Archivio per la categoria USA

Smartphone spioni: le prime iniziative legali

Smartphone spioniLa sensazione è che siamo solo all’inizio della vicenda relativa agli iPhone spioni (che in realtà coinvolge gli smartphone in generale). Sono infatti partite le prime iniziative legali volte a far luce su queste pratiche potenzialmente lesive della privacy degli utenti, i cui spostamenti vengono memorizzati sotto forma di coordinate non criptate. Apple e Google hanno ricevuto una lettera con una richiesta di chiarimenti da Lisa Madigan, procuratore generale dell’Illinois, mentre l’autorità garante per le comunicazioni sudcoreana apre un’indagine sul caso. E nonostante entrambe le società affermino di aver sempre richiesto il consenso degli utenti per la raccolta di qualunque tipo di dato, si profila una class action proprio in merito a questo punto; il primo passo in questo senso è stata la denuncia che i due utenti della Mela morsicata Vikram Ajjampur e William Devito hanno depositato presso la Corte Federale di Tampa (Florida). Con essa i due chiedono un risarcimento per non aver ricevuto un’esplicita richiesta per la memorizzazione dei dati di geolocalizzazione e un’ingiunzione permanente nei confronti di questo stesso servizio.

Nelle ultime ore, inoltre, si è allargato il ventaglio dei punti critici: un’indagine del Wall Street Journal mette in luce come i dati vengano memorizzati anche con il sistema di localizzazione disattivato, mentre si scopre che una clausola nelle condizioni d’uso diventa una liberatoria per la memorizzazione dei dati in questione anche al di fuori del solo sistema GPS. Sempre più coinvolto risulta Google: alcune app dell’Android Market provvederebbero all’invio alla rete di inserzionisti di informazioni sul posizionamento dell’utente con altissima frequenza. E sembrano valere poco le spiegazioni di Mountain View che cercano di far rientrare il tutto nel servizio Google Location; il fatto che esso sia opt-in non rende meno grave che oltre all’aggregazione di dati per il miglioramento del servizio ci sia anche la possibilità di risalire al singolo utente. L’argomento principale della difesa di Apple è invece il fatto che i dati memorizzati non arrivino a Cupertino.

UPDATE 27 aprile – Finiscono direttamente coinvolti anche i dispositivi Windows Phone 7, con Redmond che non ha ancora chiarito con quale frequenza vengano raccolti questi dati, per quanto tempo vengano conservati e se rendono possibile risalire al singolo utente.

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iPhone spioni

iPhone spioniSi incendia il dibattito scaturito dalle denunce dei ricercatori di sicurezza Alasdair Allan e Pete Warren; i due hanno sollevato nei giorni scorsi l’attenzione sul fatto che il sistema operativo iOS, quello implementato sugli iPhone della Apple, conserva dei file nei quali sono registrati tutti gli spostamenti che compie il possessore del dispositivo. La liceità e i limiti ai quali devono sottostare gli strumenti di geolocalizzazione per non sconfinare nella violazione della privacy non sono argomenti dell’ultima ora, anche se divengono sempre più centrali perché i rischi di un abuso di questo tipo di tecnlogie sono innegabili. Rischi dei quali gli utenti, secondo un’indagine di Microsoft Italia del gennaio 2011, sono per la maggior parte preoccupati (52%) anche se solo il 62% è consapevole dell’esistenza dei servizi di geolocalizzazione nei propri smartphone. In ogni caso, fanno notare Allan e Warren, non è l’azienda ad attingere a questi dati, che vengono invece salvati nei computer sui quali si effettua la sincronizzazione col dispositivo mobile. Inoltre, non sono file segreti ed è possibile la loro cifratura. Tuttavia, i timori sembrano essere forti tra i rappresentanti dell’ADOC (l”associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori), tanto da richiedere al Garante della privacy un intervento per mettere luce a quella che viene definita una situazione “sconcertante”.

Si è già attivata sul caso l’Agenzia bavarese per la protezione dei dati, mentre la francese Commission nationale de l’informatique et des libertès (CNIL) afferma per bocca del suo segretario generale Yann Padova: ”Se [i dati, nda] vengono solo conservati si tratta di un semplice caso di mancata richiesta di autorizzazione, se invece sono accessibili da Apple è una questione ben più seria”. Chiarimenti a Steve jobs vengono richiesti anche dal Congresso americano e le autorità del New Jersey hanno aperto un’indagine sull’uso dei dati incamerati dagli smartphone. La questione della geolocalizzazione investe behavioral advertising, servizi location based nonché l’utilizzo che di questi dati possono fare le forze di polizia. E non di sola apple si tratta: ormai coinvolti anche gli altri sistemi operativi per dispositivi intelligenti, Android su tutti. 

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USA: class action contro gli spioni di Street View

Google CarSan Josè, California. Un gruppo di netizen propone una class action al giudice distrettuale James Ware con l’obiettivo di fare luce sull’intercettazione e incameramento non autorizzato di dati da parte delle Google Cars durante i loro tour di mappatura in giro per gli USA. Un ulteriore, ennesima grana per Street View, alle prese in un tutto il mondo con processi, denunce, perquisizioni e restrizioni alla sua attività. Il giudice Ware dovrà ora stabilire se le comunicazioni che hanno luogo su reti WiFi non protette siano da ricomprendere nella stessa categoria delle frequenza radio AM-FM. Se fosse così, avrebbe ragione la difesa di Google nel considerarle liberamente intercettabili; in caso contrario, entrerebbero in scena le norme dello Wiretap Act, la legge statunitense che regola le intercettazioni. E dunque quello delle Google Cars risulterebbe una vera e propria violazione della privacy. 

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La difesa di Groovershark

Potrete ascoltare liberamente qualsiasi canzone del mondo. Questa la promessa con la quale Paul Geller lanciava l’applicazione pere smartphone Groovershark, tirandosi addosso immediatamente le antipatie di tutto il mondo dei detentori di diritti. Tanto che Google faceva sparire l’app da Android Market; stessa richiesta era stata avanzata anche alla Apple, e medesimo era stato l’esito. Ora è lo stesso Geller ad inviare una lettera aperta a Cupertino, Mountain View e ai rappresentanti dell’industria del disco per chiedere il reintegro della sua app, che non avrebbe violato le condizioni di utilizzo di Android Market a App Store; tutte le regole del Digital Millennium Copyright Act sarebbero state sempre rispettate, tanto che dal lancio dell’applicazione i gestori avrebbero già eliminato 1,76 milioni di brani che si ponevano in violazione di diritto d’autore (con 20mila utenti estromessi dalla piattaforma perché accusati di caricare contenuti illeciti) e ha stipulato contratti con oltre mille etichette di tutto il mondo (anche se nessuna delle major è ricompresa). Dunque, Geller chiede per la sua Grooveshark le tutele del safe harbor.

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USA: l’FBI contro il poker online

Poker OnlineFrode bancaria, riciclaggio di denaro e gioco d’azzardo illegale. Sono queste le accuse mosse dall’FBI nei confronti dei gestori dei siti PokerStar, Full Tilt Poker e Absolute Poker, tra i maggiori nel panorama del gambling online. I domini dei siti sono stati bloccati e 76 conti bancari che vi facevano riferimento risultano chiusi. Le violazioni all’Unlawful Internet Gambling Enforcement Act (UIGEA) del 2006 che vengono contestate avrebbero fruttato fino a 3 miliardi di euro di incassi illeciti. In particolare si contesta l’aver fatto passare le transazioni online (tramite carte di credito) legate al gioco per acquisti di prodotti come fiori o palline da golf. L’UIGEA infatti proibisce alle banche di effettuare passaggi di denaro tra giocatori statunitensi e siti di casinò registrati all’estero (i siti incriminati “risiedono” tra Costa Rica e Regno Unito). I dirigenti dei siti erano infatti d’accordo con istituti di credito e banche in difficoltà per aggirare le norme, come si evince dall’indagine dell’FBI iniziata due anni fa. In manette finiscono così anche intermediari e vertici di istituti di credito di 14 stati. Se venisse provata la loro colpevolezza, tre dei dirigenti degli spazi online, già arrestati, rischierebbero fino a vent’anni di prigione oltre ad un’ammenda. Secondo PokerScout, che elabora statistiche sul mondo del gioco d’azzardo online, i tre siti l’anno scorso hanno totalizzato 1,8 milioni di giocatori; una schermata sulle homepage avverte ora i giocatori dell’avvenuto sequestro, ponendo dubbi su dove andranno a finire i soldi di chi aveva un account aperto.

IDENTITA’ DIGITALI – Arriva invece dal Dipartimento del Commercio la presentazione ufficiale della National Strategy for Trusted Identities in Cyberspace (NSTIC): obiettivo è promuovere una partnership tra pubblico e provato per la creazione di un sistema di identità sicure online utilizzabili dalle industrie nella maniera più ampia possibile. E’ arrivato un plauso aperto dal mondo delle imprese del web, soprattutto per un’iniziativa che non prova ad imporre ma rimette al dibattito tra i protagonisti la messa a punto di una soluzione alle piaghe come il furto d’identità che ogni anno pesano sull’Internet Economy USA per 37 milioni di dollari. 

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Aggirare l’antipirateria? Con Firefox!

MAFIAA FireSi chiama MAFIAA Fire ed è un’estensione del browser Firefox. Misterioso lo sviluppatore ma chiaro l’intento: aggirare i sigilli antipirateria imposti dal governo a svariati siti web. In sostanza, il plug-in permette il reindirizzamento verso i nuovi e accessibili domini di siti che sono stati bloccati nelle loro versioni americane perché accusati di violazione di copyright. Come Rojadirecta.com e .org, offline in USA ma attivo nella sua versione .es vista la sentenza della Corte Suprema spagnola che nel 2010 lo considerava lecito. Il codice di MAFIAA Fire sarà aperto e disponibile in rete tra pochi giorni; intervistato dalla rivista specializzata TorrentFreak, lo sviluppatore avvolto d’ombra ha dichiarato che si tratta di una lotta contro un modello di business superato che causa blocchi e sequestri massicci messi in atto da organismi come la US Immigrationand Customs Enforcement (ICE) senza l’autorizzazione di giudici. “Siamo davvero stanchi di tutta la corruzione portata da queste persone agli alti vertici del nostro governo. Quando è troppo, è troppo. C’è un momento per lamentarsi e uno per entrare in azione. E questa azione è ormai attesa da troppo tempo”.

MATCH.COM – Se conosci un uomo su un sito di appuntamenti ed egli si rivela un manico, la colpa è del sito? A questa domanda dovrà rispondere il giudice della Corte Superiore di Los Angeles alla quale si è rivolta una donna vittima di abuso sessuale per denunciare il sito Match.com, sul quale aveva conosciuto colui che l’ha aggredita all’incontro combinato sullo spazio onlineLa donna chiede ora al sito di mettere a punto un sistema che confronti i dati delle carte di credito con i registri delle violenze sessuali, oltre a non accettare nuove iscrizioni finché questo sistema non sarà pronto. Dal canto suo il sito ha in un primo tempo smentito la possibilità di un tale passo, per poi annunciare invece la creazione di questo sistema di screening. Tuttavia, fa sapere Mandy Ginsberg, ai vertici di Match.com, che tali meccanismi non sono mai stati implementati prima perché potevano generare un falso senso di sicurezza vista la loro fallacia, situazione che, sottolinea, varrà anche per il sistema in fase di implementazione.

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USA: in ascesa i controlli sulle electronic communications

Online InvestigationLe comunicazioni elettroniche sul suolo americano sono sempre più controllate. Lo afferma tramite una ricerca Christopher Soghoian della Harvard University. Grazie alle disposizioni dello Stored Communications Act (SCA) del 1986, parte del più ampio Electronic Communications Privacy Act (ECPA), le forze dell’ordine statunitensi posso richiedere ai gestori dei servizi Internet i dati del traffico online degli utenti nei minimi dettagli. Facoltà che a quanto pare vengono ampiamente sfruttate dagli agenti che recapitano decine di migliaia di richieste al mese a Facebook&Co. “Le forze di polizia o l’FBI – argomenta Soghoian – possono ottenere la maggior parte dei dati di cui hanno bisogno dalla comodità e dalla sicurezza delle loro scrivanie con pochi click, con un fax o con una telefonata […] In realtà molte compagnie telefoniche hanno sviluppato siti web self service in esclusiva per gli agenti di polizia per recuperare i dati relativi agli utenti in maniera autonoma”, servizio che sarebbe stato sfruttato ben 8 milioni di volte in un anno. “Tali dati si sono dimostrati preziosi per la polizia e le altre forze dell’ordine – conclude Soghoian – tuttavia il reperimento di tali informazioni non ha nessun obbligo di rendicontazione e le statistiche appaiono minime se non del tutto inesistenti”. Il problema è tra quelli sollevati anche da Google, Microsoft e AOL nell’ambito della composizione del Digital Due Process. 

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USA: di privacy, e-mail e copyright

I senatori John Kerry, democratico, e John McCain, repubblicano, sono uniti nella presentazione del disegno di legge Commercial Privacy Bill of Rights Act, con il quale si punta ad istituire un nuovo quadro regolatore che imponga restrizioni alle attività di tracciamento online e rastrellamento di informazioni personali. I due, sconfitti nella corsa alla Casa Bianca rispettivamente da George W Bush nel 2004 e da Barack Obama nel 2008, vorrebbero così dotare la Federal Trade Commission (FTC) di poteri sanzionatori nei confronti delle aziende del web che adottano un comportamento non trasparente in materia di raccolta, trattamento e distribuzione dei dati personali degli utenti, le cui modalità andrebbero sempre indicate nel dettaglio all’utente stesso. Naturalmente viene menzionato il sistema Do-Not-Track che, già implementato nei browser di Mozilla (Firefox), Google (Chrome) e Microsoft (Explorer), diverrebbe obbligatorio per tutti i sitit aziendali. La proposta di legge ha raccolto parecchi plausi dal mondo del web, ma deve scontare, oltre all’irritazione dei vertici della Direct Marketing Association (DMA), la delusione delle associazioni a tutela dei consumatori, che non vedono grossi cambiamenti introdotti nelle pratiche di gestione dei dati personali da parte delle aziende del web.

POSTA ELETTRONICA E PRIVACY – E’ invece crescente il dibattito sulle revisioni all’Electronic Communications Privacy Act (ECPA), la legge che nel 1986 regolava la privacy in materia di comunicazioni a mezzo elettronico. Tutto nasce dalla costituzione del Digital Due Process, un gruppo di lobbying formato da colossi come Google, AT&T e AOL, che aveva l’intento di proporre al Congresso di rivedere la parte dell’ECPA che rende lecito il sequestro senza mandato delle email più vecchie di 180 giorni che, situate “in the cloud”, vengono classificate come abbandonate e quindi non tutelate dalle leggi sulla privacy. A infiammare la discussione le posizioni espresse dal Dipartimento di giustizia americano, secondo il quale (e sarebbe anche la posizione dell’Amministrazione), questo tipo di sequestro senza mandato sarebbe giustificato in alcune situazioni criminose, come le indagini che riguardano pedofilia, terrorismo e spionaggio.

POSTA ELETTRONICA E COPYRIGHT – Per i messaggi di posta elettronica sembrano non esserci tutele anche in materia di diritto d’autore: il giudice di Los Angeles Dolly Gee ha stabilito che una frase in prosa in una e-mail non può essere tutelata da copyright come lo potrebbe essere, ad esempio, un incipit poetico della stessa lunghezza, per il semplice fatto che non è abbastanza creativa, manca di originalità. La decisione arriva alla fine del processo che vedeva contrapposti Kenneth Stern e Robert Weinstein, membri della CAALA (associazione americana a difesa dei consumatori); Stern inviava ad una mailing list interna all’associazione (più di ventimila persone) un messaggio contenente 23 parole; Weinstein lo spediva a sua sorella, non compresa nella lista di indirizzi originaria, la quale rispondeva al mittente originario scatenandone l’ira e spingendolo alla citazione in giudizio. Secondo il giudice Gee però il post del querelante “non mostra nessun tipo di creatività poiché il contenuto è dettato solo da considerazioni funzionali”. Tuttavia, Stern ha già annunciato che ricorrerà in appello.

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USA: blogger vs Huffington Post

Una class action depositata contro l’Huffington Post da un gruppo di blogger che accusano l’aggregatore di notizie online di aver sfruttato il lavoro dei blogger stessi. In sostanza, Arianna Huffington avrebbe beneficiato del lavoro altrui offrendo come pagamento la sola visibilità; i blogger non ci stanno e chiedono così come risarcimento 105 milioni di dollari, cifra che sarebbe proporzionata ai 315 milioni spesi dalla AOL a febbraio per l’acquisto del Post. A capitanare la class action è Jonathan Tasini, non certo una buona notizia per la Huffington visto che si tratta della stessa persona che più di dieci anni fa denunciando il New York Times vedeva riconosciute tutele sui diritti d’autore sul lavoro dei freelance online. La AOL da parte sua, in qualità di coimputato, si difende e parla di un modello (quello del lavoro ripagato dalla visibilità) ampiamente diffuso in molti settori, compreso quello dello spettacolo e degli show televisivi.

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Le eccellenze delle ICT tra Scandinavia e Singapore

Il report annuale del World Economic Forum (WEF) sulle Information and Communication Technologies (ICT) vede spiccare come paesi maggiormente competitivi nel settore la Svezia e Singapore, seguiti da Finlandia e Svizzera. Quinta piazza per gli Stati Uniti, che scendono di due posti rispetto all’anno precedente. Per la realizzazione del report sono stati monitorati gli andamenti di 138 paesi durante il 2010 rispetto a vari indici, tra i quali l’adozione di tecnologie di comunicazione e informazione, la disponibilità degli individui al loro utilizzo, il reale utilizzo delle stesse, il giro d’affari che se ne ricava e la sollecitudine dei governi alla loro implementazione e sviluppo. Secondo il WEF le ICT sono “il fattore chiave per sviluppare un mondo più economicamente, ecologicamente e socialmente sostenibile”. In Svezia l’uso delle nuove tecnologie è massiccio tanto che il 90% della popolazione si connette ad Internet con regolarità. Tuttavia, le aree del mondo con il potenziale tecnologico maggiore restano Asia e Medioriente, con la Corea del Sud sempre leader nella velocità delle connessioni alla rete e il Bahrain tra i paesi con i migliori tassi di crescita dal 2006 ad oggi (come Cina, Vietnam e Uruguay). E l’Italia? Solo 51esima.

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Zuckerberg batte i gemelli

Mark Zuckerberg tra i gemelli Cameron e Tyler Winklevoss

Un tribunale di San Francisco ha giudicato inammissibile il ricorso presentato dai gemelli Cameron e Tyler Winklevoss, che anni fa denunciarono il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg per aver loro rubato l’idea che era alla base del social network ConnectU, creato ai tempi di Harvard e progenitore del social in blu. I gemelli e Zuckerberg erano giunti nel 2008 ad un accordo che prevedeva un indennizzo stimato in 200 milioni di dollari per i due. Nel dicembre dell’anno successivo, tuttavia, i Winklevoss rincaravano la dose accusando Zuckerberg e i suoi legali di aver mentito sul reale valore del pacchetto azionario di Facebook. Oggi però arriva la vittoria del nerd più ricco del mondo, con i Winklevoss che dovranno così “accontentarsi” dei circa 140 milioni di euro di risarcimento pattuiti nel 2008 (la stragrande maggioranza dei quali consistono in un milione e duecentomila azioni di Facebook che pur non essendo ancora quotate in borsa vengono già scambiate in privato e a prezzi crescenti).

Non è la prima volta che Zuckerberg si trova ad affrontare questo tipo di problemi e forse non sarà neanche l’ultima.

PROTESTE DIGITALI – Intanto arriva dai giornalisti della Associated Press un originale metodo di protesta: lo sciopero dei link. In sostanza, essendo in corso una contrattazione tra i vertici di AP e il sindacato dei giornalisti News Media Guild, questi ultimi hanno proposto come mobilitazione il non linkare sulle piattaforme social le storie AP (a meno che questo non compremetta il lavoro nel merito). Allo stesso tempo, si chiede ai giornalisti di indossare una maglietta rossa con la quale farsi fotografare e riprendere; le immagini, postate su Facebook, serviranno al sindacato per sostenere le sue rivendicazioni mediante un ulteriore video.

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USA: “panic button” per i difensori della democrazia

E’ in fase di sviluppo un’applicazione per smartphone Android che permetta ai manifestanti pro-democrazia in paesi sottoposti a regimi autoritari e repressivi di cancellare con un click la rubrica del porprio dispositivo mobile in caso di imminente pericolo. Il progetto, che sarà esteso a breve ai telefoni Nokia, rientra nell’iniziativa del Dipartimento di Stato “Internet Freedom Programming”, che ha già a disposizione 22 milioni di dollari reperiti tra le varie agenzie federali e che ha in cantiere anche la diffusione di informazioni per l’aggiramento di filtri e firewall per l’utilizzo della Rete in “ambienti Internet duramente ostili”.

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USA: gli allarmi corrono su Facebook

AllarmeSfruttare i social network per raggiungere in brevissimo tempo milioni di cittadini con comunicazioni di stato d’allerta legate a terrorismo internazionale. E’quanto emerge da un documento riservato dello U.S. Department of Homeland Security, del quale riferisce l’Associated Press. Con una scala a due livelli (pericolo elevato o imminente) si veicoleranno così gli allarmi su piattaforme come Facebook e Twitter; il sistema dovrebbe entrare a regime alla fine del mese ma solo se, sottolinea il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale , esso non si rivelerà un elemento di potenziale compromissione delle attività di intelligence.

SCONTRO FRA TITANI – Intanto prende vita una nuova puntata dello scontro tra Viacom e Time Warner, dopo che la prima aveva vietato alla major di trasmettere in streaming su iPad i programmi di canali come MTV e Discovery Channel tramite una specifica applicazione riservata agli abbonati della home TV. Time Warner non ci sta e presenta ricorso ad un giudice di New York, argomentando che nei contratti di licenza stipulati con Viacom non ci sarebbero divieti allo sfruttamento della licenza stessa su dispositivi che non siano tradizionali televisioni. E mentre il giudice decide, Time Warner Cable sconta l’entrata in gioco del broadcaster sportivo ESPN, il quale ha messo a punto un pacchetto che permette agli utenti l’accesso ai propri canali tramite il l’account Tv da iPhone, iPad e iPod; il servizio è disponibile in esclusiva per gli abbonati Time Warner.

ARMADIETTI DIGITALI – Infine, un nuovo episodio di copyright che coinvolge i cyberlocker, gli “armadietti digitali del web: i legali del servizio di file hosting Hotfile Corporation hanno presentato ad una corte della Florida un memorandum di 20 pagine per controbattere alla MPAA. L’obiettivo è quello di dimostrare come il servizio panamense si sia sempre attenuto alle disposizioni del Digital Millennium Copyright Act (DMCA) e dunque debba beneficiare delle protezioni del safe harbor, rendendo così la richiesta di 150mila dollari di risarcimento per ogni contenuto scaricato avanzati dalla Motion Picture Association inaccettabile. La messa a disposizione di spazi vuoti a favore degli utenti, è la tesi dei legali di Hotfile, non può significare un concorso di colpa per una eventuale utilizzo dello spazio stesso per la violazione di copyright, tanto più che non è previsto un servizio di indicizzazione interno dei file caricati. Da parte loro, i legali di MPAA sottolineano come venissero offerti sul sito abbonamenti a download illimitati, che dimostrerebbero la volontà di approfittarsi della presenza di file (anche e soprattutto illegali) nei server di Hotfile, con i motori di ricerca a permettere quell’indicizzazione non garantita dalla Corporation con sede a Panama.

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Google e copyright: il Congresso non è soddisfatto. Mentre aumentano i poteri di polizia

Google non si impegna abbastanza per la tutela del copyright. E’ quanto sostiene Bob Goodlatte, capo della U.S. House Judiciary subcommittee, commissione impegnata nelle tematiche di tutela del diritto d’autore e servizi Internet negli Stati Uniti. Il problema risiederebbe nella poca tempestività con la quale il search engine interviene per le rimozioni dei contenuti illeciti nonché nel piazzamento degli annunci pubblicitari di siti che sono in violazione del diritto d’autore. Da Mountain View si fa notare come si siano spese circa 50mila ore di lavoro per la realizzazione, ad esempio, di Content ID, tecnologia che permette a Youtube la rimozione dei video pescati a violare il diritto d’autore. Continuando nella difesa di BigG, il general counsel Kent Walker dichiara che l’azienda non ricava profitto dalle violazioni e che le procedure di rimozione devono essere accurate per non rischiare di tagliare fuori dalla rete per sbaglio contenuti legittimi.

DEVICE E SEQUESTRI – Intanto un tribunale dell’Arizona ha stabilito che le autorità hanno facoltà di sequestrare e perquisire dispositivi elettronici anche a distanza dalla frontiera e senza mandato se il tutto è inserito nella lotta a violazioni di copyright, P2P e pedopornografia. La decisione arriva durante un procedimento d’appello nel quale si analizzava la posizione di Howard Wesley Cotterman, un cittadino californiano che nel 2007 si era visto sequestrare e analizzare il laptop dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Nel dispositivo erano state trovate cartelle contenenti immagini pedopornografiche, ma il giudice di primo grado aveva stabilito che la perquisizione era avvenuta in maniera illecita perché effettuata a circa 200 miglia dalla frontiera. Decisione ribaltata dopo il ricorso degli agenti dell’ICE, che sostenevano come al confine non ci fossero attrezzature adatte alla perquisizione; e che così ricevono anche una nuova autorizzazione a sequestri e perquisizioni in presenza di generici sospetti.

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P2P, il conto prego

Inizia a Boston il processo d’appello che vede scontrarsi i legali della Recording Industry Association of America (RIAA) e Joel Tenenbaum. Motivo del contendere sono 30 brani scaricati anni fa dal ragazzo a mezzo peer to peer per i quali la RIAA aveva richiesto un risarcimento giudicato sproporzionato e incostituzionale dal tribunale di primo gradodel Massachusetts: 675mila dollari, ovvero 22,500 dollari per ogni singola canzone, comprendendo nella cifra la multa per la violazione di copyright e i danni causati dalle eventuali vendite perse. Ovviamente diversa l’offerta dei legali di Tenembaum, 30 dollari, mentre il giudice Gentner stabiliva una cifra di 67500 dollari, giusto dieci volte meno. Da qui il ricorso di RIAA alla fine del quale Tenembaum saprà a quanto ammonta il conto.

DI ROUTER E VIOLAZIONI – Restando nel Massachusetts è curiosa la lista dei suggerimenti stilata dal Dipartimento per i servizi Internet del Boston College. “Comuni esempi di violazione del copyright” è rivolta agli studenti per metterli in guardia sui comportamenti che potrebbero farli finire a difendersi in tribunale. Ma accanto a comprensibili “advices” quali l’evitare i circuiti P2P e bit torrent, non distribuire CD masterizzati e non inviare per e-mail brani scaricati dal web, si presentava l’invito a non installare in camera router wireless, perché potrebbero essere utilizzati da terzi per commettere violazioni delle quali sarebbe poi considerato responsabile il proprietario dell’apparecchio. Non poche le proteste e le critiche che hanno accompagnato questo punto della lista dalla sua comparsa alla sua cancellazione.

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La MPAA contro il “noleggio”

La Motion Picture Association of America (MPAA) si scaglia contro Zediva.com, start-up nata a metà marzo in concorrenza a Netflix nel mercato del noleggio online dei film di Hollywood. Zediva mette a disposizione i film al costo di due dollari per un noleggio di due settimane di DVD fisici spediti a domicilio, pratica per la quale negli USA non è previsto pagamento di diritti d’autore. Tuttavia, la MPAA sostiene che Zediva si nasconde dietro questa normativa ma la travisa in quanto in realtà sarebbe un fornitore di contenuti in streaming e dunque spazio sul quale ha luogo una violazione di copyright su larga scala. Richiede per questo ad una corte della California di imporre alla WTV Systems (parent company di Zediva) e al suo CEO Venkatesh Srinivasan il pagamento di una multa pari a 150mila dollari per ogni film distribuito, oltre alla cessazione dell’attività.Zediva.com

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Il Blog

La regolamentazione di Internet, gli usi che ne fanno gli utenti, il controllo, il filtraggio e la censura applicati su di esso dai regimi non democratici. Sono queste alcune delle variabili che, incontrandosi e giocando in un continuo assestamento reciproco danno forma alla Rete in maniera diversa a seconda dei contesti. L’obiettivo del lavoro è seguire proprio l’evoluzione di queste forme diverse tramite un quotidiano aggiornamento sulle novità provenienti da tutto il mondo di Internet in merito alle sopra menzionate variabili. Dunque, un blog di news centrato sulle “gabbie” dentro le quali si trova a vivere, e a seconda delle quali prende forma, questo straordinario strumento chiamato Internet.

Blog che si arricchisce anche di tanto materiale, disponibile nella sezione “Tutto quello che c’è da sapere”. Materiale il cui giorno di ultimo aggiornamento coincide proprio con la data del primo post e ne ricostruisce tutto il cammino precedente. E’ così possibile trovare tra i Pdf una descrizione del funzionamento di Internet seguita da una ricognizione planetaria virtualmente divisa in due ambiti. Il primo è la regolamentazione partorita dai sistemi democratici, della quale si mettono in evidenza, oltre a ricostruirne la storia, i traguardi ma anche i ritardi e i nodi da sciogliere. Sotto la lente finiscono così l’Italia, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, seppur con un angolo visuale diverso tra loro. Nella seconda, si parla dei sistemi di censura e filtraggio della rete e della loro applicazione in varie parti del globo, per terminare con i casi di “eccellenza” in materia: Cina e Iran.

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Chi Sono

Per chi volesse contattarmi il mio indirizzo e-mail è marco.ciaffone@tiscali.it

Per chi volesse dargli un’occhiata, ecco il mio curriculum vitae  Curriculum Vitae Marco Ciaffone

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