Archivio per la categoria Unione Euopea

Google News, nuova condanna in Belgio

Google NewsGoogle News nel suo servizio di rassegna stampa non può riprodurre neppure piccole porzioni degli articoli pubblicati da un certo numero di giornali editi in Belgio, anche se questa pratica potrebbe aumentare la popolarità dei pezzi stessi. La Corte d’Appello di Bruxelles ha così confermato la sentenza di primo grado nei confronti di BigG accogliendo le richieste degli editori belga riuniti in CopiePress. Unica nota positiva per Mountain View, dove circola l’intenzione di ricorrere in Cassazione, la riduzione della multa che sarebbe comminata per ogni giorno di ritardo nella rimozione dei link incriminati (da un milione a 25mila euro). Gli editori non sembrano comunque soddisfatti e pretendono gli arretrati: Google, a loro detta, dovrebbe pagare tra i 32,8 e i 49,2 milioni per aver archiviato in cache nel 2001 e indicizzato in Google News dal 2006 un enorme numero di articoli di loro proprietà.

UPDATE 12 maggio 2011 – Segnalo in merito l’analisi condotta sulla vicenda da Guido Scorza. 

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Google Suggest assolto in Francia

Google SuggestSuggerire come chiave di ricerca un sito tramite il quale gli utenti scambiano file protetti da diritto d’autore non equivale a partecipare al reato. E’ quanto stabilisce la corte d’appello di Parigi ponendo fine al contenzioso legale che vede di fronte dal 2008 Google e gli alti rappresentanti del Syndicat National de l’Edition Phonographique (SNEP), l’associazione che in Francia tutela gli interessi dei vari editori fonografici. La SNEP chiedeva sostanzialmente l’eliminazione dai servizi Suggest e Autocomplete di parole come Megaupload e Megavideo, piattaforme accusate di favorire la violazione massiva e sistematica di copyright. La decisione conferma quella arrivata in primo grado nel settembre scorso; l’associazione vede così smontati i suoi argomenti secondo i quali i servizi di Google si ponevano in violazione dell’articolo 336-2 della legge sul diritto d’autore transalpina, soprattutto perché le piattaforme indicate sono usate anche in maniera perfettamente lecita, con l’ulteriore obbligo di pagare 5mila euro a BigG per le spese processuali. Dalla corte arriva anche una tiratina d’orecchi alla SNEP e a tutti i soggetti che cercano di combattere la pirateria online con questi metodi ritenuti dai giudici assolutamente inefficaci.

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G8 per Internet, Sarkozy rilancia

Nicolas SarkozyIl presidente francese Nicolas Sarkozy ha ribadito la volontà di riunire allo stesso tavolo i protagonisti dell’ICT e dell’industria dei contenuti per dare vita ad un “G8 per la Rete” che preceda il vero e proprio vertice dei “grandi” di fine maggio. Al centro del dibattito ci sarebbero i temi caldi del futuro di Internet, i diritti umani, le questioni che attengono proprietà intellettuale, privacy, sicurezza, infrastrutture e mercato digitale. Detto così suona bene; ma le tendenze più volte palesate dallo stesso Sarkozy (dice nulla three strikes?) e da coloro i quali sarebbero i protagonisti di quel tavolo lasciano spazi a dubbi e pensieri maliziosi (vedi in proposito le analisi di Arturo Di Corinto e Vittorio Zambardino). 

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La difesa di Jobs. Che non basta

la difesa di JobsSarebbe una mancanza degli sviluppatori la causa della presenza del file che registra i dati di localizzazione degli utenti di iPhone. In sostanza, Apple ammette di aver dimenticato di mettere un limite temporale alla conservazione, che al momento vede registrato fino ad un anno di cronologia. E’ poi colpa di un bug se le informazioni di geolocalizzazione vengono incamerate anche con la relativa funzione spenta. Tuttavia, gli utenti possono comunque tranquillizzarsi perché i dati raccolti non sono associabili ad un singolo dispositivo, ma sono aggregati anonimi che Cupertino usa per lo sviluppo dei software, per la risoluzione dei problemi nonché per la messa a punto delle pubblicità di iAd. Lo stesso Jobs, in un’intervista al settimanale Mobilized, afferma: “Non seguiamo nessuno. I file trovati nei telefoni, come abbiamo spiegato, erano sostanzialmente creati attraverso informazioni anonime che raccogliamo da decine di milioni di iPhone”. Il numero uno di Apple giustifica poi così l’accaduto:”Quando una nuova tecnologia fa il suo ingresso c’è un periodo di aggiustamento e di insegnamento”. Dulcis in fundo, consolidated.db, il file incriminato, verrà cancellato con il prossimo aggiornamento di iOS.

PAROLE SOLTANTO PAROLE? – Di sicuro non basteranno le parole giunte da Cupertino a chiudere la questione. Analoghe prese di posizione sono attese anche da Google e Microsoft, e le iniziative legali già intraprese in più parti del mondo spingono a credere che la vicenda sarà ancora lunga. Anche alla luce di chi allarga il raggio della questione accusando Mountain View e Cupertino di manovrare illecitamente i dati di localizzazione raccolti dai Pc sfruttando interazioni tra reti WiFi e browser come Chrome. Il problema risiederebbe nell’opacità che ricopre l’utilizzo che di questi dati viene fatto dalle aziende dopo aver ricevuto comunque il consenso degli utenti alla loro raccolta.

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Smartphone spioni: le prime iniziative legali

Smartphone spioniLa sensazione è che siamo solo all’inizio della vicenda relativa agli iPhone spioni (che in realtà coinvolge gli smartphone in generale). Sono infatti partite le prime iniziative legali volte a far luce su queste pratiche potenzialmente lesive della privacy degli utenti, i cui spostamenti vengono memorizzati sotto forma di coordinate non criptate. Apple e Google hanno ricevuto una lettera con una richiesta di chiarimenti da Lisa Madigan, procuratore generale dell’Illinois, mentre l’autorità garante per le comunicazioni sudcoreana apre un’indagine sul caso. E nonostante entrambe le società affermino di aver sempre richiesto il consenso degli utenti per la raccolta di qualunque tipo di dato, si profila una class action proprio in merito a questo punto; il primo passo in questo senso è stata la denuncia che i due utenti della Mela morsicata Vikram Ajjampur e William Devito hanno depositato presso la Corte Federale di Tampa (Florida). Con essa i due chiedono un risarcimento per non aver ricevuto un’esplicita richiesta per la memorizzazione dei dati di geolocalizzazione e un’ingiunzione permanente nei confronti di questo stesso servizio.

Nelle ultime ore, inoltre, si è allargato il ventaglio dei punti critici: un’indagine del Wall Street Journal mette in luce come i dati vengano memorizzati anche con il sistema di localizzazione disattivato, mentre si scopre che una clausola nelle condizioni d’uso diventa una liberatoria per la memorizzazione dei dati in questione anche al di fuori del solo sistema GPS. Sempre più coinvolto risulta Google: alcune app dell’Android Market provvederebbero all’invio alla rete di inserzionisti di informazioni sul posizionamento dell’utente con altissima frequenza. E sembrano valere poco le spiegazioni di Mountain View che cercano di far rientrare il tutto nel servizio Google Location; il fatto che esso sia opt-in non rende meno grave che oltre all’aggregazione di dati per il miglioramento del servizio ci sia anche la possibilità di risalire al singolo utente. L’argomento principale della difesa di Apple è invece il fatto che i dati memorizzati non arrivino a Cupertino.

UPDATE 27 aprile – Finiscono direttamente coinvolti anche i dispositivi Windows Phone 7, con Redmond che non ha ancora chiarito con quale frequenza vengano raccolti questi dati, per quanto tempo vengano conservati e se rendono possibile risalire al singolo utente.

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iPhone spioni

iPhone spioniSi incendia il dibattito scaturito dalle denunce dei ricercatori di sicurezza Alasdair Allan e Pete Warren; i due hanno sollevato nei giorni scorsi l’attenzione sul fatto che il sistema operativo iOS, quello implementato sugli iPhone della Apple, conserva dei file nei quali sono registrati tutti gli spostamenti che compie il possessore del dispositivo. La liceità e i limiti ai quali devono sottostare gli strumenti di geolocalizzazione per non sconfinare nella violazione della privacy non sono argomenti dell’ultima ora, anche se divengono sempre più centrali perché i rischi di un abuso di questo tipo di tecnlogie sono innegabili. Rischi dei quali gli utenti, secondo un’indagine di Microsoft Italia del gennaio 2011, sono per la maggior parte preoccupati (52%) anche se solo il 62% è consapevole dell’esistenza dei servizi di geolocalizzazione nei propri smartphone. In ogni caso, fanno notare Allan e Warren, non è l’azienda ad attingere a questi dati, che vengono invece salvati nei computer sui quali si effettua la sincronizzazione col dispositivo mobile. Inoltre, non sono file segreti ed è possibile la loro cifratura. Tuttavia, i timori sembrano essere forti tra i rappresentanti dell’ADOC (l”associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori), tanto da richiedere al Garante della privacy un intervento per mettere luce a quella che viene definita una situazione “sconcertante”.

Si è già attivata sul caso l’Agenzia bavarese per la protezione dei dati, mentre la francese Commission nationale de l’informatique et des libertès (CNIL) afferma per bocca del suo segretario generale Yann Padova: ”Se [i dati, nda] vengono solo conservati si tratta di un semplice caso di mancata richiesta di autorizzazione, se invece sono accessibili da Apple è una questione ben più seria”. Chiarimenti a Steve jobs vengono richiesti anche dal Congresso americano e le autorità del New Jersey hanno aperto un’indagine sull’uso dei dati incamerati dagli smartphone. La questione della geolocalizzazione investe behavioral advertising, servizi location based nonché l’utilizzo che di questi dati possono fare le forze di polizia. E non di sola apple si tratta: ormai coinvolti anche gli altri sistemi operativi per dispositivi intelligenti, Android su tutti. 

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La cura Mandelson va (quasi) bene così

L’Alta Corte d’Inghilterra boccia il ricorso presentato nel novembre 2010 dai due provider British Telecom e TalkTalk contro il Digital Economy Act (DEA), la legge di prossima approvazione che colpirà nel Regno Unito gli utenti colpevoli di condivisione di materiale coperto da copyright. Per la High Court la cosiddetta Cura Mandelson non si pone in contrasto con nessuna delle norme continentali; i due provider, tra i maggiori del paese, contestavano la presenza di obblighi come la notifica agli utenti e il blocco dei siti di condivisione illecita colti in flagrante. Unica vittoria per BT e TalkTalk la rilevata necessità di revisione della disciplina di suddivisione dei costi operativi, che prevederebbe allo stato attuale per gli ISP l’onere del 25% delle spese di gestione del “sistema DEA”.

I ricorrenti non sembrano però arrendersi: nel Regno Unito c’è ancora da attendere il giudizio dell’ Office of Communications (OFCOM) in merito all’applicabilità tecnica delle norme, mentre su scala continentale è sempre aperta la possibilità di un ricorso alla Corte di Giustizia Europea.

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Cyberguerra: l’Europa non è al sicuro

CyberguerraL’allarme viene dalla European Network and Information Security Agency (ENISA): se si scatenasse una cyberguerra l’Europa sarebbe impreparata. A testimoniarlo i risultati dell’attaco simulato nel test Cyber Europe 2010 condotto dall’ENISA stessa. Il difetto più grande è la scarsa comunicazione tra le varie istituzioni europee e tra esse e i cittadini in questi momenti critici.  

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Per una nuova data retention europea

Un’analisi della Commissione Europea mette in luce la volontà di aggiornare a mezzo emendamento la direttiva 2006/24/EC, quella che regola la data retention sul continente. Si sottolinea come l’obbligo di conservazione dei dati di navigazione da parte di provider e fornitori di servizi di Telecomunicazioni sia stato funzionale alla prevenzione di parecchi reati, ma allo stesso tempo si dichiara necessario un aggiornamento alla luce degli avanzamenti tecnologici occorsi da cinque anni a questa parte. Soprattutto in materia di privacy, tema sul quale si è sempre battuto il gruppo di attivisti di European Digital Rights; in un’analisi la EDRi sostiene che i netizen europei sono stati sottoposti dalla direttiva ad una sistematica violazione della privacy, tesi sposata dalle autorità della Repubblica Ceca nel considerare solo poche settimane fa anticostituzionale la legge di recepimento della direttiva.

E COMMERCE – E mentre si attende l’annuncio da parte del Commissario Neelie Kroes di un’indagine a tutto campo sulla Net Neutrality nell’Unione, anche in vista delle nuove regole in materia di trasparenza contenute nel Pacchetto Telecom che entreranno in vigore da fine maggio, arriva l’allarme delle tre principali associazioni europee del commercio elettronico (la francese Fevad, l’italiana Netcomm e l’inglese Imrg): i costi per gli acquisti effettuati online dai 150 milioni di europei che sono soliti farne (10 in Italia) aumenteranno di 10 miliardi di euro l’anno se verranno approvate le nuove misure in materia proposte dal Parlamento. Si parla della “Direttiva dei consumatori”, che punta a modificare la 2000/31/CE sull’e-commerce. Si contestano i punti che stabiliscono l’obbligo di vendere in tutti e 27 i paesi e di gestire 7 valute e 25 lingue diverse; inoltre, le nuove norme sulle rese, i cui tempi vengono triplicati causando così oneri maggiori per le imprese. Così il presidente di Netcomm Roberto Liscia, intervenuto sul Corriere della Sera: “Da un’analisi condotta sulla base dei dati forniti dalle associazioni di categoria europee che rappresentano circa il 50% del comparto, l’incremento dei costi di trasporto che si genererebbero se questa direttiva passasse, ammonta a circa 10 miliardi di euro. Ad oggi, infatti, i costi di trasporto dell’e-commerce europeo valgono circa 5,7 miliardi di euro. Con la nuova legislazione salirebbero a 15,6 miliardi. Questi emendamenti provenienti dall’Europa sono i più devastanti mai proposti in materia di commercio elettronico. Oltre a non essere necessari, genererebbero un incremento dei costi che ricadrebbe inesorabilmente su un peggioramento dei prezzi per i consumatori. Molte piccole e medie imprese italiane ed europee si vedrebbero costrette a chiudere e molte start up addirittura a non nascere in un momento in cui la forza e la vitalità imprenditoriale è più necessaria che mai per portare l’Italia e l’Europa fuori da una crisi fortissima che ha lasciato pesanti segni e dalla quale ancora non siamo del tutto usciti. In Italia, poi, la gravità sarebbe ancora più evidente se si pensa che solo da poco tempo si sta recuperando il terreno perduto e mai come oggi si respira un fermento imprenditoriale che non può fare che bene al settore e all’intero sistema Paese”. Da parte sua il segretario generale vicario dell’Adiconsum Pietro Giordano nella stessa sede affermava:”Per chi opera non perfettamente sul mercato la normativa peserà, ma non ci può essere automatismo tra tempi di rimborso e aumento dei prezzi. poi il mercato selezionerà i venditori migliori, non tutti sono in grado di vendere in tutta Europa. Per le piccole imprese bisogna pensare alla necessità di consorzi a livello europeo, o eventualmente a delle eccezioni nella nostra normativa nazionale che permettano alle piccole realtà di vendere solo in Italia […] Il 90% delle richieste di reso avviene perché il prodotto non è conforme a ciò che si è ordinato. In questo caso per noi è giusto avere anche il rimborso delle spese”.

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Il P2P è innocuo

Non verrebbe certo sottoscritta dalle major dell’intrattenimento mondiale l’affermazione che da il titolo a questo post, Tuttavia, uno studio commissionato dal governo olandese (che si prepara a vare nuove e più stringenti norme sulla tutela dei diritti d’autore) dimostra come a risentire economicamente dello scambio di contenuti tramite Internet sia stato solo il 12% dei 4mila tra musicisti, registi, scrittori e fotografi facenti parte del campione selezionato per condurre la ricerca. Non solo: il file sharing per il 50% di loro ha contribuito a dare loro visibilità trascinandosi dietro anche un maggiore consumo legale, tanto che il 22% degli artisti del campione ha ammesso di aver fatto uso in prima persona dei circuiti di peer to peer, con un altro 40% a ritenere che i sistemi di DRM abbiano contribuito soltanto ad incrinare il rapporto con gli utenti/pubblico.

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I filtri antipirateria sono illiberali?

 

SABAM vs ScarletImporre ai provider il filtraggio o il blocco delle comunicazioni elettroniche per tutelare i diritti d’autore viola le tutele previste nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. Almeno stando a quanto afferma l’avvocato generale Cruz Villàlon nella sua proposta di soluzione al caso SABAM – Scarlet Extended. La SABAM è il corrispettivo belga della SIAE che nel 2004 trascinava in tribunale il provider Scarlet (ex Tiscali) accusandolo di aver tratto profitto dalle attività illecite svolte sulle sue reti dagli utenti. In un primo tempo era stata prevista l’implementazione di un filtro, che sarebbe dovuto essere AudibleMagic, tra i più in voga; se non fosse che gli stessi dirigenti di SABAM lamentavano una sostanziale inefficacia dello stesso. Così il caso si trascinava avanti per sette anni. Tornando alla tesi di Villàlon, l’unica situazione nella quale suddetti filtri possano ritenersi leciti sarebbe la presenza di norme nazionali che ne regolamentino l’utilizzo, situazione che non è quella belga. Villàlon ha così chiesto alla Corte di Giustizia europea di vietare ai giudici continentali l’emissione di ordini di implementazione di filtri e blocchi al traffico online degli utenti.

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Le eccellenze delle ICT tra Scandinavia e Singapore

Il report annuale del World Economic Forum (WEF) sulle Information and Communication Technologies (ICT) vede spiccare come paesi maggiormente competitivi nel settore la Svezia e Singapore, seguiti da Finlandia e Svizzera. Quinta piazza per gli Stati Uniti, che scendono di due posti rispetto all’anno precedente. Per la realizzazione del report sono stati monitorati gli andamenti di 138 paesi durante il 2010 rispetto a vari indici, tra i quali l’adozione di tecnologie di comunicazione e informazione, la disponibilità degli individui al loro utilizzo, il reale utilizzo delle stesse, il giro d’affari che se ne ricava e la sollecitudine dei governi alla loro implementazione e sviluppo. Secondo il WEF le ICT sono “il fattore chiave per sviluppare un mondo più economicamente, ecologicamente e socialmente sostenibile”. In Svezia l’uso delle nuove tecnologie è massiccio tanto che il 90% della popolazione si connette ad Internet con regolarità. Tuttavia, le aree del mondo con il potenziale tecnologico maggiore restano Asia e Medioriente, con la Corea del Sud sempre leader nella velocità delle connessioni alla rete e il Bahrain tra i paesi con i migliori tassi di crescita dal 2006 ad oggi (come Cina, Vietnam e Uruguay). E l’Italia? Solo 51esima.

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Olanda: enforcement sul copyright

E’ in vista una revisione delle leggi sul diritto d’autore all’ombra di mulini a vento e tulipani per inserire tra le pratiche considerate illegali l’upload e il download di contenuti che si pongono in violazione di copyright. Fred Teveen, Segretario di Stato olandese per la Sicurezza e la Giustizia, annuncia l’imminente enforcement che dovrebbe portare al blocco di tutti quei siti votati a favorire l’infrazione di copyright su larga scala, tramite un oscuramento da parte dei provider. Teveen ha però parlato anche di misure volte a favorire gli utenti e bilanciare le nuove restrizioni, dall’eliminazione dell’equo compenso all’allargamento della disciplina del fair use, fino alla garanzia che non saranno i singoli netizen a rischiare in caso di infrazioni al diritto d’autore, a meno che non si macchino di violazioni ripetute e massicce.

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Caso Phorm: cadono le accuse

Nessuno pagherà alla fine del caso Phorm, la società che nel 2006 aveva proceduto al monitoraggio del traffico Internet degli utenti del provider British Telecom, senza che venisse richiesto loro alcun tipo di autorizzazione, per testare il sistema di behavioral advertising. I magistrati del Crown Prosecution Service (CPS) britannico hanno infatti annunciato che non ci sono prove sufficienti per procedere ad eventuali condanne secondo i dettami del Regulation and Investigatory Powers Act (RIPA), la legge che regola le attività di monitoraggio e intercettazione sul web. La Phorm e la British Telecom avrebbero agito in buona fede, oltre ad aver collaborato con le autorità distruggendo i dati incamerati. La sentenza è stata accolta con freddezza dai difensori della privacy brittanica.

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Le battaglie dei colossi del web

Su Wired.it una ricognizione delle battaglie in corso tra vari colossi del web a firma di Martina Pennisi; clicca qui.

UPDATE: rientra di sicuro nel tema il lancio di Streetside, servizio di mappatura di Microsoft che tra un mese sarà operativo come diretto concorrente dello Street View di Google, il quale ha deciso di sospendere gli aggiornamenti del servizio in Germania visto l’alto numero di richieste di rimozione di immagini che giungono a Mountain View dopo le decisioni di marzo di una corte teutonica. Buone notizie per Google arrivano invece dagli USA, dove il Department of Justice (DoJ) ha dato il via libera all’acquisizione della start up ITA da parte di Mountain View, che dovrà comunque sottostare a precise condizioni e accettare la sorveglianza dell’ente sul suo operato.

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RFID e tutela della privacy

Privacy and Data Protection Impact Assessment Framework (PIA) for RFID Applications”. Si chiama così il nuovo quadro operativo per la gestione dei tag di Radio Frequency Identification (RFID); messo a punto dal gruppo di lavoro Articolo 29, sulla sua adozione hanno raggiunto un accordo la Commissione Europea e la European Network and Information Security Agency (ENISA). Obiettivo è quello di implementare nel sistema una serie di regole che permettano la gestione dei dati personali trasmessi in radiofrequenza in una modalità compatibile con il rispetto della privacy (regole che tuttavia la momento non sono obbligatorie).

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In Francia si processa la data retention

Il Consiglio di Stato francese sarà chiamato a valutare il ricorso presentato da 20 grandi aziende delle telecomunicazioni (tra le quali anche Google e Facebook) contro le nuove norme adottate nel paese in maniera di data retention. Nel dettaglio, si tratta di un decreto dell’Eliseo del 2004 entrato in vigore il mese scorso, del quale si contesta di aver inserito le password tra i dati che provider e fornitori di telecomunicazioni devono conservare. Questo aspetto andrebbe oltre le indicazioni contenute nella direttiva europea in materia, la 2006/24/CE, già criticata perché prevede che la conservazione duri dai sei mesi ai due anni.

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Maria Martin-Pratt, dall’IFPI alla legislazione sul copyright

Maria Martin-PrattUna nomina che fa storcere il naso a chiunque speri in una nuova alba del copyright in Europa: la spagnola Maria Martin-Pratt è il nuovo capo del Direttorato Generale dei mercati interni e della divisione dei servizi legati al diritto d’autore, organi che nei prossimi mesi si occuperà di importanti e controverse misure in materia di copyright, da IPRED alle consultazioni su ACTA. Il punto critico deriva dal fatto che la Martin-Pratt è stata a capo delle politiche legali dell’International Federation of the Phonographic Industry (IFPI) organizzazione con base a Londra che rappresenta gli interessi dell’industria discografica a livello mondiale. Caustico il commento di Christian Engström del Piratpartiet: “Benvenuti nell’Unione Europea, dove le lobby del grande business hanno ormai preso il controllo della Commissione. E dove i cittadini sono visti come seccature da ignorare. Credo che l’unica notizia vera è che non si scomodano neanche più a cercare di nascondersi”.

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Il Blog

La regolamentazione di Internet, gli usi che ne fanno gli utenti, il controllo, il filtraggio e la censura applicati su di esso dai regimi non democratici. Sono queste alcune delle variabili che, incontrandosi e giocando in un continuo assestamento reciproco danno forma alla Rete in maniera diversa a seconda dei contesti. L’obiettivo del lavoro è seguire proprio l’evoluzione di queste forme diverse tramite un quotidiano aggiornamento sulle novità provenienti da tutto il mondo di Internet in merito alle sopra menzionate variabili. Dunque, un blog di news centrato sulle “gabbie” dentro le quali si trova a vivere, e a seconda delle quali prende forma, questo straordinario strumento chiamato Internet.

Blog che si arricchisce anche di tanto materiale, disponibile nella sezione “Tutto quello che c’è da sapere”. Materiale il cui giorno di ultimo aggiornamento coincide proprio con la data del primo post e ne ricostruisce tutto il cammino precedente. E’ così possibile trovare tra i Pdf una descrizione del funzionamento di Internet seguita da una ricognizione planetaria virtualmente divisa in due ambiti. Il primo è la regolamentazione partorita dai sistemi democratici, della quale si mettono in evidenza, oltre a ricostruirne la storia, i traguardi ma anche i ritardi e i nodi da sciogliere. Sotto la lente finiscono così l’Italia, l’Unione Europea e gli Stati Uniti, seppur con un angolo visuale diverso tra loro. Nella seconda, si parla dei sistemi di censura e filtraggio della rete e della loro applicazione in varie parti del globo, per terminare con i casi di “eccellenza” in materia: Cina e Iran.

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Chi Sono

Per chi volesse contattarmi il mio indirizzo e-mail è marco.ciaffone@tiscali.it

Per chi volesse dargli un’occhiata, ecco il mio curriculum vitae  Curriculum Vitae Marco Ciaffone

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