Diffamato, defacciato

Ecco cosa appare in queste ore andando sul sito dell’onorevole Maurizio Paniz, il quale, insieme al suo collega Domenico Scilipoti, ha querelato per diffamazione il sito Vajont.info.

Non è in discussione il sacrosanto diritto dei due a tutelare la propria dignità, ma il sito in questione è stato sequestrato e tutti i contenuti da esso ospitati resi irraggiungibili, tutti. Per una sola frase ritenuta diffamatoria. Senza contare ulteriori effetti collaterali di una simile mostruosità. È un attentato alla libertà di parola che nella vita “materiale” scatenerebbe manifestazioni mastodontiche in piazza. Ecco, sarebbe ora che si reagisse alla stessa maniera per gli abusi che le autorità compiono in Rete e che non ci si indignasse solo quando un giornale cartaceo “antagonista” è costretto a chiudere per fallimento.

Update 20 febbraio – Il testo del provvedimeto di sequestro preventivo (prendo da Fulvio Sarzana).

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Una firma per Hamza

His Majesty King Abdullah Bin Abdul Aziz Al Saud
The Custodian of the two Holy Mosques
Office of His Majesty the King
Royal Court, Riyadh
KINGDOM OF SAUDI ARABIA

Sua Maestà,

sono un simpatizzante di Amnesty International, l’Organizzazione non governativa che dal 1961 agisce in difesa  dei diritti umani, ovunque nel mondo vengano violati.

Le scrivo per sollecitarLa a revocare l’ordine d’arresto nei confronti di Hamza Kashgari.

Le chiedo di rilasciarlo immediatamente e senza condizioni, che l’inchiesta venga archiviata e che nell’immediato egli possa essere assistito da un avvocato di sua scelta, anche nel corso degli interrogatori.

La ringrazio per l’attenzione.

Il messaggio è di Amnesty International (rubo da IlNichilista). Hamza Kashgari è un ragazzo saudita che ha espresso in tre tweet un pensiero non ortodosso sul compleanno di Maometto. Per questo ora rischia una condanna a morte per apostasia. Le firme potrebbero anche non servire a nulla, certo. Ma neanche ci costano, nulla, mentre ad Hamza l’aver espresso un sentimento religioso in un paese del tardo medioevo industriale può costare la vita. Firma qui la petizione in sua difesa.

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A due velocità

In queste ore il divario tra la Rete e  il mezzo televisivo sta emergendo in maniera davvero preoccupante per chi, dal tubo catodico, continua a dare spazio a personaggi che nel frattempo vengono smascherati su Internet per quello che sono: populisti allarmisti che dalla paura e dalle emergenze traggono la propria forza. E quando l’emergenza non c’è, la creano, con le loro richieste all’esercito, con le loro accuse alla Protezione Civile, con la loro logorroica onnipresenza peraltro in abbigliamenti che neanche sulle piste da sci, ridicoli in confronto alla quantità di neve caduta sul suolo delle loro città.

Ho usato il plurale ma ogni riferimento al Sindaco di Roma Gianni Alemanno è puramente voluto. E nel frattempo, altre zone d’Italia vengono ignorate nonostante migliaia di famiglie siano isolate senza beni di prima necessità e le persone muoiono dentro ambulanze impalate nella neve. Anche qui, ogni riferimento alla Marsica, al centro dell’Abruzzo, è puramente voluto. Ma la Rete si sta organizzando mentre guarda nel retrovisore i “colleghi” della tv.

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Fava: bocciato!

Fava bocciatoL’emendamento Fava è stato respinto nel voto odierno sulla Legge Comunitaria alla Camera. La Rete ringrazia chi ha evitato lo scempio. Adesso, onorevole Fava, dopo averci provato tre voltea sfregiare questo mezzo, la faccia finita.

Update 2 febbraio – Niente di particolare, l’ho visto, mi ha gustato parecchio e lo posto.

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Proteste giuste, ma per i motivi sbagliati?

Mi sembra doveroso segnalare questo pezzo di Valigiablu, nel quale si mette in luce come ACTA sia avversato in queste ore forse per i motivi sbagliati. Non è una difesa del trattato, anzi, è ben sottolineato il danno che esso creerebbe e gli scenari ai quali darebbe modo d’esistere, ma si fa una specie di grande rettifica sul alcuni dei punti nodali (che ho toccato anch’io quindi è doppiamente giusto che io segnali il post).

Da diversi mesi ci stiamo occupando di ACTA, abbiamo intervistato il Portavoce dell’UE per il commercio John Clancy e fatto un punto sulla protesta e seguito il percorso ‘legislativo’ con il primo sì da parte di 22 Stati membri dell’UE. Siccome, come sempre, pensiamo che una protesta debba essere informata, continuiamo il nostro approfondimento proponendo questo articolo che analizza la fragilità e la debolezza della protesta contro questi accordi.

Continua a leggere su ValigiabluSegnalo anche l’analisi di Arturo Di Corinto.

ACTA è solo in apparenza un accordo commerciale: in realtà esso è di natura legislativa. Perciò è Inaccettabile che i parlamentari italiani siano stati esclusi dal processo, mentre 42 dirigenti delle industrie con interessi correlati a brevetti e copyright hanno potuto accedere ai documenti e concorrere alla loro formulazione, mentre si richieda di accettare come fatto compiuto i risultati di un lavoro svolto in segreto.
Non è ammissibile che a decidere del futuro della libertà e ad interferire con le leggi di uno Stato sovrano siano pochi funzionari e rappresentanti di corporation.

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Un bavaglio formato mondiale

Insomma, l’Unione Europea ha deciso di partecipare al più grande movimento internazionale contrario ai diritti dei netizen che si sia mai visto nella storia della Rete. Anni di trattative segrete e adesioni di importanti paesi fatte in silenzio per un testo, l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), il quale renderebbe ogni intermediario responsabile delle violazioni commesse dagli utenti che ne sfruttano i servizi, li costringerebbe a condividerne i dati personali con i titolari di diritti d’autore anche senza un ordine della magistratura, trasformerebbe i provider in sceriffi, renderebbe possibile per i titolari di diritti impedire ad un intermediario di rendere disponibile un servizio che potrebbe essere utilizzato (anche) per violare il copyright.

E poi gli scempi in merito ai prodotti farmaceutici, che esporrebbero i ricercatori di tutto il mondo ad uno stop da parte di chi non rappresenta nessuno se non i propri interessi ma è evidentemente ben rappresentato da chi dovrebbe tutelare il cittadino e l’utente.

L’unica buona notizia è che le mobilitazioni degli oppositori sono partite praticamente subito (qui una petizione di Agorà Digitale), facendo il paio con le dimissioni che ha presentato l’europarlamentare Kader Arif, relatore continentale del testo.

Update 27 gennaio – Anche Avaaz.org lancia la sua petizione.  

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Petizione contro “il Fava”

Se negli USA hanno fermato i senatori “amici” delle più potenti major del pianeta, nella nostra bella Italia saremo sicuramente in grado di fermare un onorevole. Firma la petizione contro il “SOPA de noantri”:

Gentile Onorevole,

deputati e senatori di quasi tutti i gruppi (Fli, Gruppo Misto, IDV, PD, PDL e Radicali) hanno presentato alla Camera molti emendamenti volti ad abrogare dalla legge comunitaria l’emendamento dell’On. Fava, che, in contrasto con le direttive europee vuole obbligare i siti web a controllare preventivamente i contenuti pubblicati dagli utenti, rimuovendoli in base ad una semplice segnalazione di una parte interessata. Se è importante la difesa del diritto d’autore questa non può avvenire a scapito dei diritti degli utenti e degli hosting provider (siti come Wikipedia, Google, Facebook) che saranno costretti ad una rimozione “selvaggia” di contenuti.

Le chiediamo di apporre la sua firma su tali emendamenti o quantomeno su alcuni di essi, per dare forza alla richiesta di abrogazione in modo che sia chiaro che la difesa del web, non come luogo di assenza di regole, ma come risorsa anche per l’informazione è condivisa da tutti gli schieramenti politici.

Internet è e sarà una risorsa fondamentale per la nostra democrazia e deve essere tutelata.

Qui la pagina Facebook della mobilitazione. Qui un “kit stampa” sull’emendamento.

Update 26 gennaio 2012 – Di petizione in petizione, qui si firma quella contro l’Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), che per restare in tema viene definito “il SOPA mondiale” e che oggi è stato ratificato dall’UE a Tokyo. La lotta è a tutti i livelli.

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Ancora su “MegaCospirazione”

Ragionando a bocce ferme, in merito al post precedente, non voglio certo mettermi a difesa di chi si è potuto permettere auto di lusso grazie ad attività illecite svolte dagli utenti di un servizio da lui creato e che, comunque, tecnicamente resta neutrale. Che mister Schmitz fosse a conoscenza del fatto che tolti i contenuti protetti da diritti dal suo cyberlocker esso avrebbe perso quasi tutto il suo appeal, è scontato; se poi abbia messo in atto pratiche per favorire queste violazioni di copyright, è una cosa che accerterà la magistratura.

Il mio sfogo era diretto contro una modalità d’azione che vede la Rete soggetta a una sempre più facile sospensione di alcuni diritti in favore di altri come se su Internet i primi valessero di meno rispetto alla “vita reale” (altra distinzione idiota, come se non fosse reale quello ci stiamo dicendo).

Bisogna entrare nell’ottica che ciò che si scrive e si dice e si carica nel cyberspazio ha lo stesso identico valore dei corrispettivi cartacei o televisivi o radiofonici. E che soprattutto esiste uno spazio di intermediazione che è al momento regolato chiaramente a livello comunitario così come negli Usa e che rappresenta uno scudo contro le mire di chi vorrebbe responsabilizzare alcuni attori in maniera ingiustificata e vorrebbe privatizzare la giustizia.

Ecco, allargando la visuale, sequestri preventivi fatti con l’accetta, norme come il SOPA e l’emendamento di Fava (a proposito, caro onorevole Fava, lei è un nemico di Internet come se ne sono visti poche volte in Italia, eppure ce ne sono stati, eccome se ce ne sono stati). Metti a sistema, e ne risulta una crisi di nervi. Poi i criminali vanno condannati, senza dubbio. Ma i distinguo in momenti come questo pesano più di accuse e reati, giusto per imparare qualcosa e difendere la Rete dagli attacchi sistematici dei rappresentanti di un modello di business vivo solo nelle loro teste e nelle penne di chi scrive per loro orribili norme. E dal calderone nel quale finiscono contenuti perfettamente leciti solo perché si trovano nello stesso spazio di altri protetti da copyright.

Update – E IlFuturista lancia un “movimento anti-Fava”. Mentre Fulvio Sarzana segnala l’enforcementche si vede all’orizzonte continentale.

RiUpdate 23 gennaio – Anche su Wired si illumina questa faccia della medaglia.

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Chiusi Megaupload e Megavideo

Sembra una risposta a chi ha gridato contro gli enforcement selvaggi alle norme sul diritto d’autore oscurando i propri siti e inviando missive di massa ai congressisti. I cyberlocker Megaupload e Megavideo sono stati chiusi dall’FBI e dal Dipartimento di Giustizia americana, i quali hanno ottenuto anche l’arresto del fondatore Kim Schmitz e di altri tre amministratori del sito (peraltro fermati in Nuova Zelanda, un esempio di collaborazione internazionale davvero efficiente!).

L’accusa è quella che da tempo (da sempre) i signori del copyright muovono contro i due siti: violazione massiva di copyright (oltre ad associazione a delinquere e riciclaggio). Poco importa che i due “armadietti digitali” si limitino ad incamerare ciò che caricano gli utenti, agendo di fatto da intermediari e fornendo uno spazio che come vocazione primaria non può avere la mera violazione del diritto d’autore.

Immagino solo che se avessi caricato su una delle due piattaforme un video nel quale con la totale libertà di parola che ci è concessa mi fossi scagliato davanti ad una webcam contro un sistema capace di certi abusi, il mio atto di libertà d’espressione sarebbe finito offline insieme a tutti i file protetti da diritti caricati da altri utenti. Non è una violazione questa? Non è uno sconfinamento, un eccesso nelle misure (legittime) di lotta alla pirateria? Non è una vera e propria sospensione di alcuni diritti fondamentali praticata nel nome di un interesse economico?

A mio avviso, si. Ed è frustrante quanto la coperta sia corta per chi protesta: da un lato si dà una piccola spallata al Congresso. Dall’altra, si viene colpiti in maniera durissima, mortale. Ribadisco: la lotta alla pirateria è sacrosanta ma il diritto d’autore non può prevalere sulla libertà d’espressione e sulla libertà d’impresa (giusto per citarne un paio).

Intanto, partono gli attacchi hacker (Anonymous in testa) mentre c’è chi come Stefano Quintarelli aggiunge preoccupanti particolari:

Faccio notare che, sequestrando i server, le forze dell’ordine hanno l’intero database degli utenti con tanto di indirizzi email, numeri di carte di credito e probabilmente log ed indirizzi IP.

Proprio poche settimane fa si era manifestato lo squilibrio di forze tra le industrie del disco e le ragioni di Megaupload; il cyberlocker diffondeva il materiale audio/video di una sua nuova campagna pubblicitaria messa a punto con il supporto di numerosi artisti legati a diverse major (e dunque alla RIAA). La Universal chiedeva ripetutamente a Youtube di censurare i suddetti materiali, i cui elementi però risultavano essere di proprietà di Megaupload. Nonostante tutto, il canale in questione rischiava di essere chiuso per ripetute infrazioni tutte da provare. Il caso approdava in tribunale pochi giorni dopo. Qui una ricostruzione della vicenda.

P.s.: Il Commissario Responsabile dell’Agenda Digitale europea Neelie Kroes “is glad” on Facebook in merito alle proteste di ieri

Update – Il “SOPA all’italiana” di Giovanni Fava viene approvato dalla Commissione Politiche Comunitarie.

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On strike

Ci sono dei diritti che non possono essere violati in nome di un sistema economico che ha fatto il suo tempo e si permette di non capirlo solo perché ha ancora delle protezioni enormi fatte di lobbies e connivenze della politica. SOPA e PIPA sono una coppia di leggi americane? Beh, da noi c’è l’Agcom con il suo regolamento antipirateria. E analoghi movimenti mettono i brividi ai netizen in tutto il Mondo. Abbiamo tutti gli stessi diritti, corriamo tutti gli stessi pericoli. E dunque, tanto vale lottare tutti insieme contro la censura copyright oriented. Domani si sciopera.

p.s.: aderisce anche Wikipedia.

Update 18 gennaio 2012 ore 20:01 – Sciopero finito. Tante adesioni, ma solo nella “lunga coda”. Mancano i big Facebook, Twitter, eBay, ecc. Meglio di niente, ovvero dell’accettazione silenziosa di uno scempio legislativo che non colpirebbe Internet ma la libertà di espressione e non garnatirebbe il rispetto del copyright ma darebbe solo poteri arbitrari a privati su decisioni che solo la magistratura può prendere, almeno in uno stato di diritto.

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Una cabina di regia targata Agcom

All’unanimità l’Agcom invita il governo Monti a mettere a punto una road map per il digitale nel nostro paese. Qualcuno dirà “era ora!”, qualcun altro, “meglio tardi che mai!”. Di sicuro le autorità del nostro paese non ci avevano abituato a questi toni carichi di speranza nei confronti delle ICT. 

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Senatori, siete in linea?

Premetto: trovo lodevoli sia i contenuti di questa ormai stagionata proposta di legge dei senatori Vita e Vimercati sia l’idea di veicolarla tramite un blog. Tuttavia, anzi, proprio per questo, trovo anche abbastanza paradossale l’abbandono al quale è stato destinato questo spazio. Come per quello dell’Intergruppo Parlamentare 2.0 (ne parlavo qui e da allora non si è mosso nulla), aprire un blog per farne in pochi mesi una mera cartolina dei tempi che furono è veramente triste. Viene quasi da pensare che l’apertura fosse dettata da ragioni di propaganda, come tutte le volte che gran parte della nostra classe dirigente si mette a sbandierare la sua presenza online che, appunto, è una mera presenza, direi quasi un presenzialismo, il quale non fa i conti con le logiche della Rete ma riproduce in essa le modalità televisive o peggio ancora dei comizi di piazza. Arrivando a questi paradossi come l’abbandono uno spazio online.

Coraggio senatori, basta rispondere ad una semplice domanda: che fine ha fatto il vostro progetto? C’è bisogno di pressione sul governo in questa “fase 2” orientata alla crescita affinché le questioni di Internet vengano messe in cima all’agenda.

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Lareteingabbia a Radio1: “Monti pensi alla Rete!”

Qui sotto l’audio del mio intervento a Radio1 nella trasmissione mattutina CheckIn del 28 dicembre. Una bella occasione per gridare da una radio nazionale “dateci la bandaaaa!”.

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Kwangmyong

No non significa condoglianze. Kwangmyong è la intranet nazionale della Corea del Nord, la quale rispecchia nella realtà digitale l’isolamento che ha vissuto sotto tutti i punti di vista il paese asiatico in questi decenni di dittatura, e che purtroppo sembra destinato a vivere ancora.

La morte del despota Kim Jong-il è l’occasione per guardare da vicino uno dei più asfissianti contesti mai concepiti dal censore di Internet. Il regime socialista di Pyongyang infatti non si limita a filtrare il web, ma agisce alla radice, permettendo la connessione esclusivamente alla sopra citata intranet, nella quale sono comprese solo poche decine di siti approvati dal governo e alla quale può accedere solo una minoranza privilegiata. I siti accessibili nella Kwangmyong sono per lo più siti di propaganda del regime, i siti delle agenzie governative, siti di apologia di Kim Jong Il e di suo padre Kim Il Sung, e siti che inneggiano alla riunificazione su base socialista delle due Coree; la Corea del Sud, in risposta a questo atteggiamento, provvede a censurare sistematicamente i flussi di messaggi online provenienti dal Nord, in particolare quelli di Twitter. Senza contare le “schermaglie digitali” sul 38esimo parallelo (ad inizio luglio 2011 un rapporto della McAfee attribuiva gli attacchi subiti nelle settimane precedenti dai siti sudcoreani al governo di Pyongyang, che starebbe così facendo le prove generali di una cyberguerra. Nel frattempo, sempre dalla Nord Corea arrivavano infiltrazioni di hacker nei circuiti di giochi online dei vicini del Sud per racimolare fondi in maniera illecita).

Tornando tutta a Nord, ad un’ancor più ristretta cerchia di persone e agli stranieri è invece concessa la connessione al World Wide Web, anche per una questione di accessibilità economica (le tariffe degli Internet point non sono compatibili con gli stipendi medi dei cittadini).

Non esistono in generale media indipendenti in Corea del Nord, tutta l’informazione è controllata dalla giunta militare al potere, ma Internet ha una particolarità: avendo attivato un dominio di primo livello “.kp” solo nell’ottobre 2010, i server sui quali si basa la Nordcorea sono per lo più in Cina, Giappone, Germania e perfino Texas, comprese le pagine http://www.korea- dpr.com (pagina Web della Corea del Nord) e http://www.kcna.co.jp (la home page della Korean Central News Agency).

Molti cittadini stanno guadagnando un libero accesso a Internet tramite le reti mobili che si appoggiano a server cinesi (quindi in realtà Internet libero fino ad un certo punto, diciamo che si va dalla brace alla padella) e che vengono attivate su dispositivi comprati al mercato nero. Dal maggio 2004 è infatti vigente nel paese il divieto della telefonia mobile. Alla fine di maggio 2011 partiva a Pyongyang la messa a punto di tre diversi modelli di computer e device mobili interamente costruiti nel paese (o almeno passati al vaglio del regime prima della messa in commercio); un altro tassello nell’autarchia digitale perseguita dal defunto “Caro Leader”.

Come dicevo, c’è anche un fattore economico dietro la quasi nulla diffusione di Internet nella parte nord della penisola coreana: pc, corsi di alfabetizzazione digitale e connessioni sono incredibilmente costose per i sudditi del regime, e c’è da credere che sia esso stesso a far sì che le tariffe restino così alte. Pertanto, sebbene l’articolo 67 della Costituzione socialista garantisce la libertà di parola e di stampa, non vi è alcuna possibilità di scardinare il dominio dello Stato sull’accesso ad Internet come su qualunque manifestazione del diritto di espressione. Un piccolo spiraglio si aprì nell’estate 2010, quando il governo decise di aprire un proprio account su Twitter e Youtube; i contenuti finora caricati sono ovviamente soltanto propaganda di regime e accuse agli oppositori (repubblica del Sud inclusa), ma insieme all’imminente passaggio di consegne al vertice dello stato questo dato potrebbe innescare un certo rinnovamento.

O almeno speriamo, perché le lacrime viste in tv questi giorni dipingono scenari di propaganda che l’umanità ha bisogno di lasciarsi alle spalle.

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Censura privata. E l’ipocrisia della Lega

Dunque, la Universal Music Group avrebbe un accordo privato con Google che le permette di chiedere la rimozione di qualunque contenuto da Youtube. Cioè, un privato chiede ad un privato di rimuovere un contenuto caricato da un utente. In barba a garanzie costituzionali come il Primo Emendamento statunitense e tutte le altre a tutela della libertà d’espressione. Poco importano i motivi, resta il problema di fondo: una piattaforma come Youtube (e valga anche per Facebook e tutte le altre piattaforme di UGC) dal momento in cui diventa un mezzo di espressione per centinaia di milioni di persone resta uno spazio privato o assume i contorni dell’agorà pubblica nel quale devono in primis valere le regole dello stato di diritto?

Tanto più che nello specifico sembra infondata l’accusa mossa a Megaupload: il cyberlocker qualche settimana fa diffondeva il materiale di una sua nuova campagna pubblicitaria messa a punto con il supporto di numerosi artisti legati a diverse major (e dunque alla RIAA). La Universal chiedeva ripetutamente a Youtube di censurarne un video, i cui elementi però risultavano essere di proprietà del cyberlocker. Nonostante tutto, il canale di Megaupload rischia di essere chiuso per ripetute infrazioni tutte da provare. Il caso è approdato in tribunale pochi giorni fa. Qui una ricostruzione dellla vicenda.

Nel frattempo in Italia il caro senatore leghista Giovanni Fava prova ancora (si ancora, ci aveva già provato ad agosto) ad introdurre una norma che interviene sul regime di responsabilità degli intermediari disponendo che alla segnalazione di un titolare di diritti un intermediario della comunicazione online deve rispondere, subito e a prescindere dalle prove, con la rimozione dei contenuti. Anche oltre le idiziozie del regolamento Agcom e contro le ultime disposizioni che arrivano dall’Europa e gli orientamenti del Tribunale di Roma (che richiamando la sentenza della Corte Europea di aprile 2011 sul contenzioso SABAM – Scarlet, ha ritenuto illegittima la richiesta di Mediaset di imporre a Google di sorvegliare “a monte” affinché sui suoi servizi non passino materiali protetti dal copyright del biscione; cioè, non si può imporre ad un provider tale tipo di filtraggio preventivo).

Insomma, resistenze, passi in avanti e reazioni. Ma dei reazionari ci siamo scassati le scatole.

p.s.: lo dicano i leghisti che provano a tornare alle orgini coi cartelli in Parlamento che la loro contaminazione con quella che chiamano “Roma ladrona” li ha portati a sposare le cause delle multimilionarire major. Lo dicano, ipocriti.

Update 22 dicembreYoutube smentisce la presenza di un accordo con UMG. E’ una buona notizia. Restano comunque le perplessità e i quesiti che mi sono permesso di sollevare.

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Rojadirecta, antipirateria e censura

RojadirectaAssume i contorni della telenovela la querelle tra Rojadirecta, popolarissimo sito di indexing di eventi sprotivi in streaming, e le autorità degli Stati Uniti d’America. Ma soprattutto, si evidenziano modalità d’azione nella lotta alla pirateria che troppo spesso sconfinano nel terreno della censura.

Ripercorriamo le tappe della vicenda: nel febbraio 2011 il governo di Washington lanciava l’Operation in Our Sites, una campagna che prevede la disconnessione dei siti ritenuti responsabili di violazione di copyright; tra essi finiva appunto Rojadirecta, il quale veniva oscurato nei suoi domini .org e .com (tutti a utilizzare rojadirecta.es, dunque, vista la sentenza della Corte Suprema spagnola che giudica il sito come intermediario protetto dal “safe harbor europeo”).

Tuttavia, nel giugno 2011 arrivava la contromossa dei legali della startup spagnola Puerto 80, proprietaria del servizio, i quali trascinavano davanti ad un giudice federale i giudici di New York che avevano emesso la sentenza di disconnessione; essi avrebbero commesso un illecito ordinando la chiusura di quello che dovrebbe essere considerato, a detta degli avvocati, un mero servizio di indexing (si chiede in sostanza di essere trattati in America come in Spagna). Puerto 80 diventava così il primo gestore di siti a ribellarsi ad una chiusura ordinata dallo U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE) e dal Department of Justice (DoJ). Nell’agosto 2011 un giudice federale confermava l’oscuramento dei due domini (mentre a novembre arrivavano altri 130 sigilli nell’ambito dell’OinOS).

Poche ore fa, la svolta: un giudice di New York stabilisce la marcia indietro sui domini di Rojadirecta non essendo sufficienti le prove a dimostrazione della “volontarietà nella distribuzione di link alle partite trasmesse in streaming”. Tuttavia, si rimanda di 30 giorni la liberazione dei domini in attesa di nuove prove da parte dell’accusa. Una procedura nuovamente contestata dai legali di Puerto 80, che parlano di abuso e violazione del Primo Emendamento da parte del DoJ, perché tali blocchi sono contemplati nell’ordinamento USA solo in caso di pericolo per la sicurezza nazionale.

La scorsa settimana un caso che dimostra come queste ragioni non siano campate in aria e che questo tipo di battaglie antipirateria siano borderline con la censura: il sito Dajaz1 veniva dissequestrato dopo un anno di sequestro per presunta violazione di copyright senza che fossero date spiegazioni né sul primo né sul secondo provvedimento. Solo il fatto che mancassero prove sul reato; in pratica è stato messo offline e tenuto in quello stato per mesi senza ragioni.

Non solo da noi è aperta la caccia al censore: la battaglia contro le misure arbitrarie delle autorità in materia di copyright è, purtroppo, d’attualità anche nel paese che ha dato i natali alla Rete. 

Update – Mentre resta sotto sequestro la rete di Italianshare, il Tribunale di Roma respinge le richieste avanzate da Mediaset ai danni di Google e riafferma con forza: non si può imporre ad un intermediaro di sorvegliare preventivamente ciò che gli utenti diffondono tramite i suoi spazi online. Punto.

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Due belle notizie

Un paio di piccoli lumi in questa manovra: meno carte bollate per le Web tv e l’obbligo per le amministrazioni pubbliche di prendere in considerazione i software open source nei loro bandi. In attesa di misure “strutturali” ci accontentiamo di due piccole toppe.

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Forse ha ragione la Lega

Il titolo non spaventi, è ovviamente una provocazione. Però quando le camicie verdi parlano delle radicali differenze che intercorrono tra i paesi dell’Unione lanciano un messaggio che torna alla mente in giornate come questa.

Leggo che in Germania vengono aboliti i filtri alla Rete (“l’unico modo per evitare che siti come quelli pedopornografici vengano visti è eliminarli”, e le liste nere risultano più un pericolo che una garanzia, non sai mai cosa può andarci a finire dentro), che in Svizzera il P2P non rappresenta un indiscriminato fumo negli occhi per un interno sistema ipergarantista ma solo degli interessi di pochi.

Mentre da noi i provider devono comprarsi una pagina sul primo quotidiano economico del Paese per lanciare un allarme sul regolamento che sta per varare l’Agcom in materia di fibra ottica, a loro detta foriero di inaccettabili irrigidimenti verso il monopolio. Agcom, autorità che ha più volte dimostrato la sua indipendenza. E la fibra ottica, che per il momento è stata al centro solo di tavoli fallimentari e annunci tanto roboanti quanto fasulli.

Lo so che sono temi disparati tra loro però sono in fondo spie di un approccio di fondo alla materia tutta. Signori della Lega, parlamentari tutti: noi e loro non siamo differenti. Già, noi siamo indietro.

P.s.: Passera dice che l’innovazione beneficerà di fondi e programmi al di là di specifici ruoli all’interno del Governo. Continua l’altalena tra stress e fiducia.

Update 7 dicembre – From Manteblog

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La fiducia contro lo stress

Dunque, ricapitolando: Internet crea più posti di lavoro di quanti non ne distrugga, permette praticamente a tutti i settori dell’economia di sfruttarlo e trarne vantaggio, è un settore produttivo esso stesso e oggi scopriamo anche, grazie al Censis, che Facebook e Twitter sono utili per uscire dalla crisi perché disinnescano le tensioni prossime venture attraverso “l’arricchimento dei rapporti sociali”.

Bene. Monti ha citato l’impegno per l’agenda digitale giusto di striscio nel discorso di presentazione al Senato, ha ignorato la proposta (da valutare quanto utile, questa si) di un ministro per Internet e ha bissato con le nomine dei sottosegretari.

Delle due l’una: o ci stiamo rigirando nella stessa brace di sempre o c’è solo da attendere perché i tecnici sanno quanto trasversale e non confinabile in un recinto sia la propulsione della Rete alla nostra (a qualunque) economia.

Continuo ad essere fiducioso che la spiegazione giusta sia la seconda. Ma solo per combattere lo stress da frustrazioni istituzionali.

P.s.: non c’entra nulla ma questa storia è troppo divertente. Come se Valentino Rossi fosse il testimonial della campagna contro l’evasione fiscale.

Update – Appena pubblicato questo post faccio un giretto in Rete e trovo Riccardo Luna con delle indiscrezioni sulla manovra di lunedì. Sempre più fiducia!

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Internet non si filtra. Almeno, non in Europa

La banda larga non entrerà tra i servizi universali però almeno nessuno degli Stati dell’Unione potrà imporre per legge agli ISP di implementare sistemi di filtraggio per impedire lo scaricamento di file illegali. Lo ha deciso la Corte di Giustizia europea, anteponendo così la privacy degli utenti e la loro libertà di scambiarsi informazioni agli interessi delle major. Senza contare i costi aggiuntivi che dovrebbero sostenere i provider e tutte le altre norme che impediscono loro di controllare le informazioni che viaggiano sulle loro “reti”.

La Corte risolve quindi la questione pregiudiziale dichiarando che il diritto dell’Unione vieta che sia rivolta ad un fornitore di accesso ad Internet un’ingiunzione di predisporre un sistema di filtraggio di tutte le comunicazioni elettroniche che transitano per i suoi servizi, applicabile indistintamente a tutta la sua clientela, a titolo preventivo, a sue spese esclusive e senza limiti nel tempo”

Lo dico sottovoce: è una vittoria. Soprattutto per chi nel Belpaese, sperando che certi progetti di legge abbiano esaurito il loro percorso, guarda con (timorosa) attesa alle prossime mosse dell’Agcom, pronta a ripresentare tra poche settimane il suo favolosamente scandaloso regolamento in materia di rimozione dei contenuti.

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