Per una nuova data retention europea

Un’analisi della Commissione Europea mette in luce la volontà di aggiornare a mezzo emendamento la direttiva 2006/24/EC, quella che regola la data retention sul continente. Si sottolinea come l’obbligo di conservazione dei dati di navigazione da parte di provider e fornitori di servizi di Telecomunicazioni sia stato funzionale alla prevenzione di parecchi reati, ma allo stesso tempo si dichiara necessario un aggiornamento alla luce degli avanzamenti tecnologici occorsi da cinque anni a questa parte. Soprattutto in materia di privacy, tema sul quale si è sempre battuto il gruppo di attivisti di European Digital Rights; in un’analisi la EDRi sostiene che i netizen europei sono stati sottoposti dalla direttiva ad una sistematica violazione della privacy, tesi sposata dalle autorità della Repubblica Ceca nel considerare solo poche settimane fa anticostituzionale la legge di recepimento della direttiva.

E COMMERCE – E mentre si attende l’annuncio da parte del Commissario Neelie Kroes di un’indagine a tutto campo sulla Net Neutrality nell’Unione, anche in vista delle nuove regole in materia di trasparenza contenute nel Pacchetto Telecom che entreranno in vigore da fine maggio, arriva l’allarme delle tre principali associazioni europee del commercio elettronico (la francese Fevad, l’italiana Netcomm e l’inglese Imrg): i costi per gli acquisti effettuati online dai 150 milioni di europei che sono soliti farne (10 in Italia) aumenteranno di 10 miliardi di euro l’anno se verranno approvate le nuove misure in materia proposte dal Parlamento. Si parla della “Direttiva dei consumatori”, che punta a modificare la 2000/31/CE sull’e-commerce. Si contestano i punti che stabiliscono l’obbligo di vendere in tutti e 27 i paesi e di gestire 7 valute e 25 lingue diverse; inoltre, le nuove norme sulle rese, i cui tempi vengono triplicati causando così oneri maggiori per le imprese. Così il presidente di Netcomm Roberto Liscia, intervenuto sul Corriere della Sera: “Da un’analisi condotta sulla base dei dati forniti dalle associazioni di categoria europee che rappresentano circa il 50% del comparto, l’incremento dei costi di trasporto che si genererebbero se questa direttiva passasse, ammonta a circa 10 miliardi di euro. Ad oggi, infatti, i costi di trasporto dell’e-commerce europeo valgono circa 5,7 miliardi di euro. Con la nuova legislazione salirebbero a 15,6 miliardi. Questi emendamenti provenienti dall’Europa sono i più devastanti mai proposti in materia di commercio elettronico. Oltre a non essere necessari, genererebbero un incremento dei costi che ricadrebbe inesorabilmente su un peggioramento dei prezzi per i consumatori. Molte piccole e medie imprese italiane ed europee si vedrebbero costrette a chiudere e molte start up addirittura a non nascere in un momento in cui la forza e la vitalità imprenditoriale è più necessaria che mai per portare l’Italia e l’Europa fuori da una crisi fortissima che ha lasciato pesanti segni e dalla quale ancora non siamo del tutto usciti. In Italia, poi, la gravità sarebbe ancora più evidente se si pensa che solo da poco tempo si sta recuperando il terreno perduto e mai come oggi si respira un fermento imprenditoriale che non può fare che bene al settore e all’intero sistema Paese”. Da parte sua il segretario generale vicario dell’Adiconsum Pietro Giordano nella stessa sede affermava:”Per chi opera non perfettamente sul mercato la normativa peserà, ma non ci può essere automatismo tra tempi di rimborso e aumento dei prezzi. poi il mercato selezionerà i venditori migliori, non tutti sono in grado di vendere in tutta Europa. Per le piccole imprese bisogna pensare alla necessità di consorzi a livello europeo, o eventualmente a delle eccezioni nella nostra normativa nazionale che permettano alle piccole realtà di vendere solo in Italia […] Il 90% delle richieste di reso avviene perché il prodotto non è conforme a ciò che si è ordinato. In questo caso per noi è giusto avere anche il rimborso delle spese”.

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