine sul caso. E nonostante entrambe le società affermino di aver sempre richiesto il consenso degli utenti per la raccolta di qualunque tipo di dato, si profila una class action proprio in merito a questo punto; il primo passo in questo senso è stata la denuncia che i due utenti della Mela morsicata Vikram Ajjampur e William Devito hanno depositato presso la Corte Federale di Tampa (Florida). Con essa i due chiedono un risarcimento per non aver ricevuto un’esplicita richiesta per la memorizzazione dei dati di geolocalizzazione e un’ingiunzione permanente nei confronti di questo stesso servizio.

Nelle ultime ore, inoltre, si è allargato il ventaglio dei punti critici: un’indagine del Wall Street Journal mette in luce come i dati vengano memorizzati anche con il sistema di localizzazione disattivato, mentre si scopre che una clausola nelle condizioni d’uso diventa una liberatoria per la memorizzazione dei dati in questione anche al di fuori del solo sistema GPS. Sempre più coinvolto risulta Google: alcune app dell’Android Market provvederebbero all’invio alla rete di inserzionisti di informazioni sul posizionamento dell’utente con altissima frequenza. E sembrano valere poco le spiegazioni di Mountain View che cercano di far rientrare il tutto nel servizio Google Location; il fatto che esso sia opt-in non rende meno grave che oltre all’aggregazione di dati per il miglioramento del servizio ci sia anche la possibilità di risalire al singolo utente. L’argomento principale della difesa di Apple è invece il fatto che i dati memorizzati non arrivino a Cupertino.

UPDATE 27 aprile – Finiscono direttamente coinvolti anche i dispositivi Windows Phone 7, con Redmond che non ha ancora chiarito con quale frequenza vengano raccolti questi dati, per quanto tempo vengano conservati e se rendono possibile risalire al singolo utente.

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USA: class action contro gli spioni di Street View

Google CarSan Josè, California. Un gruppo di netizen propone una class action al giudice distrettuale James Ware con l’obiettivo di fare luce sull’intercettazione e incameramento non autorizzato di dati da parte delle Google Cars durante i loro tour di mappatura in giro per gli USA. Un ulteriore, ennesima grana per Street View, alle prese in un tutto il mondo con processi, denunce, perquisizioni e restrizioni alla sua attività. Il giudice Ware dovrà ora stabilire se le comunicazioni che hanno luogo su reti WiFi non protette siano da ricomprendere nella stessa categoria delle frequenza radio AM-FM. Se fosse così, avrebbe ragione la difesa di Google nel considerarle liberamente intercettabili; in caso contrario, entrerebbero in scena le norme dello Wiretap Act, la legge statunitense che regola le intercettazioni. E dunque quello delle Google Cars risulterebbe una vera e propria violazione della privacy. 

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Russia: gli 007 contro VoIP e Gmail

Il blocco totale di Skype, Gmail e Hotmail; sarebbero queste le pesantissime richieste avanzate dalla Federal Security Service (FSB) russa, l’agenzia di intelligenze erede del KGB. Alexander Andreyechkin, direttore del centro speciale di comunicazione e informazione dell’FSB, ha affermato che “l’uso incontrollato di questi servizi potrebbe generare una minaccia per la sicurezza della Russia”. Il tutto mentre il viceministro delle comunicazioni Iliya Massukh afferma che dal 1 ottobre 2011 verranno adottate dal governo di Mosca le nuove direttive riguardanti le tecnologie di cifratura delle comunicazioni e il presidente Dimitry Medvedev condannava l’attacco DDoS al quale è stato sottoposto il suo blog personale nelle ultime settimane.

UPDATE L’FSB smentisce la volontà di bloccare questi servizi; un portavoce dell’agenzia dichiara che “lo sviluppo delle nuove tecnologie è un processo naturale che ha bisogno di essere assistito”. Nel frattempo c’è chi fa notare come non sia la prima volta che Skype finisce nel mirino di qualcuno in Russia: nel 2009 fu l’Unione degli Industriali e degli Imprenditori a richiederne il blocco per ragioni di sicurezza nazionale.

LIBIA AL TELEFONO – Sembra nel frattempo tornare la possibilità di utilizzare il telefono in Libia, dopo i danni causati dal blocco totale delle comunicazioni imposto sul paese un mese fa. Grazie al lavoro del libico di origini statunitensi Ousama Abushagur e di altri paesi arabi è stato possibile ripristinare un network telefonico che metterà in comunicazione circa due milioni di persone, oltre a garantire sorveglianza sul telefono di Muhammar Gheddafi. Senza dubbio un’iniezione di ossigeno per i ribelli, che grazie a questo progetto (che si chiama Free Libyana) potranno mettersi in contatto con l’estero, anche se solo dalla zona est del paese.

UPDATE Su Wired.it una descrizione di come funziona il sistema messo a punto dai ribelli

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Italia: l’Internet Economy vale 56 miliardi

Il Boston Consulting Group, su commissione di Google, ha condotto uno studio su Internet in relazione all’economia italiana. Da esso si evince innanzitutto che l’Internet Economy nel nostro paese nel 2010 ha raggiunto un giro d’affari di 31,6 miliardi di euro (2% del PIL), ai quali vanno sommati i 17 miliardi che proverrebbero dall’indotto e i 7,4 dell’e-procurement, la somma dei beni e servizi acquistati online dalla Pubblica Amministrazione. La proiezione per il futuro, vista la crescita di 10 punti percentuali registrata rispetto al 2009, è l’arrivo al 4,3% del Prodotto Interno Lordo per il 2015. Importante appare la crescita di introiti dell’1,2% per le PMI che usano attivamente la rete per la compravendita, mentre i contenuti digitali sono dominati dal poker online, settore che ha fatturato da solo 3 miliardi di euro nell’ultimo anno. Importante per lo sviluppo dell’Internet Economy italiana è poi il settore mobile, sul quale il nostro paese parte avvantaggiato vista l’alta diffusione di dispositivi tramite i quali affermano di compiere acquisti il 3% degli utenti e il 10% intende farlo in futuro.

ASTA DELLE FREQUENZE – Certo che proprio questo sviluppo, come si sa, rende indispensabile investire nelle infrastrutture delle connessioni in mobilità, le cui reti sarebbero vicine al collasso per saturazione. Investimenti che subiscono rallentamenti di fronte a richieste come quelle delle tv nell’ambito dell’asta delle frequenze che dovrebbe garantire un rientro di 2,4 miliardi di euro da utilizzare per lo sviluppo della broadband mobile. Aeranti-Corallo e Frt, società che si occupano della rappresentanza delle tv locali nella vicenda, fanno sapere che se il governo vuole le frequenze che appartengono ad esse deve sborsare 480 milioni di euro anziché i 240 previsti dalla Legge di Stabilità. E sembrano intenzionate ad andare fino in fondo, compreso un eventuale ricorso al Tar del Lazio che bloccherebbe l’asta e tutte le dinamiche ad essa correlate. Il tutto mentre in Germania l’asta ha già avuto luogo e in Spagna, Francia e Regno Unito si accelera per arrivare a realizzarla.

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Se Report parla di Facebook

La puntata di Report di ieri sera ha sollevato una marea di polemiche; segnalo qui Matteo Bordone su Wired.it, una lettera aperta indirizzata a Milena Gabanelli e l’opinione espressa da Vittorio Zambardino tramite il suo profilo di Facebook:

Sto ascoltando la puntata di Report Gabanelli sul web 2.0. Non è una crociata contro la rete, come qualche fesso fanatico sostiene. Ma è generica, “congestionata” negli argomenti quindi sommaria, e impostata alla cultura italiana più mainstream: i dati sull’audience non sono “schedature”, è ciò che un computer può fare. E parti civili dei processi e editori carta stampata non sono fonti da prendere senza filtro

UPDATE: la replica della Gabanelli alle critiche e un post di Vittorio Zambardino

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USA: “panic button” per i difensori della democrazia

E’ in fase di sviluppo un’applicazione per smartphone Android che permetta ai manifestanti pro-democrazia in paesi sottoposti a regimi autoritari e repressivi di cancellare con un click la rubrica del porprio dispositivo mobile in caso di imminente pericolo. Il progetto, che sarà esteso a breve ai telefoni Nokia, rientra nell’iniziativa del Dipartimento di Stato “Internet Freedom Programming”, che ha già a disposizione 22 milioni di dollari reperiti tra le varie agenzie federali e che ha in cantiere anche la diffusione di informazioni per l’aggiramento di filtri e firewall per l’utilizzo della Rete in “ambienti Internet duramente ostili”.

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Le battaglie dei colossi del web

Su Wired.it una ricognizione delle battaglie in corso tra vari colossi del web a firma di Martina Pennisi; clicca qui.

UPDATE: rientra di sicuro nel tema il lancio di Streetside, servizio di mappatura di Microsoft che tra un mese sarà operativo come diretto concorrente dello Street View di Google, il quale ha deciso di sospendere gli aggiornamenti del servizio in Germania visto l’alto numero di richieste di rimozione di immagini che giungono a Mountain View dopo le decisioni di marzo di una corte teutonica. Buone notizie per Google arrivano invece dagli USA, dove il Department of Justice (DoJ) ha dato il via libera all’acquisizione della start up ITA da parte di Mountain View, che dovrà comunque sottostare a precise condizioni e accettare la sorveglianza dell’ente sul suo operato.

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Google Pc

Google PcClicca qui per la recensione fatta da Wired al Chrome Notebook Cr-48, il Google Pc.

 

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NGN: Google&Co. devono pagare

Per la messa a punto della New Generation Network è necessaria una spesa alla quale devono partecipare anche quei soggetti, le net company, che ricavano grossi introiti dalla rete ma non partecipano alla sua evoluzione infrastrutturale. E’ questa la linea emersa durante l’audizione alla Commissione Lavori Pubblici al Senato, durante la quale Stefano Parisi, ex Amministratore Delegato di Fastweb e attuale presidente di Asstel, ha evidenziato come i tempi d’azione siano stretti perché la rete italiana rischia il collasso. Gli investimenti dovranno così essere ingenti ma non dovranno provenire da soldi pubblici, con lo Stato che sarebbe chiamato soprattutto ad un ruolo normativo entro il quale si pongano i lavori per l’implementazione della rete di nuova generazione. E per la prima volta in sede istituzionale viene citato a proposito Google. Anche per il presidente di Telecom Bernabé le net company vanno responsabilizzate in questo senso, perché non solo ottengono “a livello mondiale, ricavi totali analoghi a quelli conseguiti dagli operatori di rete per l’accesso a Internet (circa 130 miliardi nel 2010), pur non essendo gravati dagli elevati investimenti infrastrutturali di questi ultimi”, ma non lasciano neanche “occupazione e risorse fiscali in capo ai paesi in cui vengono realizzati”. Bernabé confermava comunque gli impegni di Telecom: 8,7 miliardi nel triennio 2011-2013 dopo l’investimento di 3,1 miliardi del 2010. A margine dell’incontro è stato proposto di passare la gestione dell’NGN dal Ministero dello Sviluppo Economico a quello delle Infrastrutture, prima di fare il punto sulla situazione dell’asta per le frequenze a 800 mhz che dovrebbe fruttare 2,4 miliardi di euro da investire per la banda larga, asta che per il momento appare sospesa.

Il tutto mentre Google investe in Youtube: 100 milioni di euro per trasformare il Tubo in un network televisivo. Sembrano tanti, ma sembrano proporzionati al cospetto dei 554 milioni incassati dalla piattaforma nel 2010. In ogni caso, i tempi del restyling del sito sono ancora da valutare.

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Google e copyright: il Congresso non è soddisfatto. Mentre aumentano i poteri di polizia

Google non si impegna abbastanza per la tutela del copyright. E’ quanto sostiene Bob Goodlatte, capo della U.S. House Judiciary subcommittee, commissione impegnata nelle tematiche di tutela del diritto d’autore e servizi Internet negli Stati Uniti. Il problema risiederebbe nella poca tempestività con la quale il search engine interviene per le rimozioni dei contenuti illeciti nonché nel piazzamento degli annunci pubblicitari di siti che sono in violazione del diritto d’autore. Da Mountain View si fa notare come si siano spese circa 50mila ore di lavoro per la realizzazione, ad esempio, di Content ID, tecnologia che permette a Youtube la rimozione dei video pescati a violare il diritto d’autore. Continuando nella difesa di BigG, il general counsel Kent Walker dichiara che l’azienda non ricava profitto dalle violazioni e che le procedure di rimozione devono essere accurate per non rischiare di tagliare fuori dalla rete per sbaglio contenuti legittimi.

DEVICE E SEQUESTRI – Intanto un tribunale dell’Arizona ha stabilito che le autorità hanno facoltà di sequestrare e perquisire dispositivi elettronici anche a distanza dalla frontiera e senza mandato se il tutto è inserito nella lotta a violazioni di copyright, P2P e pedopornografia. La decisione arriva durante un procedimento d’appello nel quale si analizzava la posizione di Howard Wesley Cotterman, un cittadino californiano che nel 2007 si era visto sequestrare e analizzare il laptop dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Nel dispositivo erano state trovate cartelle contenenti immagini pedopornografiche, ma il giudice di primo grado aveva stabilito che la perquisizione era avvenuta in maniera illecita perché effettuata a circa 200 miglia dalla frontiera. Decisione ribaltata dopo il ricorso degli agenti dell’ICE, che sostenevano come al confine non ci fossero attrezzature adatte alla perquisizione; e che così ricevono anche una nuova autorizzazione a sequestri e perquisizioni in presenza di generici sospetti.

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Google Suggest: bisogna filtrare

Il Tribunale di Milano ha imposto a Google la rimozione di alcuni risultati del suo servizio di suggerimento durante la digitazione delle chiavi di ricerca. La decisione arriva dopo la denuncia di un imprenditore del settore finanziario, il quale vedeva apparire vicino al suo nome le parole “truffa” e “truffatore”; il Tribunale ha stabilito che la dinamica genera diffamazione: “L’utente che legge tale abbinamento è indotto immediatamente a dubitare dell’integrità morale del soggetto il cui nome appare associato a tali parole ed a sospettare una condotta non lecita da parte dello stesso”. A nulla sono valse le tesi di Google basate su un presunto “utente intelligente” in grado di di interpretare da solo questo tipo di contenuti, situazione che secondo il giudice non ha riscontri effettivi. BigG non è nuova a questo tipo di sentenze (casi analoghi sono successi in Francia,  Svezia e Brasile), ma le garanzie previste dalla direttiva sul commercio elettronico 2000/31/CE (sulla “Responsabilità dei prestatori intermediari”, recepita in Italia dal D.lgs. n. 70/2003 che disciplina i “servizi della società dell’informazione”) sembrano in questo caso vacillare, almeno stando agli argomenti dell’accusa.

Google Suggest

Il risultato infatti è una diretta applicazione di un software messo a punto da Google, che inoltre non solo non ha provveduto all’implementazione di filtri ma ha anche ignorato le precedenti segnalazioni del ricorrente nonché un’ordinanza del Tribunale di Milano del gennaio 2011, contro il quale Google aveva presentato reclamo. Il giudice condanna così BigG al pagamento di 1.500 euro per i diritti lesi e 2.300 per onorari vari e spese legali, dopo aver presentato un’analisi della posizione di Google che risultava così non un mero motore di ricerca ma anche una banca dati; il materiale della suddetta banca dati non è dunque genericamente su Interne ed è inoltre associato proprio dalla funzionalità “Autocomplete” frutto del servizio di Google. In ogni caso il giudice sottolinea come ad esso non si chieda un filtraggio preventivo sui contenuti che emergono dal Suggest/Autocomplete ma di intervenire a posteriori su segnalazione.

UPDATE 7 aprile: il commento di Guido Scorza.

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In Francia si processa la data retention

Il Consiglio di Stato francese sarà chiamato a valutare il ricorso presentato da 20 grandi aziende delle telecomunicazioni (tra le quali anche Google e Facebook) contro le nuove norme adottate nel paese in maniera di data retention. Nel dettaglio, si tratta di un decreto dell’Eliseo del 2004 entrato in vigore il mese scorso, del quale si contesta di aver inserito le password tra i dati che provider e fornitori di telecomunicazioni devono conservare. Questo aspetto andrebbe oltre le indicazioni contenute nella direttiva europea in materia, la 2006/24/CE, già criticata perché prevede che la conservazione duri dai sei mesi ai due anni.

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