Marco Ciaffone
Sono un giornalista immerso nella realtà mediata dalle nuove tecnologie digitali e laureato in Editoria Multimediale presso la facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza di Roma. Alla passione per i temi della politica interna si è aggiunta quella per la regolamentazione, il controllo e la censura di Internet, tematica in merito alla quale gestisco il blog Lareteingabbia.net. it.linkedin.com/in/marcociaffone/it
Homepage: https://lareteingabbia.wordpress.com
E’ il diritto, bellezza
Postato in Italia il giorno 21 novembre 2011
Il settore creativo è una fonte unica per la crescita, sia economica che sociale. Per un attimo, facciamo un passo indietro dagli strumenti per ricordare quello che stiamo cercando di ottenere. Giuridicamente, vogliamo un quadro ben compreso e applicabile. Moralmente, vogliamo dignità, riconoscimento e un ambiente stimolante per i creatori. Economicamente, vogliamo premiare finanziariamente, in modo che gli artisti possano trarre beneficio dal loro duro lavoro ed essere incentivati a creare di più.
Sono una sostenitrice incondizionata di questi obiettivi. Ma chiediamoci, è il sistema di diritto d’autore lo strumento giusto e il solo per raggiungere i nostri obiettivi? Non proprio, temo. Dobbiamo continuare a lottare contro la pirateria, ma l’applicabilità giuridica sta diventando sempre più difficile. Nel frattempo i cittadini percepiscono le parole “diritto d’autore” e tutto quello che c’è dietro con sempre maggiore odio e insofferenza. Purtroppo, molti vedono il sistema attuale come uno strumento volto a punire e non riconoscere e premiare. E nonostante tutto, se anche servisse solo alla ricompensa economica, saremmo in fallo anche qui”
Si è espressa così l’altro ieri al Forum d’Avignone Neelie Kroes, commissario responsabile dell’attuazione dell’Agenda Digitale continentale.
A meno che non si voglia tacciarla di istigazione alla pirateria o inserire le sue parole tra le demagogie degli scariconi, è evidente quanto sia prioritaria una riforma del diritto d’autore volta alla riaffermazione dello stato di diritto e non ad una sua negazione.
Ma soprattutto alla valorizzazione dei veri protagonisti delle creazioni artistiche: gli artisti.
Abbiamo bisogno di tornare alle origini e mettere l’artista al centro, non solo della legge sul copyright, ma di tutta la nostra politica sulla cultura e la crescita. In tempi di cambiamento, abbiamo bisogno di creatività e pensiero “out-of-the-box”: arte creativa per superare questo periodo difficile e modelli di business creativi per monetizzare l’arte. E per questo abbiamo bisogno di flessibilità nel sistema, non la camicia di forza di un unico modello. Le piattaforme e i modelli di business che forniscono contenuti, distribuzione e utilizzo possono essere tanto diversi e innovativi quanto il contenuto stesso.
Le ICT possono contribuire a questo proposito. In tutti i tipi di settori, le ICT possono aiutare gli artisti per un contatto con il pubblico diretto ed a basso costo. Allo stesso tempo, possono aiutare il pubblico a trovare e godere del materiale che si adatta alle loro specifiche esigenze, interessi e gusti. Le ICT possono aiutare anche in altri modi, sostenendo sistemi di riconoscimento e ricompensa [più equi di quelli attuali]. […] Non si tratta solo di tecnologia: è un discorso di legislazione intelligente. Abbiamo bisogno di trovare le regole di diritto, il modello giusto per alimentare l’arte,e gli artisti […] Quindi, la legge non dovrebbe prescrivere un particolare modello, ma stabilire un quadro che consenta di fiorire a molti nuovi modelli […] Un sistema di ricompensa della creazione artistica, in tutte le sue dimensioni, deve essere flessibile e sufficientemente adattabile a far fronte a questi nuovi ambienti. Altrimenti uccideremo l’innovazione e gli interessi degli artisti […] Queste idee sono quelle giuste per raggiungere i nostri obiettivi? Non lo so. Ma troppo spesso non riusciamo nemmeno a metterle alla prova a causa di qualche vecchio insieme di regole fatte per un’epoca diversa – che si tratti della Convenzione di Berna, le eccezioni e limitazioni legislazione sulla direttiva IVA o qualche altra legge attuale. Così nuove idee delle quali potrebbero beneficiare gli artisti vengono soffocate prima di poter esprimere i vantaggi che apportano. Questo deve cambiare”
Più chiaro di così solo una frase del tipo “smettetela con la repressione perché sono soldi buttati; il mondo sta girando così e non sarete voi a fermarlo. La musica che passa ora è questa e su questa bisogna ballare”.
P.s.: fa piacere segnalare la sentenza di dissequestro per il sito Alfemminile.com, dopo averne apertamente biasimato il sequestro.
I progetti digitali del nuovo governo
Postato in Italia il giorno 18 novembre 2011
“Occorre inoltre operare per raggiungere gli obiettivi fissati in sede europea con l’agenda digitale”.
Obiettivamente, è un po’ pochino se inserito in un discorso durato 45 minuti. Però vogliamo fidarci, e sperare in chi ha visto da vicino la “Strategia di Lisbona” (poi diventata “Europa 2020”), quella che punta a fare crescere il continente puntando su conoscenza, innovazione e società digitale. Ecco, speriamo le ormai iperventilate misure di crescita per il nostro Paese abbiano le stesse basi. Buon lavoro, SuperMario.
Si può
Postato in Italia il giorno 14 novembre 2011
Happy Birthday Web non è stata una celebrazione, ma un’occasione. Un’occasione per capire che si può.
L’ospite d’onore è stato naturalmente Tim Berners-Lee, che ha raccontato lo straordinario viaggio che ha portato la sua mente ad elaborare il Web (dal Cern alla programmazione dell’“ipertestuale”), facendo girare il primo browser su un Next. Nel 1991 mette online il primo sito. Per poi regalare al mondo la sua invenzione. I traguardi e gli esempi dei quali parla Berners-Lee vanno oltre l’aneddoto, rappresentando la giusta cornice entro la quale inquadrare il senso degli interventi precedenti e successivi; Berners Lee ha praticamente detto “ragazzi, si può”. Con la Rete si può.
Si può la scuola online di Marco De Rossi, si può perché c’è chi è riuscito a creare valore in Rete da pioniere come Stefano Quintarelli; si può regalare all’umanità la più grande piattaforma di circolazione dei contenuti che essa abbia mai avuto senza che si facciano danni a chicchessìa (e chi si sente danneggiato è perché ancora non ha compreso lo strumento).
Si può decentralizzare l’intelligenza e farne un valore, permettendo a chiunque di contribuire allo sviluppo ed arricchimento dei progetti (che siano software o un piano di valorizzazione urbana in condivisione in un paese, in una nuova fase di crescita della società tutta alla quale partecipa e contribuisce tutta la società). Perseguendo e difendendo la neutralità della Rete e la libertà per ogni utente di apportare il suo arricchimento al sistema.
Si può perché la Rete può migliorare la qualità della politica: la liberazione dei dati rende trasparente il potere e lo avvicina al al cittadino (nuovi strumenti di contatto tra potere e cittadino, che beneficia dell’egovernment e rende possibile il we-gov, contribuendo al wikigovernment e alla wikicrazia). Un progetto su tutti: Wikitalia (che non a caso si presenta con un wikimanifesto modificabile in Rete).
Si può partendo dallo studio del Digital Advisory Group che dimostra quanto può essere proficuo per il rilancio della nostra economia l’investimento nel digitale. E poi Marco Patuano parla del circolo virtuoso che si innescherebbe digitalizzando il vero tessuto della nostra economia, le PMI, e dotandole di banda necessaria, senza contare tutta la sfera del mobile del quale abbiamo solo “aperto appena la porta”.
Si può perché c’è gente in grado di lavorarci sopra seriamente, ci sono passi concreti realizzabili all’interno di un programma di medio e lungo periodo.
Si può perché è “vero più che mai che i mercati sono conversazioni”. Perché il salto di qualità imposto dalle nuove tecnologie all’editoria è ad un punto di non ritorno. E’ chiaro il cambio di paradigma (sono ancora necessari finanziamenti a “giornali tradizionali spesso sconosciuti?”). Ed in questo senso l’esperienza de Il Post e di Luca Sofri, ma anche di un gruppo editoriale innovativo come la Garamond.
Per far si che questo piano decolli queste spinte hanno bisogno di trovare, finalmente, una sponda al top; la speranza è dunque che il governo che si sta costruendo in queste ore sia disponibile a raccogliere l’appello che è partito dall’Internet Governance Forum di Trento e che sarà recapitato a Mario Monti in forma di lettera da Stefano Rodotà (che a Roma ci parla di quanto l’uomo e il cittadino si congiungano in una nuova sfera di diritti, di come dobbiamo unire l’innovazione e l’esistente in diritti ed eguaglianza, di come dobbiamo sfruttare insieme modalità tecnologicamente avanzate ed eguaglianza, del fatto che i diritti non possono essere bloccati, perché “la conoscenza in Rete è un bene comune globale” e non dobbiamo essere “né controllati né consumati in Rete”, e che l’idea che ogni norma sia un’intromissione illecita nel libero sviluppo della Rete è sbagliata, portando come esempio la sua proposta di Articolo 21-bis che punta a tutelare e non restringere i diritti):
Gentile Professore,
Non abbiamo bisogno di ricordarle l’importanza di Internet, spazio di libertà globale, strumento di organizzazione politica e sociale, sostegno indispensabile dell’economia. Lo “spread digitale” dell’Italia nei confronti dei principali paesi del mondo ha ormai raggiunto livelli insostenibili anche per la tenuta economica nazionale. Ancora più preoccupante, anche in queste ore di straordinaria apprensione per la situazione finanziaria del Paese, è il persistere di una condizione di inconsapevolezza politica e di inazione governativa nell’affrontare tale ritardo che pregiudica gravemente le nostre possibilità di crescita e di sviluppo. In particolare, l’incapacità di affrontare i problemi legati alla diffusione della banda larga è indegna di un paese che voglia restare in Europa.
Non si può aspettare il superamento della crisi economica per investire nel digitale, perché, come sancito dalla Commissione Europea nella Strategia 2020, lo sviluppo dell’economia digitale è una delle condizioni imprescindibili per il superamento stesso della crisi.
Nonostante i ritardi, l’economia digitale rappresenta già il 2% del PIL dell’economia nazionale e, negli ultimi 15 anni, ha creato oltre 700.000 posti di lavoro. Internet non può essere più ignorata. Il Paese non può continuare a rimanere politicamente emarginato rispetto a questi temi. Sono state abbandonate le iniziative che, grazie anche a documenti sottoscritti con altri stati, avevano fatto del nostro Paese un indiscusso protagonista dell’iniziativa per un Internet Bill of Rights nel quadro degli Internet Governance Forum promossi dalle Nazioni Unite. A fronte di questo ruolo, negli ultimi anni l’Italia è stata mortificata dall’inazione e da ripetuti tentativi di limitare la libertà in rete e lo sviluppo dell’economia digitale.
L’Internet Governance Forum Italia 2011 si rivolge a Lei affinché un nuovo governo si impegni concretamente, anche attraverso la nomina di un ministro se necessario, per la piena implementazione di un’agenda digitale in conformità con quanto stabilito dall’Europa. Richiamiamo in particolare l’attenzione sull’accesso ad Internet come diritto fondamentale della persona, come già riconosciuto da costituzioni, leggi nazionali e risoluzioni del Parlamento Europeo e del Consiglio d’Europa; sul riconoscimento in via di principio della conoscenza come bene comune globale; sulla garanzia della neutralità della rete in relazione ai flussi di dati; sulla definizione di uno statuto del lavoro in rete”.
E viene da essere ottimisti quando si sente uno come Nicola Zingaretti parlare del suo “Provincia WiFi”.
E poi gli esempi di lotta, di blogger che dall’Egitto alla Palestina partecipano allo sviluppo dello strumento con l’entusiasmo di chi sente di poter realizzare qualcosa di grandioso (quando un ragazzo della tua età ti mostra un video fatto col suo cellulare dicendoti “qui ci sparavano addosso” non puoi pensare di tirarti indietro, perché lui ha combattuto contro un regime e tu devi combattere contro un paese addormentato. Ti devi fare un mazzo così ma non rischi certo la vita).
Non c’è altro da aggiungere. C’è solo da mettersi al lavoro.
p.s.: grazie Tim e grazie e tutte quelle persone che come te hanno contribuito a regalarci tutto questo. E grazie a Riccardo Luna, stakanovista evangelist dell’innovazione digitale (perché “Internet è un’autentica arma di costruzione di massa”).
Le lettere vanno di moda…
Postato in Italia il giorno 9 novembre 2011
Ormai la corrispondenza tra Roma e Bruxelles è pane quotidiano per la cronaca. Stavolta riguarda da vicino noi neitzen: la Commissione Europea scrive all’Agcom per chiedere chiarimenti in merito all’ormai famigerato regolamento contenuto nella delibera 668/2010 e alle modifiche occorse nei mesi.
Nella lettera si richiederebbe all’AGCOM, che aveva ammorbidito a luglio la delibera emessa a dicembre 2010, di reintrodurre l’inibizione all’accesso ai cittadini italiani in caso di siti esteri che violano il diritto d’autore, si consiglierebbe di agire anche nei confronti degli access providers ( e non solo nei confronti degli hosting providers, ovvero di coloro che ospitano i siti che violano il copyright) italiani con l’ordine di inibizione in caso di siti italiani, e si chiede all’AGCOM, in quanto ritenuto evidentemente non in linea con la disciplina europea, di riconsiderare l’introduzione del cd fair use ( ovvero dell’uso amatoriale del copyright che limita la possibilità di adottare il procedimento inibitorio). Quello che costituiva invece l’unica nota positiva dell’intero procedimento.”
Sono parole dell’avvocato Fulvio Sarzana, il quale pubblica in anteprima i contenuti della missiva. Lettura consigliatissima, come l’analisi che fa Guido Scorza.
Update 10 novembre 2011 – La prima versione della lettera viene sostituita da una nuova e ufficiale.
Rilancia (doppio) Guido Scorza a cui si affianca Marco Sicaldone. La Commissione critica i tempi troppo lunghi delle procedure di rimozione, quelli troppo corti concessi alle difese e i poteri eccessivi ed eccedenti che l’Agcom si è autoattribuita.
La ritirata dei sequestratori di massa
Postato in Italia il giorno 5 novembre 2011
Si può, in un paese democratico, sequestrare 493 siti Internet perché si presume che, avendo nell’URL il nome di un marchio registrato, essi siano responsabili di violazioni di dritto d’autore? Si può bypassare il momento del controllo caso per caso e intervenire invece con la solita scure, credendo sulla parola al proprietario del marchio che ci dice “vendono i miei prodotti in maniera illecita, tutti, o almeno potrebbero farlo, ne sono sicuro”? Evidentemente no, ma ci hanno provato. Anzi, per un po’ ci sono riusciti.
Ripercorriamo le fasi della vicenda: il 29 settembre 2011 il GIP di Padova Lara Fortuna firma un provvedimento per il sequestro preventivo di ben 493 siti a seguito della denuncia della società proprietaria del marchio di abbigliamento “Moncler”. Il marchio stesso sarebbe stato sfruttato in maniera illecita dai suddetti spazi online; nello specifico infatti le accuse sono commercio di prodotti con segni falsi e vendita di prodotti con segni mendaci. Come spiegava l’avvocato Fulvio Sarzana di Sant’Ippolito “sembra proprio che il semplice nome di dominio associato al sito sequestrato, sia stato considerato di per sé elemento da cui far scaturire l’illecito contraffattorio. Si tratta quindi in verità di un vero e proprio “sequestro preventivo” di nomi di dominio, “camuffato” da inibizione all’accesso per gli utenti italiani. La richiesta giunta ai provider italiani, inoltre, in ordine alla ricerca attiva delle centinaia di siti internet da oscurare, contrasta contro l’elementare principio in base al quale i provider non possono essere considerati a tutti gli effetti gli sceriffi della rete. Il precedente rischia di ripercuotersi seriamente sulle vendite effettuate tramite i portali di commercio elettronico quali Ebay, che potrebbero essere chiamate a rispondere in concorso con coloro che vendono beni ritenuti contraffatti su internet, e vedersi cosi chiuse le pagine delle inserzioni attraverso lo strumento del sequestro preventivo”.
Poche settimane dopo la sentenza veniva impugnata da Assoprovider e AIIP davanti al Tribunale della Libertà di Padova. Il 2 novembre 2011 su Wired Alessandro Longo scriveva: “Ho scoperto che in Italia al momento sono oscurati 6 mila siti web, di cui solo 900 per pedopornografia. 2.500 lo sono per scommesse/giochi non autorizzati. Il resto sono per reati di contraffazione, violazione del diritto d’autore, persino (raramente) diffamazione. Si spiega così la rabbia dei provider. La buona notizia è che per la prima volta hanno avuto la possibilità di opporsi contro un ordine di oscurare i siti […] Significa che ora c’è un arma in più contro l’abuso di oscuramento di siti web: almeno un Tribunale ha considerato legittimo il tentativo dei provider opporsi all’ordine. In ballo c’è la tenuta della libertà d’espressione online. Se passa l’idea che è così facile oscurare centinaia di siti in un colpo solo, con il concetto del “sequestro preventivo”, allora rischiano tutti coloro che si scagliano contro politici e aziende scorrette. Ricordiamo che il caso Moncler ha riguardato anche domini vuoti, senza un sito attivo, solo per la futura eventualità che potessero essere utilizzati per vendere prodotti contraffatti.
Per di più, è pericoloso per lo stesso funzionamento di internet che si ecceda con gli oscuramenti di indirizzi ip. Ognuno di questi infatti può avere sotto più di un sito web. Tutti vengono oscurati per il blocco del loro ip: anche quelli che non c’entrano niente con la sentenza”.
Dunque mi viene in mente: e se io mi chiamassi Gianni Moncler e avessi aperto un blog per esprimere le mie opinioni in merito al sindaco del mio paese? Un’azienda mi avrebbe tappato la bocca. E se semplicemente questo blog fosse collegato allo stesso indirizzo IP di un “vendomoncler.org”? Non potrei più esprimere un parere come “questo tipo di meccanismo somiglia ad una censura irrispettosa della libertà d’espressione e delle garanzie costituzionali che devono essermi garantite in uno stato democratico”.
E così ieri arrivava il dissequestro dei siti da parte del Tribunale del riesame di Padova, che specificava: “il provvedimento impugnato tende effettivamente a connotarsi per esorbitanza rispetto alla concreta acquisizione di elementi fattuali che consentano di evidenziare, chiaramente, acclarate condotte di contraffazione di capi con marchi Moncler”. Per la prima volta si dà ascolto ai provider e si instaura il principio che il sequestro preventivo (quello stabilito dal tribunale prima del processo) va usato con parsimonia, anche sul Web. Si riporta poi alla giusta dimensione l’onere della prova: “non ci basta una lista, cari amici della Moncler. Vogliamo prove, caso per caso. Siamo la magistratura, non una mannaia a gettoni”.
Speriamo solo che il sistema abbia imparato la lezione.
Update 7 novembre – Chi ha il compito di difendere gli utenti? Una riflessione di Guido Scorza in proposito.
Non aggiornateci troppo…
Postato in Italia il giorno 2 novembre 2011
Quello nell’immagine è l’ultimo post dell’Intergruppo Parlamentare 2.0. L’argomento sembra davvero stimolante per l’avvio di un dibattito. La data molto meno. 
Nel frattempo arriva questa incredibile (nel senso che davvero non si può credere che ancora c’è chi pensa alla Rete solo in questi termini) interrogazione parlamentare dei senatori Manfred Pinzger e Oskar Peterlini.
Ma quando la finite?
Postato in Italia il giorno 30 ottobre 2011
E siamo a tre. Tre progetti di legge, tutti volti a rendere più pesanti gli oneri per gli intermediari della comunicazione online, presentati in tre mesi e mezzo.
Si inizia il il 14 luglio 2011 con il disegno di legge n.4511 intitolato “Modifica degli articoli 16 e 17 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70 (quello che recepisce la direttiva 2000/31/CE sulla “Responsabilità dei prestatori intermediari”, nda), in materia di responsabilità e di obblighi dei prestatori di servizi della società dell’informazione”. Firmato dall’onorevole leghista Giovanni Fava (LNP), mira ad introdurre un principio di responsabilità diretta nei confronti degli ISP nel caso di contraffazione e rivendita sulle proprie reti di prodotti che hanno un mercato dedicato, come ad esempio quelli farmaceutici. Solo dodici giorni dopo, veniva depositata alla Camera dei Deputati la proposta di legge C4549, firmata dall’on.Elena Cementero (Pdl), anch’esso mirante a modificare gli articoli 16 e 17 del decreto legislativo 70/2003 (ne parlavo qui); con il solito sprezzo di diritti costituzionalmente garantiti, si voleva costringere ogni intermediario a rimuovere contenuti illeciti se informato da qualunque soggetto, sia esso un detentore di diritti, un magistrato o un cittadino qualsiasi. Si arriva addirittura a pensare di chiedere agli intermediari “la sospensione della fruizione dei servizi dei destinatari di tali servizi che pongono in esame violazioni dei diritti di proprietà industriale per evitare che siano commesse nuove violazioni della stessa natura da parte degli stessi soggetti”.
E arriviamo all’11 ottobre, con l’arrivo dell’S2951; firmato dal senatore Antonio Tomassini (Pdl) e altri, perfettamente in linea con gli altri due.
Dunque, la domanda non può che essere: quando avranno intenzione di finirla? Quando smetteranno coi tentativi di irrigidire il quadro delle responsabilità per gli operatori della Rete, scoraggiando nuovi ingressi ed investimenti nell’Internet nostrano e alimentando così quel circolo vizioso che ci vede sempre più indietro in un settore chiave a livello di libertà politiche e sociali nonché tasto prioritario sul quale battere per l’uscita da questo momento di crisi?
P.s.: qualche giorno fa su Wired Martina Pennisi metteva in luce come nella lettera presentata a Bruxelles pochi giorni prima dal governo italiano (in ballo le misure richieste dall’Unione al nostro Paese per la crescita) mancasse qualunque riferimento al digitale. Se vi si aggiunge l’ormai cronica mancanza di fondi per lo sviluppo della banda larga e il sempre più dilagante conflitto di interessi di Sua Emittenza (che punta a dare al mondo online una forma più consona possibile al ritorno economico delle sue aziende, e guarda all’economia digitale solo nella maniera che più gli conviene, guarda qui) appare davvero chiaro come ogni giorno di vita in più per questa maggioranza e questo governo è un giorno perso per l’avanzamento della realtà digitale nostrana.
Decreto Pisanu, finalmente chiarezza? Non proprio
Postato in Italia il giorno 25 ottobre 2011
Nella bozza di decreto sviluppo si vuole intervenire sulla “asimmetria regolamentare a sfavore dei gestori che, utilizzando una diversa tecnologia (e segnatamente quella mobile) sono tutt’ora obbligati a identificare ed acquisire informazioni dell’utenza prima di attivare il servizio, a fronte di elevati oneri economici necessari per la registrazione e l’archiviazione di tali informazioni”, asimmetrie derivate dall’abolizione del Decreto Pisanu. Ce ne parlano Guido Scorza e Claudio Tamburrino.
Update 27 ottobre 2011 – Fulvio Sarzana sottolinea invece l’effetto negativo che norma avrebbe sulle intercettazioni.
Wikitalia per la wikicrazia
Postato in Italia il giorno 18 ottobre 2011
Parte oggi il progetto Wikitalia, “l’iniziativa di un gruppo di appassionati di web e democrazia, per realizzare una piattaforma da mettere gratuitamente a disposizione delle città italiane dove sviluppare degli strumenti in open source che garantiscano la trasparenza della politica, consentano il riutilizzo dei dati pubblici e favoriscano la partecipazione dei cittadini”. Dunque si punta a realizzare un “governo-wiki, ovvero l’amministrazione che prende a modello ed utilizza gli strumenti collaborativi usati per esempio ogni giorno da migliaia di estensori anonimi e volontari di Wikipedia […] e la Wikicrazia” (a parlare è Riccardo Luna nel pezzo con il quale spiega perché aderisce al progetto; lo stesso luna su Repubblica rilancia in materia di “archivi gratis sul Web”).
Il tutto mentre sembra muoversi qualcosa anche nel pubblico, con il lancio del piano governativo per l’Open Government da parte del ministro Brunetta (nella speranza che il suo impatto sia maggiormente significativo dei precedenti tentativi).
Una banda sempre più stretta
Postato in Italia il giorno 13 ottobre 2011
Giusto per segnalare che nella bozza della Legge di Stabilità sono spariti 770 milioni per la banda larga; si parla della metà di quel surplus ricavato dall’asta delle frequenze che era stato promesso allo sviluppo della Rete veloce nostrana. Chi doveva decidere di quei soldi è nella foto qui sotto, mi sembra inutile ribadire per l’ennesima volta i perché, i per come.
Il tutto mentre sembra definitivamente naufragato il Tavolo Romani (la Telecom nei giorni scorsi ha confermato la sua uscita); al suo posto si affaccia il piano di Metroweb. Ad addolcire la giornata l’annuncio che “Milano sarà la prima città italiana con l’accesso a Internet wireless al 100%”.
Qui invece un’analisi condotta da Wired sulle richieste di rimozione di contenuti e consegna di dati personali degli utenti avanzate dalle autorità di vari paesi (tra i quali ovviamente l’Italia) a Google (fuori argomento, lo so, però vale la pena dargli più di un’occhiata).
Intervista su Radio1
Postato in Italia il giorno 11 ottobre 2011
Il calcio in streaming è diventato legale?
Postato in Italia il giorno 5 ottobre 2011
Se è tua abitudine seguire lo sport sul pc senza sborsare un euro, allora questa per te è una dolcissima notizia. L’ultima sentenza della Corte di Giustizia Europea potrebbe infatti risolversi in una legalizzazione dello streaming degli eventi sportivi. Tutto ha origine in un pub inglese nel quale si trasmettono le partite della Premier League tramite una card e un decoder di un’emittente greca, il che fa risparmiare qualche sterlina al gestore ma va anche contro l’assegnazione dei diritti per gli eventi sportivi, che avviene con limiti territoriali.
E qui arriva la sentenza in questione, che reputa illegittimo questo limite. Come ci spiega l’avvocato Fulvio Sarzana di Sant’Ippolito:
“Per i giudici europei, il sistema che vieta ai telespettatori di seguire le partite con una scheda di decodificazione in altri Stati membri e’ contrario alla “libera prestazione dei servizi” e alla concorrenza nell’Unione. Tanto più che, ha aggiunto la Corte, la Premier League non può reclamare alcun diritto d’autore sugli incontri calcistici, che non possono essere considerati alla stregua di “creazioni intellettuali” […] la sentenza dichiara espressamente che gli eventi sportivi non costituiscono creazione intellettuale e, laddove invece inquadrati dalla normativa nazionale nel sistema dei diritti di proprietà intellettuale, non possono essere oggetto di limitazioni di utilizzo da parte del titolare di diritti ( sia esso la Lega Calcio ovvero l’emittente satellitare) su base territoriale, con il pretesto della giusta remunerazione dei titolari dei diritti.
Il dictum della Corte porta come conseguenza a mio modesto avviso, che se io acquisto su internet una partita ad un prezzo di dieci volte inferiore da una piattaforma greca (analogamente a quanto previsto dalla Corte in relazione alle schede da inserire nel decoder) posso tranquillamente godermi lo spettacolo in lingua greca e ad un prezzo molto più basso. Il principio della libera circolazione dei servizi deve valere infatti in un pub inglese come sulla rete”.
Wikipedia si autosospende contro il bavaglio. Mentre il Ddl, modificato, passa l’udienza filtro.
Postato in Italia il giorno 5 ottobre 2011
“In queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c’è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero”
Si legge così sulla home page della versione italiana di Wikipedia, i cui vertici hanno deciso di protestare in maniera eclatante contro il bavaglio che vuole imporre l’ormai celeberrimo comma 29, sospendendo il servizio.
Il timore è che l’enciclopedia Wiki possa finire nella lunga listi di siti passibili di richieste di rettifica. La struttura e le dinamiche del sito renderebbero molto faticosi i dribbling alle salate multe previste dalla norma che vuole essere introdotta.
C’è già chi si spende per “salvare Wikipedia” anche contro chi invece pensa che la sua chiusura sarebbe un grande merito per il comma 29.
UPDATE –Il testo del Ddl ha passato l’udienza filtro (causando le dimissioni della relatrice Giulia Bongiorno) con l’ultimo emendamento del pidiellino Roberto Cassinelli; dunque, distinzione tra le testate registrate e i blog, con l’obbligo di rettifica entro 48 ore solo per i primi. Per gli altri siti informatici “il termine è di dieci giorni e decorre dal momento in cui vi è, per il soggetto che ha pubblicato il contenuto, il quale agisce anche in forma anonima, conoscibilità della richiesta di rettifica, che non è valida se inoltrata con mezzi per cui non sia possibile verificarne l’effettiva ricezione da parte del destinatario. Non possono essere oggetto di richiesta di rettifica quei contenuti che, per la loro natura, sono destinati ad un limitato numero di utenti, oppure che si qualificano in concreto quali commenti, corredi o accessori di un terzo contenuto principale. Qualora ragioni tecniche ostino alla pubblicazione di una nota in calce al contenuto oggetto della richiesta di rettifica, colui che lo ha pubblicato indica all’autore della richiesta il recapito di altro soggetto avente la disponibilità tecnica di procedervi, oppure pubblica la nota con la stessa visibilità e le stesse caratteristiche grafiche del contenuto a cui fa riferimento”.
Resta comunque inaccettabile il bavaglio che la legge imporrebbe a tutto il sistema dell’informazione.
RI-UPDATE 6 ottobre 2011 – E Wikipedia torna ad essere accessibile a pieno regime “anche se le modifiche al decreto non sono ancora state approvate in via definitiva” e c’è la consapevolezza che discussioni e voto alla Camera saranno decisivi.
Vasco è permaloso. Peggio per lui
Postato in Italia il giorno 3 ottobre 2011
Denunciare per diffamazione un sito che fa satira può risolversi in un bel boomerang, caro Blasco. E forse il cantautore deve averlo capito a sue spese: i gestori del sito Nonciclopedia, che da anni si divertono, facendo il verso a Wikipedia, a presentare improbabili biografie di personaggi famosi, hanno deciso di autosospendersi “ringraziando” in home page proprio il rocker di Zocca. Quest’ultimo non aveva gradito alcuni passaggi della voce che lo riguardava, agendo così per vie legali. E dire che sembrava aver scoperto la Rete prima e meglio di altri colleghi, con le ormai famose clippine su Facebook finite anche nei Tg (non capita spesso da noi, a meno che non si tratti di episodi riguardanti il “lato oscuro” di Internet). Peccato, perché oltre alla reazione di chi non si è limitato a tutelarsi cancellando il testo incriminato, adesso su Twitter appaiono hashtag come #VascoMerda…
UPDATE 5 ottobre 2011 –Vasco ritira la querela e da Nonciclopedia spariscono le parti peggiori della sua pseudo-biografia. Il sito, così, torna operativo.
La scure al posto del bisturi
Postato in Italia il giorno 30 settembre 2011
Sequestro preventivo per il forum Alfemminile.com, spazio di discussione online per donne tra i più popolati in Italia. Il motivo è la comparsa di quasi 3 milioni di messaggi che rimandavano alla vendita di medicinali anoressizzanti ad azione stupefacente e dopante messi fuorilegge da un decreto legge del 2 agosto scorso. Il provvedimento è stato emesso dalla Procura della Repubblica di Savona alla fine di un’indagine condotta per un anno dai Carabinieri del NAS di Roma. Dunque, con l’accusa di cessione di sostanza stupefacenti vengono denunciati i soggetti responsabili dell’illecito e la piattaforma sequestrata per aver permesso questa distribuzione.
Si ripropone purtroppo la questione della proporzionalità della misura: che senso ha sequestrare tutto il forum per via di alcuni messaggi? Quali sono le responsabilità specifiche dei gestori del sito? Tornano in mente i casi di sequestri di interi blog per via di singoli post contenenti diffamazioni o simili, senza contare le sentenze che hanno dovuto fare chiarezza in merito alle responsabilità di chi gestisce un blog o un forum nel caso in cui qualcuno commetta reati commentandone i contenuti. Last but not least, tutte le implicazioni dal punto di vista della tutela della libertà d’espressione: da un giorno all’altro vengono praticamente censurati tutti i contenuti (compresi quelli di altre sezioni e discussioni) di un forum che conta in media tre milioni e settecentomila utenti unici al mese. In Italia si continua ad agire con la scure dove servirebbe il bisturi.
PA e digitalizzazione – Intanto arriva una condanna per la Regione Basilicata: l’articolo 11 del dlgs n.150 del 2009 e il nuovo CAD prevedono che ogni organismo della Pubblica Amministrazione debba mostrare sul proprio sito Internet un indirizzo di posta certificata, norma che non è stata rispettata dai vertici della suddetta Regione, il che faceva partire un ricorso promosso dall’Associazione Radicale Agorà Digitale. Ora il Tar lucano emette una sentenza con la quale condanna la Regione a versare 5000 euro ad Agorà Digitale per il disservizio del quale si è resa responsabile.
UPDATE 3 ottobre 2011 – Per restare in tema di sequestri preventivi e garanzie costituzionali, vale la pena prestare attenzione all’esperienza raccontata da Massimo Russo. Documenti online per 12 ore prima che arrivino i Carabinieri per farli rimuovere:
“La magistratura accerterà se effettivamente vi sia stata una violazione del segreto investigativo, e nel caso come essa vada sanzionata. Il punto su cui mi vorrei soffermare, tuttavia, è il sequestro preventivo e l’oscuramento delle pagine web, prima ancora che vi sia stato in proposito un giudizio di merito. Il provvedimento è firmato dal procuratore della Repubblica di Caltanissetta Sergio Lari. Colleghi giornalisti che lo conoscono lo descrivono come un magistrato preparato e coscienzioso. Non si tratta dell’unico caso in cui vi sia stato l’oscuramento preventivo di pagine web, anche se a mia memoria è di sicuro uno dei più clamorosi per la fattispecie contestata, ovvero la rivelazione di notizie di ufficio secretate. Tuttavia, nessuno di questi magistrati sembra aver considerato la gravità dell’oscuramento di articoli di giornale prima di un giudizio di merito […] Non serve il diritto. Basta il buon senso per rendersi conto dell’insensatezza di un simile provvedimento. Che per fortuna non c’è stato. Ma allora perché su web questo è concepibile? E non si tratta di un eccesso di zelo da parte degli esecutori. Ai carabinieri è stato chiesto se ci si dovesse limitare ai soli documenti o se andassero cancellati anche gli articoli. Dopo alcune verifiche, hanno spiegato in tono cortese e civile che andavano cancellati anche i pezzi. Sulla carta sarebbe impensabile. Su web si fa. La censura digitale fa meno paura? Sporca meno? E’ una semplice questione di ignoranza che impedisce di cogliere che cancellare un pezzo di un giornale dal web prima di un qualsiasi giudizio definitivo è esattamente come andare in edicola e rimuovere fisicamente quelle pagine da tutte le copie disponibili?”
RI-UPDATE 7 ottobre 2011 – Un’altra scure porta al sequestro di 493 siti Internet (su denuncia della Moncler) e getta un’ombra sulle future possibilità di operare nel nostro paese di servizi come eBay.
“Ammazzablog”: è mobilitazione
Postato in Il mondo del Web, Italia, Unione Euopea il giorno 28 settembre 2011
Fortunatamente la Rete sa difendere se stessa. Il nuovo tentativo di introdurre la “legge bavaglio” e con essa il suo comma 29, l’“ammazzablog”, ha innescato una serie di reazioni che stanno già convergendo in queste ore; in primis, in Parlamento sono stati presentati 7 emendamenti provenienti da tutti gli schieramenti. In merito, l’associazione radicale Agorà Digitale propone di “provare a portare gli attuali 26 firmatari verso i 316 della maggioranza necessaria all’approvazione di tali emendamenti alla Camera”, inviando a tutti i deputati questa richiesta:
Gentile Onorevole, 26 dei suoi colleghi di PD (8), Radicali (6), UDC (5), PDL (3), IDV (2) e Gruppo Misto (2) hanno presentato alla Camera ben 7 diversi emedamenti volti a limitare ai soli contenuti professionali ed in particolare alle testate registrate la validità del comma 29 del ddl intercettazioni volto ad estendere anche online la normativa sul diritto di rettifica. Riteniamo pericoloso estendere anche a contenitori amatoriali come blog o generici “siti internet” una normativa pensata per testate registrate e che appare sproporzionato applicare ad un contesto di scrittura amatoriale e rivolta a gruppi ristretti di persone. Le chiediamo di apporre la sua firma sui sette emendamenti o quantomeno su alcuni di essi, per dare forza alla richiesta di abrogazione in modo che sia chiaro che la difesa del web, non come luogo di assenza di regole, ma come risorsa anche per l’informazione è condivisa da tutti gli schieramenti politici.Internet è e sarà una risorsa fondamentale per la nostra democrazia e deve essere tutelata”.
E’ possibile aderire qui. Allo stesso tempo, è prevista una manifestazionea Roma (per chi avesse ancora bisogno di delucidazioni sul perché la norma è assurda, può trovarne in questo pezzo di Guido Scorza), davanti al Pantheon.
Dulcis in fundo, segnalo l’iniziativa di Valigiablu, che mira sostanzialmente a unificare gli sforzi che sta compiendo ogni ogni singolo blogger; si propone a corredo anche un lungo ed esauriente articolo su ciò che la norma rappresenta. Il tutto con buona pace dell’onorevole Gasparri, che si diverte a definire Internet uno strumento micidiale…

Forse bisogna prepararsi anche a mobilitarsi su scala internazionale, visto che è imminente un nuovo eG8 che, come il precedente, escluderà dal tavolo i netizen (noi) e i loro (nostri) rappresentanti; in più, proprio oggi il ministro degli esteri giapponese annuncia che il primo ottobre prossimo arriveranno le prime ratifiche dell’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), in un giro di firme che vedrà protagonisti, oltre ai nipponici, paesi come il Canada, l’Australia e gli Stati Uniti d’America.
UPDATE 29 settembre 2011 – Resistenza ad oltranza, in tutte le sedi, fino alla “disobbedienza civile” (Maria Luisa Busi, nda). Manifestazioni come quella di oggi danno coraggio, soprattutto perché palesano capacità di rimpallo “mondo virtuale – mondo reale” che hanno, pensate un po’, le potenzialità per fermare quegli imbavagliatori sempre più soli, sempre più precari. Anche se sempre lì. Dunque, ancora, resistenza.

Intercettazioni e bavagli, ci risiamo
Postato in Italia il giorno 25 settembre 2011
Ormai non ci stupisce più, il Web da noi è in costante pericolo censura. Tant’è che qualcuno pensa di riprovarci con il DDL intercettazioni per cercare di arginare quello che il nostro caro presidente chiama “stato di polizia”. In quel testo si impone a tutti i “siti informatici” di provvedere entro 48 ore a rettificare contenuti segnalati come impropri da chi se ne ritiene danneggiato. Chiunque, in qualunque modo e di qualunque spazio si tratti (che si il sito del Corriere della Sera o un blog gestito da un sedicenne, secondo loro, cambia poco). E se un blogger non rispetta la norma? Facile, rischia 12mila euro di multa. Così, se la legge dovesse arrivare fino alla Gazzetta Ufficiale, avremmo un universo digitale popolato di contenuti che potrebbero essere disinnescati a mezzo di obbligatorie rettifiche in qualunque momento perché non graditi a chi ci governa o a qualunque altro soggetto. Curioso, per un provvedimento che vuole salvarci dallo “stato di polizia”…
UPDATE 26 settembre 2011 – Alessandro Capriccioli parla di come questa norma significherebbe di fatto un’imposizione a mentire per migliaia di blogger. L’avvocato Fulvio Sarzana invece, oltre a sottolineare quanto difficile sarebbe vedere ancora sfilze di commenti in calce agli articoli online (“le testate, come i blogger preferiranno moderare tutti i commenti per eviatare problemi con coloro che potrebbero richiedere “a spron battuto” le rettifiche”, si concentra sulle contraddizioni insite nella norma:
“La norma oltre che singolare rischia anche di essere vanificata dalle concrete modalità di immissione dei contenuti sul web e dalla caratteristica di transnazionalità della rete internet. L’obbligo di rettifica come è noto, è previsto in generale dalla legge sulla stampa e, precisamente dall’art 8 Legge 8 febbraio 1948, n. 47. La legge sulla stampa prevede una sanzione amministrativa per le testate che non adempiono all’obbligo di rettifica e la possibilità di avvalersi degli strumenti previsti dal codice di procedura civile per ottenere il diritto di rettifica.Orbene la norma sulla stampa è stata emanata in un periodo storico nel quale non c’era internet e non era ipotizzabile che una testata potesse risiedere all’estero. Internet ha portato con sè la possibilità di delocalizzare gli strumenti di comunicazione alla collettività sino al punto in cui un blog, come quello del sottoscritto, essendo ospitato presso una piattaforma che risiede all’estero e che non appare soggetta, almeno per ciò che riguarda la possibilità di essere raggiunta da un ordine di rettifica, alla giurisdizione italiana, può ignorare l’ordine di rettifica senza andare incontro a particolari problemi”.
Il deputato del Pdl Roberto Cassinelli, intanto, annuncia sul suo blog che ripresenterà l’emendamento con il quale nel giugno 2010 chiedeva di allungare a 7 giorni le scadenze imposte ai blogger per effettuare le rettifiche, oltre ad una sensibile diminuzione delle pene pecuniarie.
Internet è una cura per la crisi. Che vi piaccia o no
Postato in Italia il giorno 22 settembre 2011
Secondo il rapporto McKinsey Internet farebbe guadagnare molti più posti di lavoro di quanti non ne faccia perdere; nello specifico, nel nostro paese l’economia che viaggia in Rete ha creato 700mila posti di lavoro distruggendone 380mila. Dunque, un saldo netto di 320mila posti di lavoro guadagnati. E il dato sarebbe ancor più positivo se gli investimenti nell’Internet Economy fossero più coraggiosi. Lo dimostra la Francia, dove a fronte di 500mila posti di lavoro bruciati se ne siano materializzati un milione e duecentomila. E questo perché i nostri cugini hanno da tempi capito l’importanza di investire in banda larga e ultralarga; secondo i calcoli di Sacco “è dimostrato che ogni 10 per cento di aumento di penetrazione della banda larga, la ricchezza di un paese in termini di Pil cresce dell’1 per cento. E ogni mille nuovi utenti di banda larga si creano 80 nuovi posti di lavoro”. E le occasioni non riguardano solo le aziende “della rete”, perché, come afferma lo stesso rapporto McKinsey, “Internet comporta una modernizzazione per tutti i settori economici e il maggiore impatto positivo si registra per le imprese tradizionali: tre quarti della ricchezza totale prodotta dalla rete viene da aziende che non si definiscono Internet player ma che hanno beneficiato dalla innovazione digitale”. E sarebbero soprattutto le Piccole e Medie imprese a beneficiare di queste opportunità, cosa che non accade ancora visto che la maggior parte dei 700mila posti vengono fuori dalla grande industria. Dunque, investire nelle nuove tecnologie sembra essere un must per uscire fuori dalla crisi e porre le basi dell’economia del prossimo futuro; azzerare il digital divide e migliorare le infrastrutture di rete per far si che cresca significativamente un settore che già oggi equivale al 2% del PIL (ovvero a 36,1 miliardi di euro).
Il nostro governo ha più volte dimostrato di avere molta attenzione per la Rete. Peccato sia sempre stati in senso esattamente opposto; vedi l’ultimo capitolo della saga “Sua Emittenza non gradisce l’ICT”.
CYBERTRUFFE – Certo bisognerà accrescere anche l’attenzione quando si naviga; secondo l’indagine Norton Cybercrime Report della Symantec gli italiani vittime di cyberciminali, nell’ultimo anno, sono stati in media 22646 al giorno. E se dati come il fatto che il 69% dei netizen nostrani non ha un antivirus aggiornato restituiscono una causa scontata, più curioso il fatto che chi mente online sui propri dati ha un bel 20% in più di possibilità di essere colpito dalle frodi telematiche (61% contro 81%). Dopo virus e malaware come cause principali di problematiche subite ci sono le molestie sessuali e profili social vittime di hacker; l’ammontare dei danni si stima, sempre nell’ultimo anno, in 616,7 milioni di euro a livello materiale e ben 6,1 miliardi di euro a livello di tempo perso. Gli stessi numeri su scala globale sono rispettivamente 114 e 274 miliardi di dollari.
UPDATE 24 settembre 2011 – Si conclude l’asta sulle frequenze per la parte relativa a quelle più pregiate (800mhz), che saranno sottratte alle tv locali in loro possesso entro la fine del 2012; Tim, Vodafone e Wind se ne aggiudicano due lotti ciascuno, per un ricavo complessivo per lo stato di 3,7 miliardi di euro. Un passo in avanti verso il 4G nel nostro BelPaese.
Su Google e la sua CyberRepubblica
Postato in Il mondo del Web il giorno 22 settembre 2011
Solo una piccola considerazione personale in merito alla modalità con la quale a Mountain View si gestiscono i risultati delle ricerche degli utenti; l’occasione è l’audizione che il presidente di Google Eric Schmidt ha avuto di fronte alla Commissione Giustizia del Senato americano, nella quale ha ribadito che i risultati non vengono manipolati per dare precedenza ai servizi di BigG a meno che essi non vengano ritenuti più utili di altri per l’utente.
Su Wired Martina Pennisi attacca così il pezzo nel quale fa il resoconto dell’audizione:
“Immaginate Google come uno Stato. Un accogliente, servito e funzionante Stato in cui i cittadini non pagano le tasse. Immaginate, come è ovvio che sia, che negli anni sempre più persone decidano di trasferirsi in quest’area e che Google, altro passo ovvio, decida a un certo punto di investire direttamente sul territorio di sua proprietà aprendo negozi, ristoranti e banche che vadano a concorrere direttamente con quelle già presenti e di diversa paternità. È a questo punto che Google viene chiamato da un’autorità sovrastatale a spiegare, o meglio a rassicurare in merito, in che modo gestisce la concorrenza commerciale a Googlelandia: spinge i cittadini verso i suoi esercizi commerciali? In che modo permette o meno a strutture di altri di avere successo? Si comporta correttamente? E, in definitiva, se invece di uno Stato fosse il mondo intero, è giusto che sia Google a decidere cosa funziona o cosa no?”
Io vedo due possibilità: se Google agisce come un privato che fa le regole entro la sua proprietà e manipola ciò che vi passa dentro, allora va rivista la sua posizione di mero intermediario quando qualcuno commette reati sulle sue “reti”. Se no, se vuole rimanere intermediario, mero fornitore degli spazi di quello “stato” di cui parla la Pennisi, deve concorrere con i suoi “cittadini imprenditori” alla pari. Soprattutto perché guadagna grazie al fatto che quei cittadini disseminano di dati le sue “strade”, che vengono inoltre ricoperte di pannelli pubblicitari.
Il Partito Pirata tedesco sbanca Berlino
Postato in Unione Euopea il giorno 19 settembre 2011
Ottiene quasi il 9% alle amministrative della capitale parlando di file sharing, privacy e lotta alla censura su Internet. Cosa si può dire: complimentoni ragazzi!
Speriamo che sia di buon augurio anche per il Partito Pirata nostrano.
Il settore creativo è una fonte unica per la crescita, sia economica che sociale. Per un attimo, facciamo un passo indietro dagli strumenti per ricordare quello che stiamo cercando di ottenere. Giuridicamente, vogliamo un quadro ben compreso e applicabile. Moralmente, vogliamo dignità, riconoscimento e un ambiente stimolante per i creatori. Economicamente, vogliamo premiare finanziariamente, in modo che gli artisti possano trarre beneficio dal loro duro lavoro ed essere incentivati a creare di più.






