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A due velocità

In queste ore il divario tra la Rete e  il mezzo televisivo sta emergendo in maniera davvero preoccupante per chi, dal tubo catodico, continua a dare spazio a personaggi che nel frattempo vengono smascherati su Internet per quello che sono: populisti allarmisti che dalla paura e dalle emergenze traggono la propria forza. E quando l’emergenza non c’è, la creano, con le loro richieste all’esercito, con le loro accuse alla Protezione Civile, con la loro logorroica onnipresenza peraltro in abbigliamenti che neanche sulle piste da sci, ridicoli in confronto alla quantità di neve caduta sul suolo delle loro città.

Ho usato il plurale ma ogni riferimento al Sindaco di Roma Gianni Alemanno è puramente voluto. E nel frattempo, altre zone d’Italia vengono ignorate nonostante migliaia di famiglie siano isolate senza beni di prima necessità e le persone muoiono dentro ambulanze impalate nella neve. Anche qui, ogni riferimento alla Marsica, al centro dell’Abruzzo, è puramente voluto. Ma la Rete si sta organizzando mentre guarda nel retrovisore i “colleghi” della tv.

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Fava: bocciato!

Fava bocciatoL’emendamento Fava è stato respinto nel voto odierno sulla Legge Comunitaria alla Camera. La Rete ringrazia chi ha evitato lo scempio. Adesso, onorevole Fava, dopo averci provato tre voltea sfregiare questo mezzo, la faccia finita.

Update 2 febbraio – Niente di particolare, l’ho visto, mi ha gustato parecchio e lo posto.

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Proteste giuste, ma per i motivi sbagliati?

Mi sembra doveroso segnalare questo pezzo di Valigiablu, nel quale si mette in luce come ACTA sia avversato in queste ore forse per i motivi sbagliati. Non è una difesa del trattato, anzi, è ben sottolineato il danno che esso creerebbe e gli scenari ai quali darebbe modo d’esistere, ma si fa una specie di grande rettifica sul alcuni dei punti nodali (che ho toccato anch’io quindi è doppiamente giusto che io segnali il post).

Da diversi mesi ci stiamo occupando di ACTA, abbiamo intervistato il Portavoce dell’UE per il commercio John Clancy e fatto un punto sulla protesta e seguito il percorso ‘legislativo’ con il primo sì da parte di 22 Stati membri dell’UE. Siccome, come sempre, pensiamo che una protesta debba essere informata, continuiamo il nostro approfondimento proponendo questo articolo che analizza la fragilità e la debolezza della protesta contro questi accordi.

Continua a leggere su ValigiabluSegnalo anche l’analisi di Arturo Di Corinto.

ACTA è solo in apparenza un accordo commerciale: in realtà esso è di natura legislativa. Perciò è Inaccettabile che i parlamentari italiani siano stati esclusi dal processo, mentre 42 dirigenti delle industrie con interessi correlati a brevetti e copyright hanno potuto accedere ai documenti e concorrere alla loro formulazione, mentre si richieda di accettare come fatto compiuto i risultati di un lavoro svolto in segreto.
Non è ammissibile che a decidere del futuro della libertà e ad interferire con le leggi di uno Stato sovrano siano pochi funzionari e rappresentanti di corporation.

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Un bavaglio formato mondiale

Insomma, l’Unione Europea ha deciso di partecipare al più grande movimento internazionale contrario ai diritti dei netizen che si sia mai visto nella storia della Rete. Anni di trattative segrete e adesioni di importanti paesi fatte in silenzio per un testo, l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), il quale renderebbe ogni intermediario responsabile delle violazioni commesse dagli utenti che ne sfruttano i servizi, li costringerebbe a condividerne i dati personali con i titolari di diritti d’autore anche senza un ordine della magistratura, trasformerebbe i provider in sceriffi, renderebbe possibile per i titolari di diritti impedire ad un intermediario di rendere disponibile un servizio che potrebbe essere utilizzato (anche) per violare il copyright.

E poi gli scempi in merito ai prodotti farmaceutici, che esporrebbero i ricercatori di tutto il mondo ad uno stop da parte di chi non rappresenta nessuno se non i propri interessi ma è evidentemente ben rappresentato da chi dovrebbe tutelare il cittadino e l’utente.

L’unica buona notizia è che le mobilitazioni degli oppositori sono partite praticamente subito (qui una petizione di Agorà Digitale), facendo il paio con le dimissioni che ha presentato l’europarlamentare Kader Arif, relatore continentale del testo.

Update 27 gennaio – Anche Avaaz.org lancia la sua petizione.  

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Petizione contro “il Fava”

Se negli USA hanno fermato i senatori “amici” delle più potenti major del pianeta, nella nostra bella Italia saremo sicuramente in grado di fermare un onorevole. Firma la petizione contro il “SOPA de noantri”:

Gentile Onorevole,

deputati e senatori di quasi tutti i gruppi (Fli, Gruppo Misto, IDV, PD, PDL e Radicali) hanno presentato alla Camera molti emendamenti volti ad abrogare dalla legge comunitaria l’emendamento dell’On. Fava, che, in contrasto con le direttive europee vuole obbligare i siti web a controllare preventivamente i contenuti pubblicati dagli utenti, rimuovendoli in base ad una semplice segnalazione di una parte interessata. Se è importante la difesa del diritto d’autore questa non può avvenire a scapito dei diritti degli utenti e degli hosting provider (siti come Wikipedia, Google, Facebook) che saranno costretti ad una rimozione “selvaggia” di contenuti.

Le chiediamo di apporre la sua firma su tali emendamenti o quantomeno su alcuni di essi, per dare forza alla richiesta di abrogazione in modo che sia chiaro che la difesa del web, non come luogo di assenza di regole, ma come risorsa anche per l’informazione è condivisa da tutti gli schieramenti politici.

Internet è e sarà una risorsa fondamentale per la nostra democrazia e deve essere tutelata.

Qui la pagina Facebook della mobilitazione. Qui un “kit stampa” sull’emendamento.

Update 26 gennaio 2012 – Di petizione in petizione, qui si firma quella contro l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), che per restare in tema viene definito “il SOPA mondiale” e che oggi è stato ratificato dall’UE a Tokyo. La lotta è a tutti i livelli.

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Ancora su “MegaCospirazione”

Ragionando a bocce ferme, in merito al post precedente, non voglio certo mettermi a difesa di chi si è potuto permettere auto di lusso grazie ad attività illecite svolte dagli utenti di un servizio da lui creato e che, comunque, tecnicamente resta neutrale. Che mister Schmitz fosse a conoscenza del fatto che tolti i contenuti protetti da diritti dal suo cyberlocker esso avrebbe perso quasi tutto il suo appeal, è scontato; se poi abbia messo in atto pratiche per favorire queste violazioni di copyright, è una cosa che accerterà la magistratura.

Il mio sfogo era diretto contro una modalità d’azione che vede la Rete soggetta a una sempre più facile sospensione di alcuni diritti in favore di altri come se su Internet i primi valessero di meno rispetto alla “vita reale” (altra distinzione idiota, come se non fosse reale quello ci stiamo dicendo).

Bisogna entrare nell’ottica che ciò che si scrive e si dice e si carica nel cyberspazio ha lo stesso identico valore dei corrispettivi cartacei o televisivi o radiofonici. E che soprattutto esiste uno spazio di intermediazione che è al momento regolato chiaramente a livello comunitario così come negli Usa e che rappresenta uno scudo contro le mire di chi vorrebbe responsabilizzare alcuni attori in maniera ingiustificata e vorrebbe privatizzare la giustizia.

Ecco, allargando la visuale, sequestri preventivi fatti con l’accetta, norme come il SOPA e l’emendamento di Fava (a proposito, caro onorevole Fava, lei è un nemico di Internet come se ne sono visti poche volte in Italia, eppure ce ne sono stati, eccome se ce ne sono stati). Metti a sistema, e ne risulta una crisi di nervi. Poi i criminali vanno condannati, senza dubbio. Ma i distinguo in momenti come questo pesano più di accuse e reati, giusto per imparare qualcosa e difendere la Rete dagli attacchi sistematici dei rappresentanti di un modello di business vivo solo nelle loro teste e nelle penne di chi scrive per loro orribili norme. E dal calderone nel quale finiscono contenuti perfettamente leciti solo perché si trovano nello stesso spazio di altri protetti da copyright.

Update – E IlFuturista lancia un “movimento anti-Fava”. Mentre Fulvio Sarzana segnala l’enforcementche si vede all’orizzonte continentale.

RiUpdate 23 gennaio – Anche su Wired si illumina questa faccia della medaglia.

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Chiusi Megaupload e Megavideo

Sembra una risposta a chi ha gridato contro gli enforcement selvaggi alle norme sul diritto d’autore oscurando i propri siti e inviando missive di massa ai congressisti. I cyberlocker Megaupload e Megavideo sono stati chiusi dall’FBI e dal Dipartimento di Giustizia americana, i quali hanno ottenuto anche l’arresto del fondatore Kim Schmitz e di altri tre amministratori del sito (peraltro fermati in Nuova Zelanda, un esempio di collaborazione internazionale davvero efficiente!).

L’accusa è quella che da tempo (da sempre) i signori del copyright muovono contro i due siti: violazione massiva di copyright (oltre ad associazione a delinquere e riciclaggio). Poco importa che i due “armadietti digitali” si limitino ad incamerare ciò che caricano gli utenti, agendo di fatto da intermediari e fornendo uno spazio che come vocazione primaria non può avere la mera violazione del diritto d’autore.

Immagino solo che se avessi caricato su una delle due piattaforme un video nel quale con la totale libertà di parola che ci è concessa mi fossi scagliato davanti ad una webcam contro un sistema capace di certi abusi, il mio atto di libertà d’espressione sarebbe finito offline insieme a tutti i file protetti da diritti caricati da altri utenti. Non è una violazione questa? Non è uno sconfinamento, un eccesso nelle misure (legittime) di lotta alla pirateria? Non è una vera e propria sospensione di alcuni diritti fondamentali praticata nel nome di un interesse economico?

A mio avviso, si. Ed è frustrante quanto la coperta sia corta per chi protesta: da un lato si dà una piccola spallata al Congresso. Dall’altra, si viene colpiti in maniera durissima, mortale. Ribadisco: la lotta alla pirateria è sacrosanta ma il diritto d’autore non può prevalere sulla libertà d’espressione e sulla libertà d’impresa (giusto per citarne un paio).

Intanto, partono gli attacchi hacker (Anonymous in testa) mentre c’è chi come Stefano Quintarelli aggiunge preoccupanti particolari:

Faccio notare che, sequestrando i server, le forze dell’ordine hanno l’intero database degli utenti con tanto di indirizzi email, numeri di carte di credito e probabilmente log ed indirizzi IP.

Proprio poche settimane fa si era manifestato lo squilibrio di forze tra le industrie del disco e le ragioni di Megaupload; il cyberlocker diffondeva il materiale audio/video di una sua nuova campagna pubblicitaria messa a punto con il supporto di numerosi artisti legati a diverse major (e dunque alla RIAA). La Universal chiedeva ripetutamente a Youtube di censurare i suddetti materiali, i cui elementi però risultavano essere di proprietà di Megaupload. Nonostante tutto, il canale in questione rischiava di essere chiuso per ripetute infrazioni tutte da provare. Il caso approdava in tribunale pochi giorni dopo. Qui una ricostruzione della vicenda.

P.s.: Il Commissario Responsabile dell’Agenda Digitale europea Neelie Kroes “is glad” on Facebook in merito alle proteste di ieri

Update – Il “SOPA all’italiana” di Giovanni Fava viene approvato dalla Commissione Politiche Comunitarie.

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On strike

Ci sono dei diritti che non possono essere violati in nome di un sistema economico che ha fatto il suo tempo e si permette di non capirlo solo perché ha ancora delle protezioni enormi fatte di lobbies e connivenze della politica. SOPA e PIPA sono una coppia di leggi americane? Beh, da noi c’è l’Agcom con il suo regolamento antipirateria. E analoghi movimenti mettono i brividi ai netizen in tutto il Mondo. Abbiamo tutti gli stessi diritti, corriamo tutti gli stessi pericoli. E dunque, tanto vale lottare tutti insieme contro la censura copyright oriented. Domani si sciopera.

p.s.: aderisce anche Wikipedia.

Update 18 gennaio 2012 ore 20:01 – Sciopero finito. Tante adesioni, ma solo nella “lunga coda”. Mancano i big Facebook, Twitter, eBay, ecc. Meglio di niente, ovvero dell’accettazione silenziosa di uno scempio legislativo che non colpirebbe Internet ma la libertà di espressione e non garnatirebbe il rispetto del copyright ma darebbe solo poteri arbitrari a privati su decisioni che solo la magistratura può prendere, almeno in uno stato di diritto.

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Una cabina di regia targata Agcom

All’unanimità l’Agcom invita il governo Monti a mettere a punto una road map per il digitale nel nostro paese. Qualcuno dirà “era ora!”, qualcun altro, “meglio tardi che mai!”. Di sicuro le autorità del nostro paese non ci avevano abituato a questi toni carichi di speranza nei confronti delle ICT. 

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Senatori, siete in linea?

Premetto: trovo lodevoli sia i contenuti di questa ormai stagionata proposta di legge dei senatori Vita e Vimercati sia l’idea di veicolarla tramite un blog. Tuttavia, anzi, proprio per questo, trovo anche abbastanza paradossale l’abbandono al quale è stato destinato questo spazio. Come per quello dell’Intergruppo Parlamentare 2.0 (ne parlavo qui e da allora non si è mosso nulla), aprire un blog per farne in pochi mesi una mera cartolina dei tempi che furono è veramente triste. Viene quasi da pensare che l’apertura fosse dettata da ragioni di propaganda, come tutte le volte che gran parte della nostra classe dirigente si mette a sbandierare la sua presenza online che, appunto, è una mera presenza, direi quasi un presenzialismo, il quale non fa i conti con le logiche della Rete ma riproduce in essa le modalità televisive o peggio ancora dei comizi di piazza. Arrivando a questi paradossi come l’abbandono uno spazio online.

Coraggio senatori, basta rispondere ad una semplice domanda: che fine ha fatto il vostro progetto? C’è bisogno di pressione sul governo in questa “fase 2” orientata alla crescita affinché le questioni di Internet vengano messe in cima all’agenda.

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Lareteingabbia a Radio1: “Monti pensi alla Rete!”

Qui sotto l’audio del mio intervento a Radio1 nella trasmissione mattutina CheckIn del 28 dicembre. Una bella occasione per gridare da una radio nazionale “dateci la bandaaaa!”.

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Censura privata. E l’ipocrisia della Lega

Dunque, la Universal Music Group avrebbe un accordo privato con Google che le permette di chiedere la rimozione di qualunque contenuto da Youtube. Cioè, un privato chiede ad un privato di rimuovere un contenuto caricato da un utente. In barba a garanzie costituzionali come il Primo Emendamento statunitense e tutte le altre a tutela della libertà d’espressione. Poco importano i motivi, resta il problema di fondo: una piattaforma come Youtube (e valga anche per Facebook e tutte le altre piattaforme di UGC) dal momento in cui diventa un mezzo di espressione per centinaia di milioni di persone resta uno spazio privato o assume i contorni dell’agorà pubblica nel quale devono in primis valere le regole dello stato di diritto?

Tanto più che nello specifico sembra infondata l’accusa mossa a Megaupload: il cyberlocker qualche settimana fa diffondeva il materiale di una sua nuova campagna pubblicitaria messa a punto con il supporto di numerosi artisti legati a diverse major (e dunque alla RIAA). La Universal chiedeva ripetutamente a Youtube di censurarne un video, i cui elementi però risultavano essere di proprietà del cyberlocker. Nonostante tutto, il canale di Megaupload rischia di essere chiuso per ripetute infrazioni tutte da provare. Il caso è approdato in tribunale pochi giorni fa. Qui una ricostruzione dellla vicenda.

Nel frattempo in Italia il caro senatore leghista Giovanni Fava prova ancora (si ancora, ci aveva già provato ad agosto) ad introdurre una norma che interviene sul regime di responsabilità degli intermediari disponendo che alla segnalazione di un titolare di diritti un intermediario della comunicazione online deve rispondere, subito e a prescindere dalle prove, con la rimozione dei contenuti. Anche oltre le idiziozie del regolamento Agcom e contro le ultime disposizioni che arrivano dall’Europa e gli orientamenti del Tribunale di Roma (che richiamando la sentenza della Corte Europea di aprile 2011 sul contenzioso SABAM – Scarlet, ha ritenuto illegittima la richiesta di Mediaset di imporre a Google di sorvegliare “a monte” affinché sui suoi servizi non passino materiali protetti dal copyright del biscione; cioè, non si può imporre ad un provider tale tipo di filtraggio preventivo).

Insomma, resistenze, passi in avanti e reazioni. Ma dei reazionari ci siamo scassati le scatole.

p.s.: lo dicano i leghisti che provano a tornare alle orgini coi cartelli in Parlamento che la loro contaminazione con quella che chiamano “Roma ladrona” li ha portati a sposare le cause delle multimilionarire major. Lo dicano, ipocriti.

Update 22 dicembreYoutube smentisce la presenza di un accordo con UMG. E’ una buona notizia. Restano comunque le perplessità e i quesiti che mi sono permesso di sollevare.

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Rojadirecta, antipirateria e censura

RojadirectaAssume i contorni della telenovela la querelle tra Rojadirecta, popolarissimo sito di indexing di eventi sprotivi in streaming, e le autorità degli Stati Uniti d’America. Ma soprattutto, si evidenziano modalità d’azione nella lotta alla pirateria che troppo spesso sconfinano nel terreno della censura.

Ripercorriamo le tappe della vicenda: nel febbraio 2011 il governo di Washington lanciava l’Operation in Our Sites, una campagna che prevede la disconnessione dei siti ritenuti responsabili di violazione di copyright; tra essi finiva appunto Rojadirecta, il quale veniva oscurato nei suoi domini .org e .com (tutti a utilizzare rojadirecta.es, dunque, vista la sentenza della Corte Suprema spagnola che giudica il sito come intermediario protetto dal “safe harbor europeo”).

Tuttavia, nel giugno 2011 arrivava la contromossa dei legali della startup spagnola Puerto 80, proprietaria del servizio, i quali trascinavano davanti ad un giudice federale i giudici di New York che avevano emesso la sentenza di disconnessione; essi avrebbero commesso un illecito ordinando la chiusura di quello che dovrebbe essere considerato, a detta degli avvocati, un mero servizio di indexing (si chiede in sostanza di essere trattati in America come in Spagna). Puerto 80 diventava così il primo gestore di siti a ribellarsi ad una chiusura ordinata dallo U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE) e dal Department of Justice (DoJ). Nell’agosto 2011 un giudice federale confermava l’oscuramento dei due domini (mentre a novembre arrivavano altri 130 sigilli nell’ambito dell’OinOS).

Poche ore fa, la svolta: un giudice di New York stabilisce la marcia indietro sui domini di Rojadirecta non essendo sufficienti le prove a dimostrazione della “volontarietà nella distribuzione di link alle partite trasmesse in streaming”. Tuttavia, si rimanda di 30 giorni la liberazione dei domini in attesa di nuove prove da parte dell’accusa. Una procedura nuovamente contestata dai legali di Puerto 80, che parlano di abuso e violazione del Primo Emendamento da parte del DoJ, perché tali blocchi sono contemplati nell’ordinamento USA solo in caso di pericolo per la sicurezza nazionale.

La scorsa settimana un caso che dimostra come queste ragioni non siano campate in aria e che questo tipo di battaglie antipirateria siano borderline con la censura: il sito Dajaz1 veniva dissequestrato dopo un anno di sequestro per presunta violazione di copyright senza che fossero date spiegazioni né sul primo né sul secondo provvedimento. Solo il fatto che mancassero prove sul reato; in pratica è stato messo offline e tenuto in quello stato per mesi senza ragioni.

Non solo da noi è aperta la caccia al censore: la battaglia contro le misure arbitrarie delle autorità in materia di copyright è, purtroppo, d’attualità anche nel paese che ha dato i natali alla Rete. 

Update – Mentre resta sotto sequestro la rete di Italianshare, il Tribunale di Roma respinge le richieste avanzate da Mediaset ai danni di Google e riafferma con forza: non si può imporre ad un intermediaro di sorvegliare preventivamente ciò che gli utenti diffondono tramite i suoi spazi online. Punto.

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Due belle notizie

Un paio di piccoli lumi in questa manovra: meno carte bollate per le Web tv e l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di prendere in considerazione i software open source nei loro bandi. In attesa di misure “strutturali” ci accontentiamo di due piccole toppe.

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Forse ha ragione la Lega

Il titolo non spaventi, è ovviamente una provocazione. Però quando le camicie verdi parlano delle radicali differenze che intercorrono tra i paesi dell’Unione lanciano un messaggio che torna alla mente in giornate come questa.

Leggo che in Germania vengono aboliti i filtri alla Rete (“l’unico modo per evitare che siti come quelli pedopornografici vengano visti è eliminarli”, e le liste nere risultano più un pericolo che una garanzia, non sai mai cosa può andarci a finire dentro), che in Svizzera il P2P non rappresenta un indiscriminato fumo negli occhi per un interno sistema ipergarantista ma solo degli interessi di pochi.

Mentre da noi i provider devono comprarsi una pagina sul primo quotidiano economico del Paese per lanciare un allarme sul regolamento che sta per varare l’Agcom in materia di fibra ottica, a loro detta foriero di inaccettabili irrigidimenti verso il monopolio. Agcom, autorità che ha più volte dimostrato la sua indipendenza. E la fibra ottica, che per il momento è stata al centro solo di tavoli fallimentari e annunci tanto roboanti quanto fasulli.

Lo so che sono temi disparati tra loro però sono in fondo spie di un approccio di fondo alla materia tutta. Signori della Lega, parlamentari tutti: noi e loro non siamo differenti. Già, noi siamo indietro.

P.s.: Passera dice che l’innovazione beneficerà di fondi e programmi al di là di specifici ruoli all’interno del Governo. Continua l’altalena tra stress e fiducia.

Update 7 dicembre – From Manteblog

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La fiducia contro lo stress

Dunque, ricapitolando: Internet crea più posti di lavoro di quanti non ne distrugga, permette praticamente a tutti i settori dell’economia di sfruttarlo e trarne vantaggio, è un settore produttivo esso stesso e oggi scopriamo anche, grazie al Censis, che Facebook e Twitter sono utili per uscire dalla crisi perché disinnescano le tensioni prossime venture attraverso “l’arricchimento dei rapporti sociali”.

Bene. Monti ha citato l’impegno per l’agenda digitale giusto di striscio nel discorso di presentazione al Senato, ha ignorato la proposta (da valutare quanto utile, questa si) di un ministro per Internet e ha bissato con le nomine dei sottosegretari.

Delle due l’una: o ci stiamo rigirando nella stessa brace di sempre o c’è solo da attendere perché i tecnici sanno quanto trasversale e non confinabile in un recinto sia la propulsione della Rete alla nostra (a qualunque) economia.

Continuo ad essere fiducioso che la spiegazione giusta sia la seconda. Ma solo per combattere lo stress da frustrazioni istituzionali.

P.s.: non c’entra nulla ma questa storia è troppo divertente. Come se Valentino Rossi fosse il testimonial della campagna contro l’evasione fiscale.

Update – Appena pubblicato questo post faccio un giretto in Rete e trovo Riccardo Luna con delle indiscrezioni sulla manovra di lunedì. Sempre più fiducia!

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Internet non si filtra. Almeno, non in Europa

La banda larga non entrerà tra i servizi universali però almeno nessuno degli Stati dell’Unione potrà imporre per legge agli ISP di implementare sistemi di filtraggio per impedire lo scaricamento di file illegali. Lo ha deciso la Corte di Giustizia europea, anteponendo così la privacy degli utenti e la loro libertà di scambiarsi informazioni agli interessi delle major. Senza contare i costi aggiuntivi che dovrebbero sostenere i provider e tutte le altre norme che impediscono loro di controllare le informazioni che viaggiano sulle loro “reti”.

La Corte risolve quindi la questione pregiudiziale dichiarando che il diritto dell’Unione vieta che sia rivolta ad un fornitore di accesso ad Internet un’ingiunzione di predisporre un sistema di filtraggio di tutte le comunicazioni elettroniche che transitano per i suoi servizi, applicabile indistintamente a tutta la sua clientela, a titolo preventivo, a sue spese esclusive e senza limiti nel tempo”

Lo dico sottovoce: è una vittoria. Soprattutto per chi nel Belpaese, sperando che certi progetti di legge abbiano esaurito il loro percorso, guarda con (timorosa) attesa alle prossime mosse dell’Agcom, pronta a ripresentare tra poche settimane il suo favolosamente scandaloso regolamento in materia di rimozione dei contenuti.

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E’ il diritto, bellezza

CopyleftIl settore creativo è una fonte unica per la crescita, sia economica che sociale. Per un attimo, facciamo un passo indietro dagli strumenti per ricordare quello che stiamo cercando di ottenere. Giuridicamente, vogliamo un quadro ben compreso e applicabile. Moralmente, vogliamo dignità, riconoscimento e un ambiente stimolante per i creatori. Economicamente, vogliamo premiare finanziariamente, in modo che gli artisti possano trarre beneficio dal loro duro lavoro ed essere incentivati a creare di più.

Sono una sostenitrice incondizionata di questi obiettivi. Ma chiediamoci, è il sistema di diritto d’autore lo strumento giusto e il solo per raggiungere i nostri obiettivi? Non proprio, temo. Dobbiamo continuare a lottare contro la pirateria, ma l’applicabilità giuridica sta diventando sempre più difficile. Nel frattempo i cittadini percepiscono le parole “diritto d’autore” e tutto quello che c’è dietro con sempre maggiore odio e insofferenza. Purtroppo, molti vedono il sistema attuale come uno strumento volto a punire e non riconoscere e premiare. E nonostante tutto, se anche servisse solo alla ricompensa economica, saremmo in fallo anche qui”

Si è espressa così l’altro ieri al Forum d’Avignone Neelie Kroes, commissario responsabile dell’attuazione dell’Agenda Digitale continentale.

A meno che non si voglia tacciarla di istigazione alla pirateria o inserire le sue parole tra le demagogie degli scariconi, è evidente quanto sia prioritaria una riforma del diritto d’autore volta alla riaffermazione dello stato di diritto e non ad una sua negazione. 

Ma soprattutto alla valorizzazione dei veri protagonisti delle creazioni artistiche: gli artisti.

Abbiamo bisogno di tornare alle origini e mettere l’artista al centro, non solo della legge sul copyright, ma di tutta la nostra politica sulla cultura e la crescita. In tempi di cambiamento, abbiamo bisogno di creatività e pensiero “out-of-the-box”: arte creativa per superare questo periodo difficile e modelli di business creativi per monetizzare l’arte. E per questo abbiamo bisogno di flessibilità nel sistema, non la camicia di forza di un unico modello. Le piattaforme e i modelli di business che forniscono contenuti, distribuzione e utilizzo possono essere tanto diversi e innovativi quanto il contenuto stesso.

Le ICT possono contribuire a questo proposito. In tutti i tipi di settori, le ICT possono aiutare gli artisti per un contatto con il pubblico diretto ed a basso costo. Allo stesso tempo, possono aiutare il pubblico a trovare e godere del materiale che si adatta alle loro specifiche esigenze, interessi e gusti. Le ICT possono aiutare anche in altri modi, sostenendo sistemi di riconoscimento e ricompensa [più equi di quelli attuali]. […] Non si tratta solo di tecnologia: è un discorso di legislazione intelligente. Abbiamo bisogno di trovare le regole di diritto, il modello giusto per alimentare l’arte,e gli artisti […] Quindi, la legge non dovrebbe prescrivere un particolare modello, ma stabilire un quadro che consenta di fiorire a molti nuovi modelli […] Un sistema di ricompensa della creazione artistica, in tutte le sue dimensioni, deve essere flessibile e sufficientemente adattabile a far fronte a questi nuovi ambienti. Altrimenti uccideremo l’innovazione e gli interessi degli artisti […] Queste idee sono quelle giuste per raggiungere i nostri obiettivi? Non lo so. Ma troppo spesso non riusciamo nemmeno a metterle alla prova a causa di qualche vecchio insieme di regole fatte per un’epoca diversa – che si tratti della Convenzione di Berna, le eccezioni e limitazioni legislazione sulla direttiva IVA o qualche altra legge attuale. Così nuove idee delle quali potrebbero beneficiare gli artisti vengono soffocate prima di poter esprimere i vantaggi che apportano. Questo deve cambiare”

Più chiaro di così solo una frase del tipo “smettetela con la repressione perché sono soldi buttati; il mondo sta girando così e non sarete voi a fermarlo. La musica che passa ora è questa e su questa bisogna ballare”.

P.s.: fa piacere segnalare la sentenza di dissequestro per il sito Alfemminile.com, dopo averne apertamente biasimato il sequestro.


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I progetti digitali del nuovo governo

Mario monti al SenatoOccorre inoltre operare per raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea con l’agenda digitale”.

Obiettivamente, è un po’ pochino se inserito in un discorso durato 45 minuti. Però vogliamo fidarci, e sperare in chi ha visto da vicino la “Strategia di Lisbona” (poi diventata “Europa 2020”), quella che punta a fare crescere il continente puntando su conoscenza, innovazione e società digitale. Ecco, speriamo le ormai iperventilate misure di crescita per il nostro Paese abbiano le stesse basi. Buon lavoro, SuperMario. 

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Si può

Happy Birthday WebHappy Birthday Web non è stata una celebrazione, ma un’occasione. Un’occasione per capire che si può.

L’ospite d’onore è stato naturalmente Tim Berners-Lee, che ha raccontato lo straordinario viaggio che ha portato la sua mente ad elaborare il Web (dal Cern alla programmazione dell’“ipertestuale”), facendo girare il primo browser su un Next. Nel 1991 mette online il primo sito. Per poi regalare al mondo la sua invenzione. I traguardi e gli esempi dei quali parla Berners-Lee vanno oltre l’aneddoto, rappresentando la giusta cornice entro la quale inquadrare il senso degli interventi precedenti e successivi; Berners Lee ha praticamente detto “ragazzi, si può”. Con la Rete si può.

Si può la scuola online di Marco De Rossi, si può perché c’è chi è riuscito a creare valore in Rete da pioniere come Stefano Quintarelli; si può regalare all’umanità la più grande piattaforma di circolazione dei contenuti che essa abbia mai avuto senza che si facciano danni a chicchessìa (e chi si sente danneggiato è perché ancora non ha compreso lo strumento).

Si può decentralizzare l’intelligenza e farne un valore, permettendo a chiunque di contribuire allo sviluppo ed arricchimento dei progetti (che siano software o un piano di valorizzazione urbana in condivisione in un paese, in una nuova fase di crescita della società tutta alla quale partecipa e contribuisce tutta la società). Perseguendo e difendendo la neutralità della Rete e la libertà per ogni utente di apportare il suo arricchimento al sistema.

Si può perché la Rete può migliorare la qualità della politica: la liberazione dei dati rende trasparente il potere e lo avvicina al al cittadino (nuovi strumenti di contatto tra potere e cittadino, che beneficia dell’egovernment e rende possibile il we-gov, contribuendo al wikigovernment e alla wikicrazia). Un progetto su tutti: Wikitalia (che non a caso si presenta con un wikimanifesto modificabile in Rete).

Si può partendo dallo studio del Digital Advisory Group che dimostra quanto può essere proficuo per il rilancio della nostra economia l’investimento nel digitale. E poi Marco Patuano parla del circolo virtuoso che si innescherebbe digitalizzando il vero tessuto della nostra economia, le PMI, e dotandole di banda necessaria, senza contare tutta la sfera del mobile del quale abbiamo solo “aperto appena la porta”.

Si può perché c’è gente in grado di lavorarci sopra seriamente, ci sono passi concreti realizzabili all’interno di un programma di medio e lungo periodo.

Si può perché è “vero più che mai che i mercati sono conversazioni”. Perché il salto di qualità imposto dalle nuove tecnologie all’editoria è ad un punto di non ritorno. E’ chiaro il cambio di paradigma (sono ancora necessari finanziamenti a “giornali tradizionali spesso sconosciuti?”). Ed in questo senso l’esperienza de Il Post e di Luca Sofri, ma anche di un gruppo editoriale innovativo come la Garamond.

Per far si che questo piano decolli queste spinte hanno bisogno di trovare, finalmente, una sponda al top; la speranza è dunque che il governo che si sta costruendo in queste ore sia disponibile a raccogliere l’appello che è partito dall’Internet Governance Forum di Trento e che sarà recapitato a Mario Monti in forma di lettera da Stefano Rodotà (che a Roma ci parla di quanto l’uomo e il cittadino si congiungano in una nuova sfera di diritti, di come dobbiamo unire l’innovazione e l’esistente in diritti ed eguaglianza, di come dobbiamo sfruttare insieme modalità tecnologicamente avanzate ed eguaglianza, del fatto che i diritti non possono essere bloccati, perché “la conoscenza in Rete è un bene comune globale” e non dobbiamo essere “né controllati né consumati in Rete”, e che l’idea che ogni norma sia un’intromissione illecita nel libero sviluppo della Rete è sbagliata, portando come esempio la sua proposta di Articolo 21-bis che punta a tutelare e non restringere i diritti):

Gentile Professore,

Non abbiamo bisogno di ricordarle l’importanza di Internet, spazio di libertà globale, strumento di organizzazione politica e sociale, sostegno indispensabile dell’economia. Lo “spread digitale” dell’Italia nei confronti dei principali paesi del mondo ha ormai raggiunto livelli insostenibili anche per la tenuta economica nazionale. Ancora più preoccupante, anche in queste ore di straordinaria apprensione per la situazione finanziaria del Paese, è il persistere di una condizione di inconsapevolezza politica e di inazione governativa nell’affrontare tale ritardo che pregiudica gravemente le nostre possibilità di crescita e di sviluppo. In particolare, l’incapacità di affrontare i problemi legati alla diffusione della banda larga è indegna di un paese che voglia restare in Europa.

Non si può aspettare il superamento della crisi economica per investire nel digitale, perché, come sancito dalla Commissione Europea nella Strategia 2020, lo sviluppo dell’economia digitale è una delle condizioni imprescindibili per il superamento stesso della crisi.

Nonostante i ritardi, l’economia digitale rappresenta già il 2% del PIL dell’economia nazionale e, negli ultimi 15 anni, ha creato oltre 700.000 posti di lavoro. Internet non può essere più ignorata. Il Paese non può continuare a rimanere politicamente emarginato rispetto a questi temi. Sono state abbandonate le iniziative che, grazie anche a documenti sottoscritti con altri stati, avevano fatto del nostro Paese un indiscusso protagonista dell’iniziativa per un Internet Bill of Rights nel quadro degli Internet Governance Forum promossi dalle Nazioni Unite. A fronte di questo ruolo, negli ultimi anni l’Italia è stata mortificata dall’inazione e da ripetuti tentativi di limitare la libertà in rete e lo sviluppo dell’economia digitale.

L’Internet Governance Forum Italia 2011 si rivolge a Lei affinché un nuovo governo si impegni concretamente, anche attraverso la nomina di un ministro se necessario, per la piena implementazione di un’agenda digitale in conformità con quanto stabilito dall’Europa. Richiamiamo in particolare l’attenzione sull’accesso ad Internet come diritto fondamentale della persona, come già riconosciuto da costituzioni, leggi nazionali e risoluzioni del Parlamento Europeo e del Consiglio d’Europa; sul riconoscimento in via di principio della conoscenza come bene comune globale; sulla garanzia della neutralità della rete in relazione ai flussi di dati; sulla definizione di uno statuto del lavoro in rete”.

E viene da essere ottimisti quando si sente uno come Nicola Zingaretti parlare del suo “Provincia WiFi”.

E poi gli esempi di lotta, di blogger che dall’Egitto alla Palestina partecipano allo sviluppo dello strumento con l’entusiasmo di chi sente di poter realizzare qualcosa di grandioso (quando un ragazzo della tua età ti mostra un video fatto col suo cellulare dicendoti “qui ci sparavano addosso” non puoi pensare di tirarti indietro, perché lui ha combattuto contro un regime e tu devi combattere contro un paese addormentato. Ti devi fare un mazzo così ma non rischi certo la vita).

Non c’è altro da aggiungere. C’è solo da mettersi al lavoro.

p.s.: grazie Tim e grazie e tutte quelle persone che come te hanno contribuito a regalarci tutto questo. E grazie a Riccardo Luna, stakanovista evangelist dell’innovazione digitale (perché “Internet è un’autentica arma di costruzione di massa”).

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